Supplementi a Il mondo come volontà e rappresentazione

 

Supplementi a Il mondo come volontà e rappresentazione, di Arthur Schopenhauer

edizione Einaudi, a cura di Giorgio Brianese

 

Note per la lettura dell’articolo:

  • Ogni voce riporta in maniera più o meno sommaria, a volte come semplice riassunto e a volte come serie di citazioni, il contenuto di ogni capitolo. Nella lettura e nell’annotazione, sono stato guidato principalmente da un interesse personale, pertanto alcuni argomenti risultano più sviscerati di altri.
  • Le citazioni consistono nel testo virgolettato. Tutto il resto è un sommario del contenuto del testo.
  • In nota e al termine dell’articolo vi sono delle annotazioni personali, scaturite dalla lettura del testo.

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SUPPLEMENTI AL LIBRO PRIMO

  1. Carattere idealistico della conoscenza: che il mondo sia rappresentazione è una verità. La rappresentazione, a sua volta, è composta dall’intelletto e dalla materia, due facce della stessa medaglia: l’uno non potrebbe esistere senza la seconda e viceversa, in quanto soggetto e oggetto appartengono indissolubilmente l’uno all’altro e costituiscono il regno del fenomenico.
  2. Thomas Reid dimostra che l’intuizione non può essere un prodotto della sensazione (confutazione di Locke); elogiato da Schopenhauer, in quanto per quest’ultimo l’intuizione ha un carattere eminentemente intellettuale (contra Kant). Condorcet pensatore della possibilità infinita di perfezionamento delle facoltà umane. Sull’immediatezza della sensazione e sul modo in cui i quattro sensi grossolani (con l’esclusione della vista) ci permettano di inferire che il passaggio dalla sensazione alla sua causa sia immediato nell’intuizione vera e propria (la vista) ma non negli altri quattro: tastando una cosa al buio, infatti, non ne percepiamo immediatamente la forma, ovvero, il cervello forma una rappresentazione dell’oggetto, che è proprio il passaggio che i sostenitori dell’immediatezza della percezione vogliono negare.1)Tra i filosofi contemporanei, uno delle argomentazioni anti-scettiche più celebri a favore dell’immediatezza della sensazione è la prova della mano – Here is one hand – di G.E. Moore.
  3. Sui sensi: la vista è un senso attivo e legato all’intelletto, l’udito è un senso passivo proprio della ragione. Sul fastidio del rumore che affligge le menti pensanti.
  4. Sul giudizio sintetico a priori. “Il tempo è la forma per mezzo della quale alla volontà individuale, che originariamente e in se stessa è incosciente, diventa possibile conoscere se stessa.” Sulla legge di causa-effetto e sulla sua natura aprioristica. “L’unica formulazione corretta della legge di causalità è questa: ogni mutamento ha la propria causa in un altro che lo precede immediatamente.” La forma conferisce alla cosa l’essenza, la materia l’esistenza. Critica della prova cosmologica e dell’assoluto: “la legge di causalità può essere applicata a tutte le cose del mondo, ma non al mondo stesso, poiché è immanente al mondo, non trascendente.” Nella materia coincidono essenza ed esistenza; benché essa sia un “oggetto del solo pensare”, non è da considerarsi incorporea. Poiché la materia è azione in abstracto, essa è “condizione dell’esperienza” e sostituisce la causalità come terza condizione a priori dell’esperienza. Tabella dei principi primi a priori per spazio, tempo e materia.
  5. Sulla conoscenza immediata propria dell’animale, e sulla memoria intuitiva.
  6. Il concetto come depositario ultimo dell’esperienza, come principio universale che ne conserva l’essenza. La differenza tra ragione (ha a he fare con l’astrazione e la rappresentazione) e intelletto (pertiene all’ambito dell’intuizione). Pericoli della ragione: errore e pazzia.
  7. La nuova conoscenza deriva dal confronto di concetti ed intuizioni, non di concetti con gli stessi concetti (filosofare). “Il nocciolo profondo di ogni nuova conoscenza autentica e genuina è un’intuizione”. Fondandosi sull’intuizione, l’opera del genio è soggettiva – per questo non può essere trasmessa meccanicamente, così come si può fare dal concetto al concetto; tale spiegazione si fonde con la nozione stessa di genio, il quale è unico e raro. “I libri non possono sostituire l’esperienza e l’erudizione non può sostituire il genio: si tratta di due circostanze affini, il cui comune fondamento sta nell’impossibilità che l’astratto riesca a sostituire l’intuitivo. I libri perciò non sostituiscono l’esperienza perché i concetti rimangono sempre universali e perciò non scendono sino al singolo caso, il quale però è proprio ciò che deve essere affrontato nella vita; a ciò si aggiunga che tutti i concetti sono astratti proprio dal singolo caso e dall’intuizione dell’esperienza, sì che anche solo per comprendere convenientemente quanto di universale i libri comunicano si deve avere prima già imparato a conoscerli.” “L’autentica sapienza è qualcosa di intuitivo, non di astratto. Essa non consiste in principi e pensieri che uno porti in giro belli e fatti nella propria testa come risultati della ricerca propria o altrui, ma è piuttosto la modalità completa secondo la quale il mondo si presenta nella sua testa.” Anti-intellettualismo schopenhaueriano. Scarto tra conoscenza (erudizione) e comprensione (esperienza).2)L’intuizione può essere stata declassata per cercare una modo di concettualizzare il miglioramento del mondo, e per cercare di orientarlo. Ad esempio, nel caso dell’individuo che comprenda l’esperienza umana (ovvero la propria, in quanto soggettiva) come guerra hobbesiana di omnes contra omnes, il filosofo vuole astrarre tale comprensione in un concetto per poterla confrontare con altre esperienze e poter indirizzare il corso dell’esperienza verso ciò che viene compreso da egli come uno stato migliore. Si ripropone qui lo scisma tra conoscenza e volere, poiché secondo Schopenhauer nessuna conoscenza è in grado di modificare la volontà. Allo stesso tempo, direbbe Schopenhauer, si dà anche l’esistenza della persona che non comprende la propria esperienza come una guerra eterna, ma come uno stato di armonia e perfezione (ad esempio, per la filosofia cinese); in tal caso abbiamo due esperienze dallo stesso valore soggettivo, contrapposte. Esse non hanno un carattere concettuale, universale, ma particolare. L’argomento di Schopenhauer, non privo di una certa forza persuasiva, sta nel fatto che riconosciamo come genio quella visione del mondo interamente personale, monolitica, che è stata in grado di trasformare per intero la propria esistenza a partire da quell’insieme di intuizioni prime, frutto di un confronto continuo con l’esperienza. Quindi riconosciamo nel genio non tanto una forza dal carattere oggettivo della conoscenza – e su questo punto ben attesta la filosofa della scienza contemporanea, che vede il campo del sapere oggettivo come l’insieme delle nozioni sopravvissute alla confutazione, e che pertanto non hanno una natura eminentemente soggettiva, bensì inter-soggettiva –, bensì una particolare forza soggettiva nel carattere unitario, coerente ed esclusivamente personale (unico) del corpo che lo incarna. “Non c’è dubbio che l’afflusso ininterrotto dei pensieri altrui non possa che ostacolare e soffocare i nostri, anzi, alla lunga non può che paralizzare la forza stessa del pensiero, se essa non possiede quell’elevato grado di elasticità che le può consentire di resistere a quella corrente innaturale.” Tutto quanto si trova nei concetti è già presente all’intuizione (già Aristotele, e poi Locke). I concetti che non possono più essere verificati dall’intuizione si possono dare ma solo come limiti della conoscenza, non come punti di partenza. La capacità di giudizio è ciò che collega la conoscenza intuitiva e la sua trasfusione nella conoscenza astratta; esso è particolarmente arduo, aggiunge Schopenhauer, giacché da una serie di premesse raramente si danno conclusioni sbagliate, mentre l’errore nel giudizio stesso, ovvero nella determinazione della congiunzione tra intuizione e astrazione, è particolarmente frequente. “Le teste comuni mostrano anche nelle più piccole faccende una mancanza di fiducia nel proprio giudizio, proprio perché essi sanno per esperienza che esso non ne merita affatto. Il suo posto è preso in loro dal pregiudizio e dal seguire il giudizio altrui”.
  8. La teoria del ridicolo, come discrepanza tra l’intuitivo e il concetto. “La buona società, che, per riuscire ad essere completamente insulsa, ha messo al bando tutte le affermazioni decise, e dunque tutte le espressioni forti, quando vuole indicare cose scandalose o in qualche modo sconvenienti è solita aiutarsi esprimendole, per attenuarne la carica, per mezzo di concetti generali; con il che però sotto di essi viene sussunto anche ciò che ad essi è, in misura maggiore o minore, eterogeneo, ed è proprio per questo che ne scaturisce un effetto ridicolo delle stesse proporzioni.” “In ogni contrasto che si manifesta all’improvviso tra l’intuito e il pensato, l’intuito è sempre e indubitabilmente dalla parte del giusto; giacché esso non è mai soggetto all’errore, non ha bisogno di alcuna conferma dall’esterno, ma rappresenta se stesso. Il suo conflitto con il pensato scaturisce, in ultima analisi, dal fatto che quest’ultimo, con i suoi concetti astratti, non può discendere sino all’infinita multiformità e alle infinite sfumature dell’intuibile. Questa vittoria della conoscenza intuitiva sul pensare ci rallegra, giacché quella dell’intuire è la modalità di conoscenza originaria, inseparabile dalla natura animale, nella quale si presenta tutto ciò che dà immediata soddisfazione alla volontà; essa è l’intermediario del presente, del godimento e della felicità; oltre a ciò, non è connesso ad alcuno sforzo.” La serietà come opposto del riso, ovvero come percezione della perfetta congruenza tra pensiero e realtà. “[…] tanto più un uomo è capace di una completa serietà, tanto più saprà ridere di cuore.” “quando dietro la serietà si nasconde lo scherzo, allora si produce l’ironia; […] il rovesciamento dell’ironia sarebbe quindi costituito dalla serietà nascosta dietro lo scherzo, e questo è il senso dell’umorismo.”
  9. La verità materiale o assoluta è una relazione tra il giudizio (rappresentazione astratta) e l’intuizione; poiché l’intuizione non ammette contraddizioni, le verità devono concordare tra loro. “[…] è nella corrispondenza dei concetti, e dunque della rappresentazione astratta, con ciò che è dato nella rappresentazione intuitiva, che consiste, rispetto all’oggetto, la verità e, rispetto all’oggetto, il sapere.” Sui giudizi particolare, universale, ipotetico e disgiuntivo.
  10. Sillogismo come mezzo per rendere esplicite delle conoscenze implicite; non si dà una vera e propria nuova conoscenza, ma in un certo senso si “scopre” qualche cosa. Il giudicare consiste nel mettere a confronto due concetti; il sillogismo, nel mettere a confronto due giudizi (il giudizio è infatti un insieme di concetti); in particolare, le tre figure sillogistiche seguono dal confronto di predicato e soggetto, soggetto e soggetto, oppure predicato e predicato. La seconda figura, essendo una distinzione tra due specie di soggetti, deve avere delle promesse opposte, per le quali il predicato è comune; la terza figura invece compara due predicati differenti per mezzo di un unico soggetto. “Dunque, per produrre, come premesse, una conclusione, due giudizi debbono avere un concetto in comune – e inoltre non debbono essere né entrambi negativi, né entrambi particolari, e infine, nel caso che i due concetti che devono essere messi a confronto siano i loro soggetti, non debbono neanche essere entrambi affermativi.”
  11. Sulla retorica, e su come persuadere attraverso la chiara esposizione delle premesse anziché l’imposizione della conclusione.
  12. Sul procedimento scientifico (dato -> concetto -> giudizio -> sillogismo); critica alla germanizzazione del linguaggio scientifico latino. Suddivisione in scienze pure a priori ed empiriche a posteriori; filosofia come “basso continuo” delle scienze, e filosofo come uomo che si occupa trasversalmente del sapere.
  13. L’assioma geometrico è sintetico a priori, ed ha pertanto la stessa certezza immediata del principio di non contraddizione.
  14. Le associazioni d’idee: come un pensiero abbia sempre un qualche tipo di causa; coscienza come superficie e razionalizzazione di un movimento perlopiù inconscio (sic, in Parerga e Paralipomena).
  15. Sulle imperfezioni – mutevolezza, frammentarietà, ristrettezza – del processo intellettivo, il quale si svolge interamente nella dimensione temporale. Critica all’Io penso kantiano come unità fondamentale della coscienza (poiché essendo esso stesso coscienza, non ne può essere il fondamento), sostituto dalla volontà. “Non c’è dubbio che anche il singolare può essere compreso immediatamente come se fosse un universale, come quando viene innalzato alla condizione dell’idea (platonica); ma compiendo questa operazione […] anche l’intelletto oltrepassa i limiti dell’individualità e quindi del tempo; e comunque si tratta sempre e solo di un’eccezione.” “Goethe mi ha detto una volta che, quando leggeva una pagina di Kant, si sentiva come se fosse entrato in una stanza luminosa.” “[…] per ciò che concerne l’intelletto, la natura è altamente aristocratica.”
  16. Se l’eccellenza per la ragione teoretica è data dall’apporto dell’intuizione alla rappresentazione astratta, per quanto riguarda la ragione pratica sono i concetti a innalzare la qualità dell’azione (uomo > animale). Sul cinismo e sullo stoicismo come sua deriva teoretica: “Essi, così facendo [considerando ogni cosa non come buona in sé ma semplicemente come preferibile, alla quale avrebbero potuto rinunciare in qualsiasi momento], non avevano badato al fatto che tutte le abitudini diventano dei bisogni, e che perciò ci si può privare di esse solo con dolore; che la volontà non riesce a giocare con se stessa e che non può godere senza amare i godimenti; che un cane non rimane impassibile quando gli si mette sotto il muso un pezzo di arrosto, e nemmeno un saggio, quando è affamato; e che tra bramare e rinunciare non c’è via di mezzo.” “Si può perciò anche intendere lo Stoicismo come una dietetica spirituale, seguendo la quale, come si tempra il corpo nei confronti dei disagi e della fatica, così si deve temprare anche il proprio animo nei confronti della sfortuna, del pericolo, della privazione, dell’ingiustizia [etc.]”
  17. Sull’origine del bisogno metafisico come conseguenza della meraviglia della coscienza per la propria limitatezza; la religione come risposta al bisogno metafisico e la ricerca dell’immortalità. Differenziazione dal sapore spinoziano tra due tipi di metafisica: la filosofia, la quale trova le proprie dimostrazioni all’interno di se stessa, e la religione, la quale si rivolge all’esterno per una conferma. Come per Spinoza, anche per Schopenhauer, poiché la religione è indispensabile e destinata al popolo, la soluzione più auspicabile è una completa separazione tra le due. Le religioni vanno suddivise tra ottimiste e pessimiste; queste ultime vedono nell’uomo la colpa originaria del male del mondo. Per quanto concerne la filosofia, invece, Schopenhauer sostiene che la sua fonte, la meraviglia, scaturisce innanzitutto dal fatto che qualche cosa esista in assoluto (quella domanda heideggeriana del perché vi sia l’essere piuttosto che il nulla) – il quale riconoscimento critica fin dal principio lo spinozismo come filosofia, in quanto per un essere assolutamente necessario non si può provare meraviglia –; ma soprattutto, il bisogno metafisico trova la propria origine nel riconoscere l’esistenza come dolorosa. Separazione tra fisica e metafisica: la prima si occupa del fenomeno, la seconda della cosa in sé; naturalismo e ateismo come manifestazioni della fisica assoluta, la quale tuttavia è impossibile, non avendo alla sua base una metafisica. In relazione a ciò, essendo la metafisica il regno della libertà (come insegnato da Kant), senza di essa non vi può essere un’etica. “Con il naturalismo, o con il modo puramente fisicalistico di considerare le cose, non si otterrà dunque mai niente: è come un calcolo che non può mai essere portato a termine. Succession causali senza inizio né fine, forze fondamentali imperscrutabili, spazio infinito, tempo senza inizio, divisibilità infinita della materia; il tutto, per di più, determinato da un cervello conoscente, nel quale – e solamente in esso – tutto questo esiste, come un sogno, e senza il quale svanisce: ecco il labirinto nel quale quel metodo ci costringe a girare in continuazione.” “I più grandi progressi della fisica non faranno che rendere sempre più percepibile il bisogno di una metafisica: proprio la più corretta, estesa e approfondita conoscenza della natura, infatti, da una parte scuote continuamente, finendo per rovesciarli, gli assunti metafisici che valevano sino a quel momento, mentre dall’altra parte il problema stesso della metafisica si presenta in mood più chiaro, più corretto più completo, una volta che sia separato con maggiore nettezza da tutto ciò che è meramente fisico; ed è proprio anche dalla conoscenza più compiuta ed esatta dell’essenza delle singole cose che scaturisce l’esigenza di una spiegazione dell’intero e dell’universale, che, quanto più correttamente, approfonditamente e compiutamente è conosciuto empiricamente, tanto più appare misterioso.” Schopenhauer in critica a Kant sul fondamento della metafisica: “Il compito della metafisica non è in effetti la spiegazione delle singole esperienze particolari, ma la corretta spiegazione dell’esperienza nella sua interezza. Il suo fondamento deve perciò essere senza dubbio di tipo empirico. Anzi, persino il carattere aprioristico di una parte della conoscenza umana viene assunto da essa come un dato fattuale, a partire dal quale essa conclude per l’origine soggettiva di esso. […] Ora, per di più, la fonte conoscitiva della metafisica non è solamente l’esperienza esterna, ma lo è altrettanto anche quella interna; anzi, ciò che la caratterizza maggiormente, e per mezzo di cui le diventa possibile compiere il passo decisivo […] consiste nel fatto che essa unisce, al punto giusto, l’esperienza esterna con quella interna, e fa di quest’ultima la chiave dell’altra.” – la metafisica perde il proprio carattere apodittico, ma la mutevolezza dei sistemi metafisici e lo scetticismo non autorizzano ad escluderne la possibilità. Operazione kantiana lodata da Schopenhauer: egli dimostra che da principi formali a priori non può essere dimostrata alcuna metafisica, cioè, che i principi condizione dell’esperienza valgono cionondimeno solamente per l’esperienza stessa. “[…] il ponte attraversando il quale la metafisica va al di là dell’esperienza altro non è appunto che quella scomposizione dell’esperienza in fenomeno e cosa in sé che io considero il più grande merito di Kant; essa contiene infatti la dimostrazione dell’esistenza di un nocciolo del fenomeno che si differenzia da esso. […] la metafisica si spinge al di là del fenomeno, cioè della natura, verso ciò che è nascosto in o dietro di essa, considerandolo tuttavia solo come ciò che in essa si manifesta, e noon invece come un che di indipendente da ogni fenomeno: essa rimane perciò immanente e non diventa mai trascendente, giacché non si distacca mai del tutto dall’esperienza, ma resta invece la mera interpretazione e spiegazione di essa, dato che non parla della cosa in sé altrimenti che nel suo riferimento al fenomeno.” La metafisica ha compiuto scarsi progressi poiché è stato il sapere più ostacolato in assoluto; il suo obbligo fondamentale è la verità.

