Quelle gioie che fanno male

Sembra incredibile, ma gioire è una delle fatiche della vita.

Qualche giorno fa mi sono addormentato con una gioia indescrivibile. Avevo appena terminato la visione di Le mele di Adamo assieme a persone meravigliose, dopo aver trascorso il pomeriggio a ritagliare costumi carnevaleschi e una sontuosa cena in pizzeria. Sotto il piumone, alla luce soffusa di un’abat-jour, sul diario sono sgorgate parole d’amore per me stesso e per la Vita. Meraviglia. Avrei versato volentieri una lacrimuccia.

Risveglio: al centro del petto una sensazione incolmabile di vuoto. Non era la consueta fame mattutina. Sorprendentemente spontanea, emerse la seguente domanda: lasciarmi andare alla gioia in maniera eccessiva può avermi danneggiato?
Che abbia stirato il muscolo del cuore?

Fortunatamente la lettura corrente (Esercizi d’amore, Alain de Botton), aveva in serbo le parole giuste:

Era malattia assai diffusa tra i turisti, in quella regione della Spagna: in un contesto di tale bellezza, folgorati dalla repentina intuizione che la felicità terrena era portata di mano, cadevano vittime di una violenta reazione fisiologica, mirata a neutralizzare una simile eventualità.

Chloe ed io avevamo sempre avuto la tendenza a localizzare la hedoné nella memoria o nell’aspettativa. Per quanto obiettivo dichiarato fosse raggiungimento della felicità, ad accompagnarlo per un’implicita fiducia che la realizzazione di tale aristotelismo fosse da qualche parte in un futuro lontano.

Godere del presente avrebbe significato impegnarci in una realtà imperfetta, o pericolosamente effimera, piuttosto che trincerarci dietro una rassicurante attesa nel di là da venire. Vivere nel tempo futuro significava alimentare, in contrasto con il presente, una vita ideale che ci avrebbe preservato dalla necessità e lasciarsi coinvolgere dalla situazione che ci circondava. Era un modello di comportamento simile a quello che si ritrova in molte religioni, dove la vita sulla terra è solo il preludio a un’esistenza paradisiaca eterna e infinitamente più beata. Il nostro atteggiamento verso le vacanze, feste, il lavoro, e forse l’amore, aveva qualcosa di immortale, come se a noi fosse concesso di vivere sulla terra abbastanza lungo da non abbassarci a credere tali occasioni così limitate di numero, sentendoci quindi costretti a coglierle al volo.

Carpe diem come necessità.

Incapacità di vivere il presente si manifesta, probabilmente, per il timore di rendersi conto che potrebbe essere l’approdo a ciò che si è desiderato per tutta una vita, il timore di abbandonare la posizione, relativamente sicura, di attesa o di ricordo assumendo, come implicita ammissione, che quella che si vive è, verosimilmente, la sola vita (intervento celeste a parte) che ci è dato vivere. Se la posta in gioco fosse una partita di uova, scommettere sul presente vorrebbe dire, allora, rischiare tutte le proprie uova in quell’unico cesto, anziché suddividerle a quelli di passato e futuro.

In barba a tutte le teorie finanziarie sull’asset allocation!

Preferisco assaporare la momentanea beatitudine e rischiare un attacco di cuore. Poiché se è vero che in fondo cerchiamo semplicemente di sentirci vivi, tali eventi risaltano nella nostra vita, ben più veri dei sogni risposti nei cassetti di domani.