SUPPLEMENTI AL LIBRO SECONDO

  1. “L’oggetto in sé, tuttavia, deve essere qualcosa in se stesso e non soltanto qualcosa per altri; se fosse solo questo, infatti, sarebbe in tutto e per tutto solo rappresentazione, ed ecco che noi avremmo un idealismo assoluto il quale, da ultimo, finirebbe per diventare quell’egoismo speculativo nel quale ogni realtà scompare e nel quale il modo diventa un mero fantasma soggettivo.” Posta l’identità tra ideale e reale, dimostrata da Kant come afferente al fenomeno, rimane da esplorare il lato del reale, ovvero di ciò che non appartiene al mondo come rappresentazione e che deve essere pertanto diverso toto genere. “L’essere in sé e per sé di una cosa deve essere necessariamente un essere soggettivo; ma nella rappresentazione di un altro, viceversa, esso esiste in modo altrettanto necessario come un essere oggettivo.” Questo scarto non è colmabile dalla conoscenza per sua stessa natura: in quanto rappresentazione, si rivolge sempre all’essere di una cosa in quanto oggetto, mai come oggetto; qualsiasi conoscenza empirica è pertanto opaca. “Ora però, come contrappeso di questa verità, io ne ho messa n evidenza un’altra: che noi non siamo solo il soggetto conoscente ma che, per altro verso, noi stessi facciamo parte anche della realtà da conoscere, noi stessi siamo la cosa in sé; vale a dire che, per giungere a quella stessa peculiare e intima essenza delle cose, che non siamo in grado di conseguire partendo dall’esterno, ci si apre ora una via che parte dall’interno, una sorta di camminamento sotterraneo, di passaggio segreto che, tutto a un tratto, come a tradimento, ci trasporta di colpo all’interno di quella fortezza nella quale ci era impossibile penetrare aggredendola dall’esterno. – La cosa in sé, proprio in quanto è tale, più giungere alla coscienza solo in modo totalmente immediato, vale dire solo diventando coscienza di se stessa: il volerla conoscere oggettivamente equivale a pretendere qualcosa di contraddittorio.”3)Questo passaggio sembra offrire uno spunto interessante riguardo il solipsismo: quest’ultimo afferma che la conoscibilità degli stati mentali altrui non è mai possibile in quanto esperienze del soggetto – ovvero, “per me non è in alcun modo possibile avere una conoscenza diretta del fatto che un altro soggetto abbia le proprie percezioni mentali” (“What I need is the capacity to observe those mental states as mental states belonging to that other human being”, Stanford Encyclopedia of Philosophy); Schopenhauer afferma che l’immediatezza propria della cosa in sé, nella quale il soggetto riconosce immediatamente se stesso, è tale per cui richiederne una conoscenza oggettiva è in principio contraddittoria. “In effetti il nostro volere è l’unica opportunità che abbiamo di poter intendere un fatto qualsiasi, che si presenti esternamente, a un tempo anche dall’interno, ed è perciò l’unica realtà che conosciamo immediatamente e che non ci sia data, come accade a tutte le altre, solamente nella rappresentazione. […] Ciò che ci è immediatamente noto deve fornirci la spiegazione di ciò che ci è noto solo mediatamente, non viceversa.” L’opacità dell’io: la volontà non conosce e l’intelletto non può essere conosciuto; infatti la cosa in sé non può essere conosciuta completamente, poiché la sensazione stessa è mediata dall’intelletto. Per tale tipo di conoscenza, cadono le forme dello spazio e della causalità, entrambe legate alla percezione del sensibile; permane invece quella del tempo.4)A tal proposito è interessante rilevare che – come lo stesso Schopenhauer sottolinea nel capitolo 17, cioè che ogni metafisica deve essere solidamente fondata nella conoscenza empirica – tale concezione potrebbe venir profondamente mutata nel momento in cui spazio e tempo non sono più separabili, ovvero quando diventano un continuum per la teoria della relatività generale di Einstein. Non ho conoscenze adeguate per esprimermi al riguardo, ma sarebbe interessante testare la metafisica schopenhaueriana alla luce del nuovo paradigma scientifico. La forma del tempo è quella che ci permette di riconoscere la volontà solo come successione, e non nella sua interezza; per questo motivo ognuno conosce la propria volontà solamente a posteriori, mai a priori. “Ne consegue che l’atto di volontà è in effetti solo la più prossima e più chiara manifestazione fenomenica della cosa in sé”. La cosa in sé, inconoscibile in tutto e per tutto secondo Kant, viene contraddistinta come la manifestazione fenomenica più immediata disponibile al soggetto.
  2. L’intelletto è un accidente della nostra essenza, della volontà.5)Non posso essere d’accordo con l’affermazione di Schopenhauer secondo la quale l’intelletto, essendo un prodotto del cervello deputato all’autoconservazione, sia un semplice “parassita” che “non è connesso direttamente ai suoi [dell’organismo] meccanismi profondi”; poiché se l’autoconservazione non viene ritenuto un meccanismo essenziale di un organismo, allora non so cosa possa esserlo. Schopenhauer tuttavia prosegue il paragone tra animale e uomo per rafforzare la primarietà della volontà, estendendo quest’ultima a tutti gli esseri viventi per conoscenza immediata; da tale operazione, essendo gli animale sprovvisti di intelletto, emerge più chiaramente la secondarietà di quest’ultimo rispetto alla volontà. La volontà è ciò che è conosciuto dal soggetto, ed è primaria rispetto al secondo, in quanto “in ogni conoscenza il primo e l’essenziale è il conosciuto.” L’io è quel meravigliante, misterioso punto di contatto e identità tra la volontà e l’intelletto. “Se però il volere non fosse altro che un derivato del conoscere, come potrebbero gli animali, persino quelli inferiori, essendo capaci di una conoscenza estremamente ridotta, manifestare spesso una volontà così invincibilmente violenta?” L’intelletto è imperfetto e può essere migliorato attraverso l’esercizio, ma solo la volontà è perfetta in quanto estremamente semplice: “consiste nel volere e nel non-volere”. “In verità, però, l’immagine più azzeccata della relazione tra volontà e intelletto è quella di un cieco robusto che porti sulle proprie spalle un paralitico che vede.” La volontà è originaria poiché instancabile, a differenza dell’intelletto. “Ora, se l’intelletto non fosse qualcosa di completamente diverso dalla volontà, e se conoscere e volere fossero invece alla radice, come si è creduto sino ad oggi, una cosa sola, funzioni cooriginarie di un essere assolutamente semplice, allora all’eccitazione e all’aumento della volontà in cui consiste l’emozione dovrebbe corrispondere un analogo accrescimento anche dell’intelletto; solo che invece, come abbiamo visto, quest’ultimo viene da ciò piuttosto ostacolato e depresso.” “[…] ci si trova in una posizione molto più difficile quando si promette agli uomini un insegnamento piuttosto che quando si promette loro un intrattenimento; ragion per cui si è molto più fortunati a nascere poeti che a nascere filosofi.” “Il solo ostacolo e il solo turbamento deciso e immediato che la volontà può patire da parte dell’intelletto come tale potrebbe essere forse quello del tutto eccezionale che è conseguenza di uno sviluppo abnorme della preponderanza dell’intelletto, e dunque di quel talento elevato che viene indicato come genio.”6)Questa idea verrà sviluppata ulteriormente dei Supplementi al terzo libro. Sinergie in cui la volontà migliora le facoltà intellettive: “Le difficoltà aguzzano l’intelligenza”, la volontà intensifica la memoria. La supremazia della volontà, poi, si manifesta nella veracità del carattere, a differenza della mutevolezza dell’intelletto. La volontà come luogo dell’identità.
  3. “[…] ciò che, nell’autocoscienza, e dunque soggettivamente, è l’intelletto, si mostra nella coscienza delle altre cose, e dunque oggettivamente, come cervello; e ciò che nell’autocoscienza, e dunque soggettivamente, è la volontà, si mostra nella coscienza delle altre cose, e dunque oggettivamente, come l’organismo nella sua interezza.” “[…] non leggiamo mai che dopo una disgrazia di questo tipo [ovvero, ferite con perdita di materia cerebrale] si sia modificato il carattere, che la persona che l’ha subita sia diventata moralmente peggiore o migliore.”7)Ciò non è vero: nel 1848 si ebbe il celebre caso di Phineas Gage, il nordamericano superstite di uno spettacolare perforamento del cranio ad opera di un palo metallico, il quale riportò notevoli cambiamenti nei propri lineamenti caratteriali. La tesi di Schopenhauer, che “la volontà non ha la sua sede nel cervello”, è pertanto empiricamente insostenibile. Il cervello e il sistema nervoso direzionano la volontà, la quale si presenta come l’interezza dell’organismo.
  4. Sul ribaltamento della concezione dell’anima, ovvero dell’intelletto, da prius a posterius della volontà.8)Descrivendo la volontà come estremamente semplice, ovvero il volere e non-volere, Schopenhauer estende troppo in là il concetto di volere: esso assume in sé una certa concezione teleologica, per quanto l’autore sia attento a sottolineare che la volontà non ha direzione; ebbene, come distinguere il volere e il non-volere se non rispetto a un certo fine? La nozione di volontà può essere utilizzata adeguatamente per gli organismi vitali, tuttalpiù per il regno vegetale, ma non può essere estesa oltre: come inferire che una pietra vuole qualche cosa piuttosto che no? Come descrivere le leggi fisiche in termini di volere o non-volere? Schopenhauer tenta di rispondere a questa domanda, in modo a mio modesto avviso insufficiente, nel cap.23.
  5. La volontà di conoscere si produce nella coscienza in conseguenza della sua limitatezza. Ogni evoluzione avviene in funzione di impulsi, ovvero di un bisogno. Prosegue indi l’opposizione tra intelletto e volontà, tra fenomeno e cosa in sé. I gradi di perfezione dell’intelletto sono riconoscibili dalla loro capacità di vedere il mondo in maniera perfettamente oggettiva (il genio).
  6. “L’oggettivazione della volontà nella natura priva di coscienza.” “[…] qui il cercare si mostra come gravitazione, il fuggire invece come ricezione del movimento, e la mobilità dei corpi dovuta alla pressione o a un urto, la quale costituisce la base della meccanica, è in sostanza una manifestazione della tendenza, che risiede anch’essa nei corpi, all’autoconservazione.”9)Il parziale irrazionalismo schopenhaueriano si sottomette in questo al pensiero teleologico predominante pre-Darwiniano; una teleologia che potremmo interpretare come soggettiva in ultima istanza, se equipariamo la volontà al soggetto, ma che nel testo di Schopenhauer assume inevitabilmente un carattere assoluto e oggettivo, assumendo le sembianze di un vero e proprio teleonaturalismo. La scelta schopenhaueriana del termine si presta anche a una critica wittgensteiniana: il fatto di utilizzare un medesimo concetto – quello di volontà – per manifestazioni così differenti tra loro – la vita di un organismo e la caduta di un masso – non è autorizzato linguisticamente; il concetto di cui ci serviamo abbraccia fenomeni troppo distinti tra loro. “Io ritengo, perciò, che la luce non sia né un’emanazione né una vibrazione”.10)Un’affermazione che risulta straordinariamente precoce all’orecchio contemporaneo. Critica all’atomismo.
  7. “[…] la materia è ciò per il cui mezzo la volontà, la quale costituisce l’essenza profonda delle cose, fa il proprio ingresso nella percettibilità, diventa intuibile, visibile. In questo senso, la materia è dunque la mera visibilità della volontà, o – detto altrimenti, il legame tra il mondo come volontà e il mondo come rappresentazione. Essa appartiene a quest’ultimo in quanto è prodotta dalle funzioni dell’intelletto, e a quell’altro in quanto ciò che si rende manifesto in tutti gli esseri materiali, vale a dire in tutti i fenomeni, è la volontà.” “La materia è, conseguentemente, la volontà stessa, ma non più in se stessa, bensì in quanto viene intuita, vale a dire in quanto assume la forma della rappresentazione oggettiva: ciò che dunque dal punto di vista oggettivo è materia, dal punto di vista soggettivo è volontà.” Argomentazioni a sostegno della generazione spontanea. Critica al materialismo, all’atomismo e al naturalismo in quanto prendono la materia come un qualcosa di assolutamente oggettivo, dimenticandosi del soggetto e tramutando le inspiegate qualità della materia in un datum.
  8. “La necessità più stretta, onestamente condotta con rigorosa consequenzialità, e la libertà più completa, elevata sino all’onnipotenza, debbono essere presenti contemporaneamente e insieme nella filosofia: ove però non si voglia offendere la verità, questo si può verificare solo ove tutta la necessità sia collocata nell’agire e nel fare (Operari), e tutta la libertà, invece, nell’essere e nell’essenza (Esse). Con il che viene sciolto un enigma che è vecchio quanto il mondo solo perché sinora si è semper considerata la cosa alla rovescia, ricercando senz’altro la libertà nell’Operari, la necessità nell’Esse. Io invece dico: ogni essere, senza eccezioni, agisce con rigorosa necessità, mentre esiste ed è ciò che é in forza della sua libertà.” La molteplicità come manifestazione fenomenica della volontà unica.
  9. “Le cause finali sono il filo conduttore per la comprensione della natura organica, come le cause efficienti lo sono per la comprensione di quella inorganica.” Le azioni volontarie organiche sono le circostanze in cui causa finale e causa efficiente coincidono. Critica alle a-teleologie baconiane e spinoziane, in particolare di quest’ultima come di un modo grossolano per sbarazzarsi del teismo; elogio dell’acume aristotelico per aver individuato le cause finali come elemento principale di spiegazione per la vita organica.
  10. L’istinto animale e l’impulso creativo.
  11. “Nella natura animale diventa dunque manifesto che la volontà di vivere è la nota fondamentale della sua essenza, la sua unica immodificabile e incondizionata qualità.” La conservazione di tutte le specie come scopo ultimo della natura. “[…] la vita è un affare il cui incasso è ben lontano dal coprire le spese.” “[…] la volontà di vivere non è una conseguenza della conoscenza della vita, e nemmeno in alcun modo [una conclusione ricavata dalle premesse], e, proprio per questo, è ciò da cui la filosofia deve prendere le mosse, in quanto non si scopre la volontà di vivere in conseguenza del mondo, bensì il mondo in conseguenza della volontà di vivere.”

SUPPLEMENTI AL LIBRO TERZO

  1. La conoscenza delle idee.
  2. Sul puro soggetto del conoscere e l’esperienza estetica. “[…] si riesce a comprendere il mondo in modo puramente oggettivo solo allorquando non si sa più di appartenere ad esso; e tutte le cose ci appaiono tanto più belle, quanto più si è consapevoli soltanto di esse e quanto meno si è consapevoli di se stessi.” “[…] la pura oggettività dell’intuizione, in virtù della quale a venire conosciuta non è più la singola cosa come tale, bensì l’idea della specie cui essa appartiene, dipende dalla possibilità che si abbia coscienza non più di se stessi, bensì solamente degli oggetti intuiti, ossia del fatto che la propria coscienza rimanga soltanto come sostegno dell’esistenza oggettiva di quegli oggetti.” “Solo l’oggettività qualifica l’artista; essa è però possibile solamente laddove l’intelletto, distaccatosi dalla volontà che è la sua radice, fluttui liberamente e al tempo stesso però agisca con la massima energia.”
  3. Sul genio. “Vedere sempre nel particolare l’universale è precisamente il tratto fondamentale del genio”, ovvero l’intuizione dell’idea. “[…] la melanconia attribuita al genio dipende dal fatto che la volontà di vivere, quanto più si trova ad essere illuminata da un intelletto lucido, tanto più chiaramente avverte la miseria della propria condizione.” “La buona volontà nella morale è tutto; nell’arte però è nulla”. “L’affinità spesso sottolineata tra genio e follia dipende appunto fondamentalmente da quella separazione dell’intelletto dalla volontà che è essenziale per il genio e tuttavia contro natura.” “Essere inutile è una caratteristica delle opere del genio: è la loro patente di nobiltà.”
  4. Sulla follia e sulla sua relazione con la memoria.
  5. “Osservazioni sparse sulla bellezza della natura”.
  6. Alla domanda “Cos’è la vita?” risponde ogni opera d’arte, seppur in maniera intuitiva, e pertanto fugace alla razionalità. “[…] ogni opera d’arte può produrre effetti solo attraverso il medium della fantasia”. “La madre delle arti utili è il bisogno, quella delle belle arti la sovrabbondanza. Il padre delle prime è l‘intelletto, quello delle seconde il genio, che è esso stesso una sorta di sovrabbondanza, e precisamente la sovrabbondanza della forza consecutiva rispetto alla misura che sarebbe necessaria per servire la volontà.”
  7. “L’estetica dell’architettura”.
  8. “Osservazioni sparse sull’estetica delle arti figurative”.
  9. “L’estetica della poesia”.
  10. “La storia, di conseguenza, è certamente un sapere, e tuttavia non è affatto una scienza. Giacché non conosce mai il particolare per mezzo dell’universale, bensì deve comprendere immediatamente il particolare e perciò continuare a strisciare, per dir così, sul terreno dell’esperienza, laddove le scienze vere e proprie si librano sopra di esso”; “[…] l’universale di cui qui si parla nella storia è un universale meramente soggettivo, vale a dire che la sua universalità scaturisce solamente dall’insufficienza della conoscenza individuale delle cose, e non invece un universale oggettivo, vale a dire un concetto nel quale le cose siano già effettivamente pensate insieme.” “Mentre la storia ci insegna che in ogni tempo è accaduto qualcosa di diverso, la filosofia si sforza di farci capire che in tutti i tempi c’è stata, c’è e ci sarà sempre esattamente la stessa cosa.” Critica dell’hegelismo come filosofia, in quanto smette di occuparsi dell’immutabile. “La storia va considerata come l’autocoscienza razionale del genere umano, ed è per questo che essa è ciò che per il singolo individuo è la coscienza condizionata della ragione, riflessiva e capace di coerenza, la mancanza della quale rende l’animale prigioniero del ristretto presente dell’intuizione. Perciò ogni lacuna nella storia è come una lacuna nell’autocoscienza capace di memoria di un uomo”.
  11. “La metafisica della musica”.

SUPPLEMENTI AL LIBRO QUARTO

  1. (Premessa)
  2. “Sarebbe stato difficile che senza la morte si producesse il filosofare.” Religione e filosofia come rimedio al pensiero della morte. “La paura della morte è di fatto indipendente da qualsiasi conoscenza, come dimostra il fatto che anche l’animale la prova, sebbene non sappia cosa sia la morte.” “[…] affliggersi per il tempo nel quale non esisteremo più è tanto assurdo quanto affliggersi per quello nel quale non esistevamo ancora”. Poiché il male si dà solo in presenza della coscienza, l’essere-nulla non può essere un male; questa realizzazione astratta tuttavia non influisce sulla paura della morte, scaturendo quest’ultima dalla volontà, la quale appunto è volontà di vivere. Entrambi il materialismo e il naturalismo contengono in nuce, rispettivamente nell’eternità della materia e delle forze naturali, l’eternità dell’essere vivente in quanto forza vitale. La natura è indifferente alla morte, ed è pertanto cosciente del fatto che la morte non si niente più che “uno scherzo”. La tranquillità dell’animale nell’ignorare la morte segnala una consapevolezza della specie della propria permanenza: il cane particolare può anche morire, ma l’idea di cane permane.11)Tutto ciò va in frantumi con la teoria dell’evoluzione, naturalmente, poiché non vi è nulla di immutabile nelle specie in sé stesse, quanto casomai nei geni: possiamo forse ora riconoscere la tranquillità dei geni? Suvvia. “È infatti manifesto che l’oggettivo presuppone, in quanto manifestazione fenomenica, qualcosa che si manifesti; in quanto essere-per-altri, un essere.per-sé; e in quanto oggetto, un soggetto; non vale però l’opposto, giacché ovunque la radice delle cose deve risiedere in ciò che esse sono per se stesse, e dunque nel soggettivo, non nell’oggettivo, vale a dire non in ciò che esse sono per altri, non nella coscienza altrui.” “Il fondamento più solido a sostegno della nostra eternità è in effetti costituito dall’antica massima: ‘Dal nulla, nulla proviene, e nel nulla nulla ritorna’”. “Se potessimo mai diventare niente, allora saremmo già niente. L’infinità del tempo già trascorso, con l’esaurimento della possibilità dei suoi eventi, garantisce che ciò che esiste esiste necessariamente. Ciascuno deve perciò concepire se stesso come un essere necessario, vale a dire come un essere dalla cui vera ed esaustiva definizione, se la possedessimo, potremmo ricavare l’esistenza. In questo ragionamento risiede in effetti la sola prova immanente – vale a dire la sola prova che si mantenga nell’ambito dei dati empirici – dell’eternità del nostro essere autentico. Ad esso deve cioè inerire l’esistenza, poiché si distorta indipendente da tutti i possibili stati che possono essere prodotti dalla catena causale”. “[…] è possibile risvegliarsi dal sogno della vita solo a condizione che, insieme al sogno, si dissolva per intero anche il tessuto fondamentale che lo costituisce; ma questo tessuto è il suo organo stesso, l’intelletto insieme alle sue forme: con esso il sogno continuerebbe a essere tessuto all’infinito, tanto strettamente l’uno si sviluppa insieme all’altro. Ciò che propriamente ha sognato il sogno è però ancora diverso dal sogno stesso, ed è la sola realtà che rimane. Viceversa, la preoccupazione che con la morte tutto possa finire si può paragonare a uno che in sogno pensi che si danno solo sogni senza qualcuno che li sogni.” Non è mai data una conoscenza completa della cosa in sé, poiché ciò significa farla passare dal suo essere propriamente un per-sé a un essere-per-altro. “Non si è mai riuscito a chiarire che cosa sia questa realtà imperitura. Non si tratta della coscienza, e tanto meno del corpo, dal quale la coscienza manifestamente dipende. Si tratta piuttosto di ciò da cui il corpo, insieme alla coscienza, dipende. Questo però è proprio ciò che, quando fa il suo ingresso nella coscienza, si presenta come volontà. Al di là di questa, che è la manifestazione fenomenica più immediata della volontà, è fuori discussione che non possiamo andare, giacché non possiamo andare al di là della coscienza: perciò la domanda che chiede che cosa mai possa essere quel qualcosa quando non fa il suo ingresso nella coscienza, vale a dire che cosa questo qualcosa possa essere assolutamente in se stesso, è una domanda che rimane senza riposta.” “[…] la credenza nella metempsicosi si presenta come un convincimento che nell’uomo è naturale, ove egli rifletta senza pregiudizi.” “Se noi però prendiamo le mosse dal fatto che la differenza tra fuori-di-me e in-me, in quanto è una differenza spaziale, ha un fondamento solo nel fenomeno e non nella cosa in sé, e che dunque non è in alcun modo reale, allora nella privazione della nostra individualità personale vedremo solo la perdita di un fenomeno, ossia una perdita soltanto apparente. Per quanta realtà quella differenza possa anche avere nella coscienza empirica, ciononostante, da un punto di vista metafisico, gli asserti che dicono “Io perisco, ma il mondo perdura”, e “Il mondo perisce, ma io perduro” non sono, nella sostanza, autenticamente diversi.”
  3. “La vita della specie”; sul desiderio sessuale.
  4. “Il carattere ereditario delle qualità”, ovvero come la volontà venga fornita dal padre, l’intelletto dalla madre.
  5. “Il fine ultimo di ogni vicenda amorosa, sia essa rappresentata con il socco o con il coturno, è effettivamente più importante di tutti gli altri fini della vita umana, e perciò merita pienamente la profonda serietà con cui ciascuno lo persegue. Ciò che qui viene deciso, infatti, è nientemeno che la composizione della prossima generazione.” L’istinto maschera come l’interesse della specie come individuale per essere portato a compimento attraverso l’accoppiamento.12)Limitatezze e inattualità del pensiero di Schopenhauer: basarsi su riferimenti scientifici oggi insostenibili (il fatto che madre e padre in quanto tali determino particolari tratti ereditari, per esempio); proporre soluzioni improbabili per spiegare alcuni tratti dell’attrazione (del perché ad esempio biondi e mori si attraggano, piuttosto che l’uomo basso con la donna alta); l’inesorabilità che l’amore non corrisposto si trasformi in violenza, poiché la volontà di vivere non avrebbe altra scelta per esprimere la propria facoltà procreatrice; in ultima, naturalmente, l’affidamento del processo di selezione naturale alla specie, anziché ai geni. Non basta: “l’amore si trova spesso in contraddizione non solo con le relazioni esteriori, ma persino con l’individualità propria di ciascuno, in quanto si riversa su persone che, ove si prescindesse dalla relazione di carattere sessuale, risulterebbe agli occhi dell’amante odiose, spregevoli, o addirittura disgustose.” “Un eroe si vergogna di tutti i lamenti, tranne solo dei lamenti d’amore, poiché in questo caso non è lui che geme, bensì la specie.” Excursus sulla pederastia e relativa condanna, in quanto atto contro natura (una distorsione dell’istinto che, non potendo essere soddisfatto naturalmente per svariati motivi, viene ridiretto nella pederastia).
  6.  “L’affermazione della volontà di vivere”. La vergogna che si prova nei confronti dell’atto sessuale e dello stesso corpo confermano che entrambi abbiano una natura malvagia, siano ossia forieri di sofferenza – il primo in quanto prolungamento della sofferenza nella progenie, il secondo il quanto oggettivazione della volontà di vivere.
  7. “Le ore trascorrono tanto più rapidamente quanto più sono gradevoli, e tanto più lentamente quanto più sono spiacevoli: questo perché il positivo, la cui presenza si rende percepibile, è il dolore, non il piacere. Allo stesso modo abbiamo consapevolezza del tempo quando ci annoiamo, non quando ci divertiamo. Entrambe le cose stanno a dimostrare che la nostra esistenza è tanto più felice quanto meno ci accorgiamo di essa; dal che segue che sarebbe meglio non averla affatto.” “Se qualcuno osa sollevare la domanda del perché non vi sia il nulla, piuttosto che questo mondo, ciò significa che il mondo non si lascia giustificare in base a se stesso, che non è possibile trovare in esso alcun fondamento, alcuna causa finale della sua esistenza, che non è possibile dimostrare che esso esiste per se stesso, vale a dire per il proprio vantaggio. Questo, seguendo la mia dottrina, si può certamente spiegare con il fatto che il principio della sua esistenza è esplicitamente privo di fondamento, ossia è cieca volontà di vivere che, come cosa in sé, non può essere sottoposta al principio di ragione, il quale è la mera forma dei fenomeni e dal quale solamente è giustificato ogni perché.” “L’esistenza umana, ben lungi dal possedere il carattere di un dono, ha in tutto e per tutto quello di un debito che è stato contratto. La riscossione di questo debito si mostra nella forma dei bisogni impellenti, dei desideri assillanti e della miseria senza fine che derivano dall’esistenza stessa. Per pagare questo debito serve, di regola, l’intera durata della vita; anche così, però, si cancellano solo gli interessi. Il pagamento del capitale avviene con la morte. – E quando è stato contatto questo debito? Al momento della generazione.” Critica dell’ottimismo leibniziano.
  8. “Qualsiasi panteismo dovrà da ultimo naufragare a fronte delle esigenze irrinunciabili dell’etica e della presenza del male e della sofferenza nel mondo.” “Le masse non hanno un contenuto maggiore di quello di ciascun individuo. Nell’etica non ci si occupa né dell’agire né del suo esito, bensì del volere; e il volere, dal canto suo, agisce sempre e solo nell’individuo. Quello che si decide moralmente non è il destino dei popoli, che è presente solo nel fenomeno, bensì quello del singolo. I popoli, propriamente, sono delle mere astrazioni: solamente gli individui hanno un’esistenza effettiva.” Parentesi sul diritto. “Alla base del diritto penale ci dovrebbe essere, a mio modo di vedere, il principio che a essere punito non sia propriamente l’uomo, bensì solo l’azine, affinché essa non venga ripetuta […] La causa principale va dunque ricondotta al carattere personale, al carattere morale, il quale però […] è assolutamente immutabile. È per questo che un autentico miglioramento morale non è in alcun modo possibile, ma si può solo esercitare un’opera di intimidazione affinché una certa azione non venga commessa.”
  9. “Poiché però noi siamo ciò che non dovremmo essere, facciamo anche necessariamente quello che non dovremmo fare. È dunque per questo che abbiamo bisogno di una trasformazione completa della nostra mente e del nostro essere, vale a dire di una rinascita, come conseguenza della quale subentra la redenzione. Se anche la colpa si trova nell’agire, nell’operari, tuttavia la radice della colpa si trova nella nostra essentia et existentia, dato che l’operari deriva necessariamente da quest’ultima […] Ne consegue che, propriamente, il nostro unico vero peccato è il peccato originale.” “Il nocciolo e lo spirito profondi del cristianesimo sono identici a quelli del brahmanesimo e del buddismo: insegnano tutti che il genere umano, per il fatto stesso di esistere, porta in sé una grave colpa; solo che il cristianesimo, diversamente da quelle religioni più antiche, non procede qui in modo diretto e franco, ossia non fa derivare la colpa direttamente dall’esistenza stessa, bensì da un’azione della prima coppia di esseri umani.” “Le virtù morali, ossia la giustizia e l’amore per il prossimo – dato che, come ho mostrato, se sono pure scaturiscono dal fatto che la volontà di vivere, guardando al di là del principium individuationis, riconosce se stessa in tutte le proprie manifestazioni fenomeniche – sono conseguentemente innanzitutto un segno, un sintomo del fatto che la volontà che si manifesta non è più così strettamente irretita in quella illusione, ma che sta invece sopraggiungendo il disinganno”. “[La] morale accompagna l’uomo come un lume nel suo cammino dall’affermazione alla negazione della volontà, o, detto in modo mitologico, dal presentarsi del peccato originale sino alla redenzione a opera della fede nella mediazione del Dio incarnato.” “Affermazione della volontà di vivere, mondo fenomenico, diversità di tutti gli esseri, individualità, egoismo, odio, malvagità scaturiscono tutti da una sola radice; e così pure, dall’altro lato, mondo della cosa in sé, identità di tutti gli esseri, giustizia, amore per il prossimo, negazione della volontà di vivere. Ora, se, come ho dimostrato a sufficienza, le virtù morali si producono già con l’accorgersi di quella identità di tutti gli esseri, e se però questa identità non si trova nel fenomeno, bensì nella cosa in sé, nella radice di tutti gli esseri, ne consegue che l’azione virtuosa è un passaggio momentaneo attraverso un punto, il definitivo ritorno al quale è costituito dalla negazione della volontà di vivere.” “Mistica, nell’accezione più ampia del termine, è qualsiasi guida al cogliendo immediato di ciò a cui non giungono né l’intuizione né il concetto, né dunque, in generale, alcuna conoscenza.” Sulla concezione del matrimonio nel cristianesimo, cattolico ed eretico. “L’ottimismo è, in religione come in filosofia, un errore fondamentale che sbarra la strada a ogni verità. Considerato tutto questo, il cattolicesimo mi sembra un cristianesimo del quale si è terribilmente abusato e il protestantesimo un cristianesimo degenerato: mi sembra insomma che il cristianesimo in generale abbia avuto il destino che tocca tutto ciò che è nobile, elevato e grande non appena gli tocca di sussistere tra gli uomini.” Il carattere essoterico delle dottrine religiose popolari, come veicolo delle nozioni più esoteriche.
  10. “Il destino e il corso delle cose si prendono cura di noi meglio di quanto facciamo noi stessi, in quanto mandano ovunque a monte i nostri progetti di una vita di cuccagna, la cui follia è già sufficientemente riconoscibile dalla sua brevità, dalla sua inconsistenza, dalla sua vanità e dal suo amaro concludersi nella morte; essi spargono spine su spine sul nostro sentiero e ci fanno scontrare a ogni passo con la salutare sofferenza, che è la panacea dei nostri guai.”
  11. “[La mia filosofia] non ha la pretesa di spiegare l’esistenza del mondo a partire dai suoi fondamenti ultimi: se ne sta piuttosto ai dati di fatto dell’esperienza esteriore e interiore, così come sono accessibili a ciascuno, e ne dimostra la vera coerenza profonda, senza tuttavia trascenderla in senso proprio spingendosi a cose ultramondane e alle loro relazioni con il mondo. Essa perciò non trae alcuna conclusione a proposito di ciò che si trova al di là di ogni possibile esperienza, bensì fornisce solo la spiegazione di ciò che è dato nel mondo esterno e nell’autocoscienza, contentandosi dunque di comprendere l’essenza del mondo secondo la sua intima connessione con se stesso. Essa è di conseguenza immanente, nel senso kantiano della parola.”13)In questo capitolo finale emerge quel tratto distintivo della filosofia schopenhaueriana cui punta con efficacia la voce della Stanford Encyclopedia of Philosophy, ovvero che la sua opera filosofica sia propriamente una visione del mondo, l’espressione del carattere soggettivo dell’autore; Il mondo come volontà e rappresentazione è infatti una coppia, la prima costituita dal soggetto, la seconda dall’oggetto. Critica del panteismo ottimista, ovvero dello spinozismo.

 


 

Note personali a margine

La metafisica schopenhaueriana non è uno spingersi al di là del fenomeno, bensì in profondità, nel nocciolo, per identificare la cosa in sé con ciò che è immediato e pertanto primario, la realtà principale, riducendo il fenomeno a realtà secondaria.

 

Un contributo didattico che ho trovato prezioso nei Supplementi è l’indicazione di cercare di leggere solo di ciò su cui ci si è già formati un’opinione, di modo da essere in grado di affrontare una lettura critica, attiva, e non passiva. A volte infatti mi preoccupo di pensare alla successione dei sistemi di pensiero alla cui influenza decido di sottopormi: il leggere un certo autore non contribuirà forse a rendermi più incline al suo punto di vista, non fosse anche solo per mera ripetizione? Certo, una lettura critica dovrebbe scongiurare tale pericolo, e in caso di disaccordo dovrebbe anzi esaltare quest’ultimo, contribuendo a formare il nostro pensiero per via negativa.

 

Punto interessante da approfondire scaturito dalla filosofia di Schopenhauer: come può l’idealismo non portare al solipsismo, come la percezione corporea della volontà portare a una conoscenza oggettiva dell’esistenza della stessa volontà anche negli altri corpi?

 

References   [ + ]

1. Tra i filosofi contemporanei, uno delle argomentazioni anti-scettiche più celebri a favore dell’immediatezza della sensazione è la prova della mano – Here is one hand – di G.E. Moore.
2. L’intuizione può essere stata declassata per cercare una modo di concettualizzare il miglioramento del mondo, e per cercare di orientarlo. Ad esempio, nel caso dell’individuo che comprenda l’esperienza umana (ovvero la propria, in quanto soggettiva) come guerra hobbesiana di omnes contra omnes, il filosofo vuole astrarre tale comprensione in un concetto per poterla confrontare con altre esperienze e poter indirizzare il corso dell’esperienza verso ciò che viene compreso da egli come uno stato migliore. Si ripropone qui lo scisma tra conoscenza e volere, poiché secondo Schopenhauer nessuna conoscenza è in grado di modificare la volontà. Allo stesso tempo, direbbe Schopenhauer, si dà anche l’esistenza della persona che non comprende la propria esperienza come una guerra eterna, ma come uno stato di armonia e perfezione (ad esempio, per la filosofia cinese); in tal caso abbiamo due esperienze dallo stesso valore soggettivo, contrapposte. Esse non hanno un carattere concettuale, universale, ma particolare. L’argomento di Schopenhauer, non privo di una certa forza persuasiva, sta nel fatto che riconosciamo come genio quella visione del mondo interamente personale, monolitica, che è stata in grado di trasformare per intero la propria esistenza a partire da quell’insieme di intuizioni prime, frutto di un confronto continuo con l’esperienza. Quindi riconosciamo nel genio non tanto una forza dal carattere oggettivo della conoscenza – e su questo punto ben attesta la filosofa della scienza contemporanea, che vede il campo del sapere oggettivo come l’insieme delle nozioni sopravvissute alla confutazione, e che pertanto non hanno una natura eminentemente soggettiva, bensì inter-soggettiva –, bensì una particolare forza soggettiva nel carattere unitario, coerente ed esclusivamente personale (unico) del corpo che lo incarna.
3. Questo passaggio sembra offrire uno spunto interessante riguardo il solipsismo: quest’ultimo afferma che la conoscibilità degli stati mentali altrui non è mai possibile in quanto esperienze del soggetto – ovvero, “per me non è in alcun modo possibile avere una conoscenza diretta del fatto che un altro soggetto abbia le proprie percezioni mentali” (“What I need is the capacity to observe those mental states as mental states belonging to that other human being”, Stanford Encyclopedia of Philosophy); Schopenhauer afferma che l’immediatezza propria della cosa in sé, nella quale il soggetto riconosce immediatamente se stesso, è tale per cui richiederne una conoscenza oggettiva è in principio contraddittoria.
4. A tal proposito è interessante rilevare che – come lo stesso Schopenhauer sottolinea nel capitolo 17, cioè che ogni metafisica deve essere solidamente fondata nella conoscenza empirica – tale concezione potrebbe venir profondamente mutata nel momento in cui spazio e tempo non sono più separabili, ovvero quando diventano un continuum per la teoria della relatività generale di Einstein. Non ho conoscenze adeguate per esprimermi al riguardo, ma sarebbe interessante testare la metafisica schopenhaueriana alla luce del nuovo paradigma scientifico.
5. Non posso essere d’accordo con l’affermazione di Schopenhauer secondo la quale l’intelletto, essendo un prodotto del cervello deputato all’autoconservazione, sia un semplice “parassita” che “non è connesso direttamente ai suoi [dell’organismo] meccanismi profondi”; poiché se l’autoconservazione non viene ritenuto un meccanismo essenziale di un organismo, allora non so cosa possa esserlo. Schopenhauer tuttavia prosegue il paragone tra animale e uomo per rafforzare la primarietà della volontà, estendendo quest’ultima a tutti gli esseri viventi per conoscenza immediata; da tale operazione, essendo gli animale sprovvisti di intelletto, emerge più chiaramente la secondarietà di quest’ultimo rispetto alla volontà.
6. Questa idea verrà sviluppata ulteriormente dei Supplementi al terzo libro.
7. Ciò non è vero: nel 1848 si ebbe il celebre caso di Phineas Gage, il nordamericano superstite di uno spettacolare perforamento del cranio ad opera di un palo metallico, il quale riportò notevoli cambiamenti nei propri lineamenti caratteriali. La tesi di Schopenhauer, che “la volontà non ha la sua sede nel cervello”, è pertanto empiricamente insostenibile.
8. Descrivendo la volontà come estremamente semplice, ovvero il volere e non-volere, Schopenhauer estende troppo in là il concetto di volere: esso assume in sé una certa concezione teleologica, per quanto l’autore sia attento a sottolineare che la volontà non ha direzione; ebbene, come distinguere il volere e il non-volere se non rispetto a un certo fine? La nozione di volontà può essere utilizzata adeguatamente per gli organismi vitali, tuttalpiù per il regno vegetale, ma non può essere estesa oltre: come inferire che una pietra vuole qualche cosa piuttosto che no? Come descrivere le leggi fisiche in termini di volere o non-volere? Schopenhauer tenta di rispondere a questa domanda, in modo a mio modesto avviso insufficiente, nel cap.23.
9. Il parziale irrazionalismo schopenhaueriano si sottomette in questo al pensiero teleologico predominante pre-Darwiniano; una teleologia che potremmo interpretare come soggettiva in ultima istanza, se equipariamo la volontà al soggetto, ma che nel testo di Schopenhauer assume inevitabilmente un carattere assoluto e oggettivo, assumendo le sembianze di un vero e proprio teleonaturalismo. La scelta schopenhaueriana del termine si presta anche a una critica wittgensteiniana: il fatto di utilizzare un medesimo concetto – quello di volontà – per manifestazioni così differenti tra loro – la vita di un organismo e la caduta di un masso – non è autorizzato linguisticamente; il concetto di cui ci serviamo abbraccia fenomeni troppo distinti tra loro.
10. Un’affermazione che risulta straordinariamente precoce all’orecchio contemporaneo.
11. Tutto ciò va in frantumi con la teoria dell’evoluzione, naturalmente, poiché non vi è nulla di immutabile nelle specie in sé stesse, quanto casomai nei geni: possiamo forse ora riconoscere la tranquillità dei geni? Suvvia.
12. Limitatezze e inattualità del pensiero di Schopenhauer: basarsi su riferimenti scientifici oggi insostenibili (il fatto che madre e padre in quanto tali determino particolari tratti ereditari, per esempio); proporre soluzioni improbabili per spiegare alcuni tratti dell’attrazione (del perché ad esempio biondi e mori si attraggano, piuttosto che l’uomo basso con la donna alta); l’inesorabilità che l’amore non corrisposto si trasformi in violenza, poiché la volontà di vivere non avrebbe altra scelta per esprimere la propria facoltà procreatrice; in ultima, naturalmente, l’affidamento del processo di selezione naturale alla specie, anziché ai geni. Non basta: “l’amore si trova spesso in contraddizione non solo con le relazioni esteriori, ma persino con l’individualità propria di ciascuno, in quanto si riversa su persone che, ove si prescindesse dalla relazione di carattere sessuale, risulterebbe agli occhi dell’amante odiose, spregevoli, o addirittura disgustose.”
13. In questo capitolo finale emerge quel tratto distintivo della filosofia schopenhaueriana cui punta con efficacia la voce della Stanford Encyclopedia of Philosophy, ovvero che la sua opera filosofica sia propriamente una visione del mondo, l’espressione del carattere soggettivo dell’autore; Il mondo come volontà e rappresentazione è infatti una coppia, la prima costituita dal soggetto, la seconda dall’oggetto.

Il mondo come volontà e rappresentazione

Il mondo come volontà e rappresentazione, di Arthur Schopenhauer

edizione Einaudi, a cura di Giorgio Brianese

 

 

Note per la lettura dell’articolo:

  • Ogni voce riporta in maniera più o meno sommaria, a volte come semplice riassunto e a volte come serie di citazioni, il contenuto di ogni capitolo. Nella lettura e nell’annotazione, sono stato guidato principalmente da un interesse personale, pertanto alcuni argomenti risultano più sviscerati di altri.
  • Le citazioni consistono nel testo virgolettato. Tutto il resto è un sommario del contenuto del testo.
  • In nota e al termine dell’articolo vi sono delle annotazioni personali, scaturite dalla lettura del testo.

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Dalla prefazione di Giorgio Brianese

“E se, come ha dimostrato una volta per tutte Aristotele, di ciò che è noto ‘cerchiamo sempre di nuovo una dimostrazione, arriveremo infine a certi principi che sono le condizioni di ogni pensare e conoscere […], cosicché la certezza non è altro che l’accordo con tali principi, la cui certezza non può quindi essere a sua volta chiarita da altri’.” p.xxx

 

Introduzione alla seconda edizione

ammissione del principio “prima il vivere, poi la filosofia”;

problema della filosofia come mestiere e come forma di potere personale ≠ esercizio della Verità1)Due visioni della verità in opposizione: la contingenza delle problematiche e il confronto su di esse determinano la verità storica (su questa linea naturalmente Hegel, poi il pragmatismo di Peirce e Dewey, per i quali la nozione di verità si dà nell’inter-soggettività) vs. la metafisica in quanto sapere formale radicato nell’intuizione determina ciò che è vero a partire dal soggetto (Schopenhauer, in particolare il cap.17 dei Supplementi).


LIBRO PRIMO
  1. Mondo come rappresentazione, mondo come volontà.
  2. Unità di soggetto e oggetto; principio di ragione sufficiente come principio di unificazione della rappresentazione dal parte del soggetto.
  3. Differenza tra rappresentazioni intuitive (condizioni dell’esperienza) e astratte (concetti); esistenza relativa dei corpi.
  4. Legge della causalità (congiunge lo spazio col tempo); materia come possibilità dell’esistenza simultanea; “il correlato soggettivo della materia – o della causalità – è l’intelletto”; “L’indipendenza della conoscenza della causalità da ogni esperienza, ossia la sua apriorità, può dunque venir dimostrata solo  con la dipendenza di ogni esperienza da essa”.
  5. La causalità avviene solo tra oggetto immediato (corpo) e oggetto mediato (oggetto), quindi solamente tra oggetti (non tra soggetto e oggetto).  Esposizione del falso problema della conoscenza del mondo esterno (misapplicazione del principio di ragione al rapporto tra soggetto e oggetto); tema della realtà come sogno.
  6. La conoscenza rappresentativa, intellettiva, del corpo; “Ciò che viene riconosciuto correttamente dalla ragione è verità […] ciò che viene riconosciuto correttamente dell’intelletto è realtà […] alla verità si contrappone l’errore, alla realtà si contrappone l’apparenza”. La ragione si occupa della conoscenza ed è esclusivo appannaggio dell’uomo; l’intelletto si occupa dell’intuizione, ed è di tutti gli esseri senzienti.
  7. Critica all’epistemologia del materialismo; “[…] ogni scienza non insegna altro se non a conoscere la relazione di una rappresentazione con un’altra”; “il mondo della rappresentazione comincia effettivamente con lo spalancarsi del primo occhio”; “Come il materialismo non si vedeva che insieme all’oggetto più semplice veniva a porre con ciò stesso anche il soggetto, così Fichte non si avvede che insieme al soggetto veniva a porre con ciò stesso anche l’oggetto”.
  8. L’intelletto e il concetto, rappresentazione astratta.
  9. Il concetto come rappresentazione di rappresentazione; l’impraticità della logica e l’uso delle sfere concettuali; l’arte della persuasione.
  10. I quattro principi metalogici: di identità, di contraddizione, del terzo escluso e di ragione sufficiente; “sapere è dunque la conoscenza astratta, l’aver fissato in concetti della ragione ciò che è stato conosciuto per una via del tutto diversa.”
  11. “[…] l’autentico contrario del sapere è il sentimento”; ciò che pertiene alla sfera del sentimento lo è per via negativa – non è concetto, né conoscenza astratta.
  12. “[…] dato che la ragione offre alla conoscenza sempre soltanto che ha già ricevuto in altro modo, essa in effetti non estende il nostro sapere, ma si limita a conferirgli una forma diversa”; un paragone tra la conoscenza intuitiva e quella ragionata.2)In termini psicologici contemporanei (Daniel Kahneman), pensiero veloce e pensiero lento.
  13. Il riso, “incongruenza tra un concetto e gli oggetti reali”; il ridicolo; il buffo; la pendanteria.
  14. “Ogni sapere, ossia ogni conoscenza elevata in abstracto alla coscienza, sta alla scienza vera e propria come un frammento sta all’intero”; la scientificità “non consiste nella sicurezza, bensì nella forma sistematica della conoscenza fondata sulla discesa graduale dall’universale al particolare”; “Questo cammino della conoscenza caratteristico delle scienze, che va dall’universale al particolare, implica che in esse molto si fondi sulla deduzione da principi precedenti, quindi su dimostrazioni, il che ha determinato l’antico errore consistente nel ritenere che solo ciò che è stato dimostrato sia completamente vero e che ogni verità abbia bisogno di una dimostrazione. È vero piuttosto il contrario, ossia che ogni dimostrazione ha bisogno di una verità indimostrata che da ultimo la sostenga, o che comunque sostenga le dimostrazioni su cui essa si fonda: di conseguenza una verità che abbia un fondamento immediato è preferibile a una verità che si fondi su di una dimostrazione, allo stesso modo che l’acqua di fonte è preferibile a quella dell’acquedotto.” “La scoperta delle ipotesi è stata una faccenda che ha riguardato la capacità di giudizio, la quale ha compreso con esattezza e ha espresso in modo conforme i dati di fatto; a confermare la loro verità, tuttavia, è stata l’induzione, ossia l’intuizione del molteplice.”
  15. Intuizionismo a priori come fondamento della matematica; l’imperfezione del procedimento induttivo; “la filosofia ha questo di proprio, di non presupporre nulla come noto; tutto le è in egual misura sconosciuto e tutto è per essa un problema, non solo i rapporti tra i fenomeni, ma anche i fenomeni stessi […] è proprio ciò che le scienze presuppongono e assumono come fondamento e come limite delle loro spiegazioni, che costituisce il problema caratteristico della filosofia la quale, di conseguenza, comincia là dove finiscono le scienze.”; “In verità si potrebbe dire che ciascuno conosce da sé, senza nessun altro aiuto, che cosa sia il mondo, dato che egli stesso è il soggetto della conoscenza, di cui il mondo è rappresentazione: anche questo sarebbe, quanto a ciò, vero. Solo che quella è una conoscenza intuitiva, in concreto: riprodurla in abstracto, elevare a un sapere di questo genere, a un sapere durevole l’intuizione della successione, della mutevolezza, e specialmente tutto ciò che l’ampio concetto di sentimento abbraccia e indica in modo solo negativo come sapere non astratto, non chiaro, questo è il compito della filosofia.”
  16. Critica alla ragion pratica kantiana; critica all’etica stoica: “il sapiente stoico […] non ha potuto mai ottenere né vita né un’intima verità poetica, ma è rimasto un burattino legnoso e rigido con il quale non è possibile fare nulla e che non sa neanche lui dove andare con la sua saggezza, e la cui perfetta tranquillità, la cui soddisfazione, la cui felicità sono addirittura in contrasto con la natura umana e non ci consentono di giungere da lì a nessuna rappresentazione intuitiva.”
LIBRO SECONDO
  1. Le due branche della scienza naturale: morfologia (studio delle forme permanenti) ed eziologia (studio dei rapporti di causa-effetto, del divenire); “ciò che però ci spinge a ricercare è proprio il fatto che non basta sapere che abbiamo delle rappresentazioni, che esse sono fatte in questo o quest’altro modo, e che si collegano le une alla altre secondo queste o quelle leggi […] Noi vogliamo sapere quale sia il significato di queste rappresentazioni: ci chiediamo se questo mondo non sia altro che rappresentazione […] Quel che è certo è che ciò che ricerchiamo è un che di essenzialmente e completamente diverso dalla rappresentazione, e che perciò le forme e le leggi di quest’ultima debbono rimanergli del tutto estranee; ne segue che, prendendo le monde dalla rappresentazione, non è possibile giungere ad esso servendosi del filo conduttore di quelle leggi […]”.
  2. “Il significato tanto ricercato di questo mondo che mi sta davanti come mia rappresentazione, oppure il passaggio da esso, come pura rappresentazione del soggetto conoscente, a quello che può esserci ancora al di là di esso, non potrebbe mai essere scoperto se il ricercatore stesso non fosse nient’altro che il puro soggetto conoscente.” “L’atto della volontà e l’azione del corpo non sono due stati diversi conosciuti oggettivamente, che il filo della causalità annoda insieme, non stanno tra loro nella relazione di causa ed effetto; sonno invece un’unica e medesima cosa, solo che si danno in due modi del tutto diversi: una volta del tutto immediatamente e una volta nell’intuizione per l’intelletto.” corpo come oggettità della volontà; “È solo nella riflessione che il volere e l’agire sono distinti: nella realtà essi sono una cosa sola. Ogni vero, genuino, immediato atto della volontà è subito e immediatamente anche un atto visibile del corpo; e d’altra parte, in modo corrispondente, ogni azione esercitata sul corpo è subito e immediatamente anche un’azione esercitata sulla volontà; in quanto tale, la chiamiamo dolore se ripugna alla volontà, benessere, piacere, se è conforme ad essa.” “il mio corpo è la condizione che mi permette di conoscere la mia volontà.”
  3. “Se dunque il mondo corporeo deve essere ancora qualcosa in più che la nostra semplice rappresentazione, dobbiamo dire che esso, al di là della rappresentazione, quindi in sè e nella sua essenza più profonda, è ciò che noi in noi stessi troviamo immediatamente come volontà.”
  4. I motivi spiegano le azioni contingenti, ma la volontà in sé rimane senza fondamento, non risponde al principio di ragione (Kant: carattere empirico vs. carattere intelligibile).
  5. Esperienza individuale della volontà come chiave di lettura del mondo circostante come rappresentazione.
  6. “La conoscenza dell’identico in fenomeni diversi e del diverso nei simili è appunto, come osserva spesso Platone, la condizione della filosofia”; “la parola volontà, che a noi, come una parola magica, deve svelare l’intima essenza di ogni cosa della natura, non indica affatto un’entità sconosciuta conseguita per via deduttiva, bensì qualcosa che viene conosciuto in modo immediato e che è conosciuto così bene che noi sappiamo e comprendiamo che cosa la volontà sia molto meglio di qualsiasi altra cosa. […] voglio che ogni cosa della natura sia pensata come volontà” anziché come forza.
  7. [La volontà] “è una, ma non come è uno un oggetto, il cui esser-uno può esser conosciuto solo in forza del contrasto con la molteplicità possibile; e nemmeno come è uno un concetto, il quale prende forma dalla molteplicità solo grazie all’astrazione: è una, invece, in quanto si trova al di fuori del tempo e dello spazio”; “l’individuo, la persona, non è volontà come cosa in se, ma, appunto, fenomeno della volontà, e come tale già determinato e già passato nella forma del fenomeno, il principio di ragione.”; definizione di causa (o motivo) e stimolo.
  8. “[…] quanto più una conoscenza è necessaria, quanto più c’è in essa qualcosa che non si lascia pensare e rappresentare in modo diverso – come, per esempio, le relazioni spaziali –, quanto più essa diventa chiara e soddisfacente, tanto meno contenuto oggettivo, o tanto meno realtà autentica, c’è in essa; e, viceversa, quanto più grande è in essa lo spazio di ciò che dev’esser ritenuto del tutto contingente, quanto più ci costringe ad accettare ciò che è dato in modo meramente empirico, tanta più realtà autenticamente oggettiva ed effettivamente reale c’è in essa; ma, allo stesso tempo, tanto più vi è in essa di inspiegabile, ossia di non derivabile da altro.”; “in ogni cosa della natura c’è qualcosa di cui non possa essere indicata alcuna ragione, di cui non è possibile fornire alcuna spiegazione, di cui non è possibile ricercare alcuna causa ulteriore: e questa è la modalità specifica del suo agire, ossia proprio la sua modalità di esistenza, la sua essenza. È vero che di ogni singola azione di una cosa è possibile stabilire una causa dalla quale ricavare che essa deve agire proprio in un determinato tempo e in un determinato luogo, ma non se ne può stabilire nessuna che ci consenta di ricavare che essa in generale, agisce e che agisce proprio come agisce.”
  9. “Per idea intendo dunque ogni determinato e stabile livello di oggettivazione della volontà, in quanto esso è cosa in sé ed è quindi estraneo alla molteplicità, livelli che costituiscono per le singole cose le forme eterne, o i loro modelli ideali.”
  10. Le differenti gradazioni di oggettivazione della volontà.
  11. L’eziologia si occupa del particolare, la filosofia dell’universale; critica al materialismo della natura; “ogni organismo rappresenta l’idea della quale è immagine solo rinunciando a quelle parti della sua forza utilizzate per vincere le idee inferiori che gli contendono la materia”; “Così vediamo dovunque nella natura conflitto, lotta e alternanza di vittorie, e proprio in questo, d’ora in avanti, riconosceremo più chiaramente l’essenziale discordia della volontà con se stessa. Ogni grado di oggettivazione della volontà contende all’altro la materia, lo spazio, il tempo. […] Questo conflitto si perpetua in tutta quanta la natura; di più: è solo grazie ad esso che la natura esiste”; “La sicurezza e la regolarità, sinora infallibili, con cui la volontà agiva nella natura inorganica e semplicemente vegetativa, derivavano dal fatto che essa operava, nella sua essenza originaria, come impulso cieco, come volontà, senza l’aiuto ma anche senza il disturbo di un secondo mondo del tutto diverso, il mondo della rappresentazione”.
  12. “Proviamo ora ad applicare ciò che abbiamo detto alla considerazione teleologica degli organismi, in quanto essa concerne la loro interiore conformità al fine. Se nella natura inorganica l’idea, che va considerata sempre come un singolo atto di volontà, si manifesta solo in una singola espressione sempre uguale, sì che si può dire che qui il carattere empirico partecipa immediatamente dell’unità del carattere intelligibile, quasi facendo tutt’uno con esso, per questo qui non si può mostrare alcuna interna conformità al fine. Se, al contrario, tutti gli organismi esprimono la loro idea per mezzo di una successione di momenti che si sviluppano l’uno dopo l’altro, condizionata da una varietà di parti diverse che si trovano l’una accanto all’altra, la somma delle manifestazioni del loro carattere empirico è espressione di quello intelligibile soltanto nell’insieme; sì che questa necessaria giustapposizione delle parti e questa necessaria successione dello sviluppo non sopprimono affatto l’unità dell’idea che si manifesta, l’unità dell’atto di volontà che si esprime; piuttosto, questa unità trova ora la sua espressione nella relazione e nella concatenazione necessarie che legano l’una all’altra quelle parti e quegli sviluppi secondo la legge di causalità.”; “In generale, dunque, l’istinto degli animali costituisce l’introduzione migliore a una comprensione della teleologia della natura. Infatti, come l’istinto è un agire simile a quello prodotto dal concetto della finalità, pur non avendone alcuno, così ogni figura della natura è simile a quelle che rispondono a un concetto di finalità, e persino quando ne è priva. Nella teleologia della natura esterna come in quella interna, infatti, ciò che dobbiamo pensare come mezzo e come scopo è sempre e solo la manifestazione fenomenica dell’unità dell’unica volontà che, da questo punto di vista, è in armonia con se stessa, una manifestazione che si è moltiplicata per rispondere al nostro modo di conoscere nello spazio e e nel tempo.” L’armonia instaurata si limita all’equilibrio tra specie e tra forze universali della natura, ma per gli individui e i fenomeni vale il conflitto di cui sopra.
  13. “Perciò ogni uomo ha sempre scopi e motivi determinati, in base ai quali orienta la propria condotta, e sa dar ragione in ogni momento di ogni sua singola azione; se però gli chiedessimo perché egli, in generale, voglia, o perché egli, in generale, voglia esistere, non avrebbe più alcuna risposta, e piuttosto gli apparirebbe insensata la domanda; proprio in ciò si esprimerebbe la coscienza che egli stesso non è altro che volontà, il cui volere, in generale, si comprende da sé e ha bisogno di una più precisa determinazione soltanto nei suoi singoli atti, nei singoli istanti del tempo.”
LIBRO TERZO
  1. “[…] dato però che esso [il principio di ragione] è la forma che subordina a sé l’intera conoscenza del soggetto, in quanto conosce come individuo, anche le idee si verranno a trovare del tutto al di fuori della sfera di conoscenza dell’individuo in quanto tale. Se quindi si vuole che le idee diventino oggetto di conoscenza, sarà necessario che nel soggetto conoscente l’individualità venga soppressa.”
  2. Descrizione della similitudine di pensiero tra la cosa in sé kantiana e le idee platoniche [“forma permanente di tutte le cose della stessa specie”, par.38].
  3. Precisazione sull’ultimo punto: l’idea platonica conserva la propria natura di oggetto, mentre la cosa in sé deve staccarsi dall’essere-oggetto-per-un-soggetto. “Il principio di ragione è dunque ancora una volta la forma di cui si rivede l’idea quando ricade nella conoscenza del soggetto in quanto individuo. La singola cosa che si manifesta in conformità al principio di ragione è dunque solo un’oggettivazione mediata della cosa in sé (che è la volontà), ed è tra l’una e l’altra che si colloca l’idea come unica oggettità immediata della volontà, in quanto non ha assunto alcun’altra forma del conoscere come tale se non quella della rappresentazione in generale, ossia quella dell’essere oggetto per un soggetto.”
  4. “La conoscenza rimane di regola sempre sottomessa alla volontà; […] Negli animali questo asservimento della conoscenza alla volontà è ineliminabile. Negli uomini può esserlo, ma solo in via eccezionale”.
  5. “Il passaggio dalla conoscenza delle singole cose alla conoscenza dell’idea, che è possibile però, come si è detto, solo come eccezione, si verifica improvvisamente: la conoscenza si stacca dal servizio della volontà e, proprio per questo, il soggetto cessa di essere puramente individuale ed è ora il soggetto puro della conoscenza, quel soggetto privo di volontà che non insegue più le relazioni conformi al principio di ragione, ma si acquieta ed è come assorbito nella ferma contemplazione dell’oggetto che gli sta dinanzi, al di fuori delle sue connessioni con qualche altro oggetto.”; “allo stesso tempo, chi è assorto in questa contemplazione [immersione nell’intuizione] non è più individuo, appunto perché l’individuo si è annullato proprio in questa contemplazione; egli è invece soggetto conoscente puro, libero dalla volontà, dal dolore, dal tempo.”; “Non appena il conoscere, il mondo come rappresentazione, è tolto, non resta altro se non la semplice volontà, il cieco impulso. Il suo oggettivarsi, il suo divenire rappresentazione, pone in un solo colpo sia il soggetto sia l’oggetto”.
  6. L’essenzialità della volontà, della cosa in sé, e l’inessenzialità del mondo come rappresentazione.
  7. “[L’arte] riproduce le idee eterne, cogliendole in modo puramente contemplativo; riproduce ciò che vi è di essenziale e di permanente in tutti i fenomeni del mondo e, a secondo della materia in cui le riproduce, si presenta come arte figurativa, poesia o musica. Sua unica origine è la conoscenza delle idee, suo unico scopo la comunicazione di questa conoscenza.” “La genialità è quindi l’attitudine a mantenersi nel puro intuire, a perdersi nell’intuizione, e a liberare la conoscenza, che originariamente esiste solo per essere al servizio della volontà, dall’asservimento ad essa; è cioè il perdere completamente di vista il suo interesse, il suo voler, i suoi scopi, spogliandosi del tutto, per un certo tempo, della sua personalità, per rimanere come puro soggetto conoscente, chiaro occhio del mondo”; un identikit del genio; genialità e follia; follia come spezzarsi del filo della memoria.
  8. “Dobbiamo ammettere che la capacità di riconoscere nelle cose le loro idee, spogliandosi così per un istante della propria personalità, sia presente in tutti gli uomini, a meno che non esista qualcuno che sia del tutto incapace di un godimento estetico. Il genio, rispetto agli altri, ha solo il vantaggio di possedere quella capacità a un grado più elevato e in modo più stabile, il che gli permette di unire ad essa la riflessione necessaria a riprodurre in un’opera creata a proprio arbitrio ciò che egli ha conosciuto in questo modo: questa riproduzione costituisce l’opera d’arte.”
  9. “Ogni volere scaturisce dal bisogno, dunque dalla mancanza, dunque dalla sofferenza.” “Una soddisfazione duratura e immodificabile non ce la può dare il conseguimento dell’oggetto del volere, qualsiasi esso sia”; breve trattazione dei sensi nell’esperienza estetica.
  10. L’esperienza del sublime: “Ciò che dunque distingue il sentimento del sublime da quello del bello è che nel bello il puro conoscere ha preso il sopravvento senza lotta […] nel sublime invece quello stato del puro conoscere viene conseguito anzitutto solo attraverso un distacco cosciente e violento da quelle relazioni del medesimo oggetto con la volontà che sono conosciute come sfavorevoli, attraverso un libero, cosciente elevarsi al di sopra della volontà e della conoscenza che ad essa si riferisce.”
  11. L’opposto del sublime: il seducente, ovvero ciò che eccita la volontà con una promessa di immediata soddisfazione.
  12. “Dato che da una parte ogni cosa data può essere considerata in modo puramente oggettivo e al di fuori di tutte le relazioni; e dato che, dall’altra, in ogni cosa, qualsiasi sia il grado della sua oggettità, si manifesta la volontà, sì che ogni cosa è perciò espressione di un’idea; ne segue anche che ogni cosa è bella. […] Ma una cosa è più bella di un’altra se facilita una conoscenza puramente oggettiva, se le va incontro, se addirittura sembra quasi costringerla a presentarsi: in questo caso noi diciamo che è molto bella.”; differenze con la dottrina platonica delle idee.
  13. “La fonte del godimento estetico risiederà nondimeno ora più nella percezione dell’idea conosciuta, ora più nella beatitudine e nella serenità spirituale del puro conoscere che si è reso libero da ogni volere e, perciò, da ogni individualità e dalle pene che essa produce; e, in effetti, questa prevalenza dell’uno o dell’altro aspetto del piacere estetico dipenderà dal grado più o meno elevato di oggettità della volontà contenuto nell’idea che viene colta intuitivamente.”
  14. “Della materia come tale non è possibile alcuna rappresentazione intuitiva, ma unicamente un concetto astratto: nella rappresentazione intuitiva, infatti, si presentano solo le forme e le qualità il cui sostegno è la materia e nelle quali si manifestano le idee”; “la materia è l’anello di congiunzione tra l’idea e il principio individuationis, che è la forma della conoscenza dell’individuo, ossia il principio di ragione”; “la lotta tra gravità e solidità è l’unico elemento estetico dell’architettura in quanto arte bella: portare in diversi modi alla piena visibilità questa lotta è il suo compito.”
  15. Arte del giardinaggio, pittura paesaggistica; pittura e scultura degli animali, e loro contemplazione.
  16. “Quella della bellezza umana è un’espressione oggettiva che designa la più compiuta oggettivazione della volontà al grado più alto della sua conoscibilità, l’idea dell’uomo in generale, espressa compiutamente nella forma intuita”. “Ma l’arte, come opera? Imitando la natura, si crede. Ma come potrebbe l’artista riconoscere l’opera ben riuscita e imitarla, sciogliendola in mezzo a quelle malriuscite, se già non possedesse una nozione del bello anteriore all’esperienza?”; “Questa anticipazione è l’ideale: l’Idea, in quanto essa viene, quanto meno per metà, consociata a priori e, contribuendo come tale a completare ciò che in natura è dato a posteriori, diventa pratica per l’arte”. “Come dunque la bellezza è la raffigurazione adeguata della volontà in generale attraverso il suo semplice fenomeno nello spazio, così la grazia è la raffigurazione adeguata della volontà attraverso il suo fenomeno nel tempo, ossia è l’espressione del tutto corretta e appropriata di ciascun atto della volontà attraverso il movimento e la posizione in cui si oggettiva”. “Le arti, quindi, il cui fine è quello di rappresentare l’idea dell’umanità, hanno come compito quello di esprimere, con la bellezza, come carattere della specie, anche il carattere dell’individuo, ossia quello che viene chiamato carattere in senso proprio; e quest’ultimo, a sua volta, solo in quanto non sia considerato come un che di casuale, come una peculiarità che appartenga in tutto e per tutto all’individuo nella sua singolarità, bensì come un aspetto dell’idea di umanità che si manifesta in modo particolare proprio in questo individuo determinato, la raffigurazione del quale, perciò, è utile alla rivelazione di quell’idea.”
  17. Sul mancato grido del Laocoonte.
  18. Drappeggi scultorei e arte oratoria.
  19. “Nell’arte solo il significato interiore ha valore; quello esteriore vale nella storia. Entrambi sono del tutto indipendenti l’uno dall’altro, e possono sia presentarsi assieme sia apparire da soli. Un’azione altamente significativa per la storia può essere molto comune e banale quanto al suo significato interiore: e, viceversa, una scena della vita quotidiana può avere un grande significato interiore, se in essa si manifestano degli individui umani e un agire e un volere umani, fino alle pieghe più nascoste, in una luce limpida e chiara.”
  20. “Il concetto è astratto, discorsivo, del tutto indeterminato all’interno della sua sfera, e determinato solo entro i suoi confini, raggiungibile e comprensibile da chiunque possieda la sola ragione, comunicabile a parole senza alcun’altra mediazione, esaurito per intero dalla propria definizione. L’Idea, invece, che in ogni caso va definita come la rappresentante adeguata del concetto, p de tutto intuitiva e, sebbene rappresenti una quantità infinita di singole cose, tuttavia è assolutamente determinata; essa non è conosciuta dall’individuo come tale, ma solo da chi si sia elevato, superando ogni volere e ogni individualità, alla condizione di puro soggetto del conoscere […] l’idea perciò non è comunicabile direttamente, ma solo in modo condizionato, in quanto idea concepita e riprodotta nell’arte essa parla a ciascuno solo secondo la misura del suo valore intellettuale”; “L’idea è l’unità frantumata della molteplicità, per mezzo della forma temporale e spaziale della nostra apprensione intuitiva: invece il concetto è l’unità nuovamente ricostruita dalla molteplicità, per mezzo dell’astrazione di cui è capace la nostra ragione: quest’ultima può venir indicata come unitas post rem, quella come unitas ante rem. Infine, la differenza tra concetto e idea si può esprimere anche con una similitudine, dicendo: il concetto è come un recipiente inanimato nel quale le cose che abbiamo riposto stanno effettivamente l’una accanto all’altra, ma dal quale non si può tirar fuori (attraverso i giudizi analitici) nulla di più di ciò che (attraverso la riflessione sintetica) abbiamo riposto in esso; l’idea, invece, sviluppa in chi l’ha concepita delle rappresentazioni che, dal punto di vista del concetto corrispondente, sono nuove: somiglia a un organismo vivente, capace di svilupparsi e di procreare, che produce ciò che non era stato introdotto in esso”. Solo l’idea è fertile per l’arte, a differenza del concetto. “In ogni tempo e in ogni arte la maniera prende il posto dello spirito, che è sempre una prerogativa di pochi: la maniera, però, è il vecchio abito smesso di quella manifestazione dello spirito che si è presentata per ultima e che è stata riconosciuta come tale. In conseguenza di tutto ciò, il plauso della posterità, di regola, non si acquista altrimenti che sacrificando il plauso del proprio tempo, e viceversa”.
  21. Allegoria come espressione di un concetto; “il passaggio dall’idea al concetto è sempre una caduta”. “Se tra la cosa raffigurata e il concetto che per mezzo di essa viene significato non c’è alcun collegamento fondato sulla sussunzione sotto a quel concetto o sulla associazione delle idee, ma il segno e ciò che viene contrassegnato stanno in una connessione del tutto convenzionale, che si verifica grazie a un accostamento di fatto verificatosi casualmente, allora io chiamo simbolo questa sottospecie dell’allegoria.” “Ma l’allegoria ha con la poesia una relazione del tutto diversa da quella che ha con le arti figurative e, se in quest’ultime va respinta, in essa è invece del tutto ammissibile e opportuna. Poiché nelle arti figurative essa porta dal dato intuitivo, che è l’autentico oggetto di ogni arte, al pensiero astratto; nella poesia invece la relazione è rovesciata: qui ciò che è dato immediatamente nelle parole è il concetto, e il fine più prossimo è quello di condurre ogni volta da quest’ultimo al dato intuitivo, della cui raffigurazione deve farsi carico la fantasia dell’ascoltatore”. “Proprio perché ogni connessione simbolica si basa, in fondo, su una convenzione, il simbolo ha, tra gli altri difetti, anche quello che il suo significato, con il tempo, viene progressivamente dimenticato, fino a che va del tutto perduto”.
  22. Differenza tra lo storico e il poeta – il primo traccia relazioni tra azioni umane che hanno prodotto particolari conseguenze, e parla pertanto di uomini; il secondo coglie l’essenza dell’uomo. L’autobiografia; la canzone; “Il dispiegamento e l’esplicitazione dell’idea che si esprime nell’oggetto di ogni arte, della volontà che si oggettiva in ciascuno dei gradi, è lo scopo comune a tutte le arti. La vita dell’uomo, come il più delle volte si mostra nella realtà, è simile all’acqua così come essa si mostra il più delle volte, nello stagno e nel fiume; ma nell’epopea, nel romanzo e nella tragedia vengono selezionati dei caratteri, i quali vengono posti in circostanze capaci di sviluppare tutte le loro caratteristiche: le profondità dell’animo umano si dischiudono e si rendono visibili in azioni straordinarie e dense di significato”. “Il vero senso della tragedia è la comprensione, ben più profonda, che l’eroe non espia i propri peccati personali, bensì il peccato originale, ossia la colpa in qui consiste l’esistenza stessa: Poiché la più grave colpa dell’uomo / è quella di essere nato”. I tre generi della tragedia; “l’ultima specie ci mostra invece che le forze che distruggono la felicità e la vita possono a ogni istante aprirsi il cammino anche verso di noi, dal che comprendiamo che il dolore più grande è prodotto da un intreccio di circostanze la cui essenza potrebbe appartenere anche al nostro destino, e da azioni che forse anche noi saremmo capaci di commettere, sì che non potremo accusare nessuno di aver commesso ingiustizia: ed ecco che ci vengono i brividi e ci sentiamo già in mezzo all’inferno.”
  23. “La musica è infatti un’oggettivazione, un’immagine della volontà nella sua interezza immediata come il mondo stesso, anzi, come le idee, la cui molteplice manifestazione fenomenica costituisce il mondo delle cose particolari. La musica non è dunque in nessun modo, come sono le altre arti, l’immagine delle idee, bensì l’immagine della volontà stessa, della quale anche le idee sono oggettità”. La melodia racconta “la storia della volontà”. “La musica non esprime i fenomeni, ma solo l’intima essenza, l’in-sé in ogni fenomeno, la volontà stessa. Essa perciò non manifesta questa o quella gioia particolare e determinata, questa o quella afflizione, o questo o quel dolore, terrore, giubilo, allegria, quiete interiore, bensì la gioia, l’afflizione, il dolore, il terrore, il giubilo, l’allegria, la quiete interiore in se stessi, in qualche modo in abstracto: ci dà la loro stessa essenza, senza accessori, e dunque anche senza motivi”. “La sua [della musica] universalità non è però affatto la vuota universalità dell’astrazione: è di tutt’altro genere, ed è unita a una determinatezza perennemente chiara”. “troveremo che una filosofia morale pura, che prescinda dalla spiegazione della natura, come Socrate la voleva introdurre, è del tutto analoga a una melodia senza armonia, come Rousseau solamente la voleva, e che, al contrario, una fisica e una metafisica pure, prive di un’etica, corrisponderebbero a una semplice armonia priva di melodia”.
LIBRO QUARTO
  1. “Tutta la filosofia è sempre teoretica, in quanto, qualsiasi sia l’oggetto di ricerca immediato, le è essenziale assumere l’atteggiamento della contemplazione pura e proporsi di indagare, non di prescrivere. Invece quella di diventare pratica, di guidare le azioni, di modificare il carattere, è una vecchia pretesa alla quale, dopo un più maturo esame, essa dovrebbe finalmente rinunciare. […] La virtù non si insegna più di quanto non si insegni il genio: anzi, in essa, come nell’arte, il concetto è sterile e può essere utilizzato solo come strumento”. L’etica schopenhaueriana non conterrà dunque alcuna nozione di dovere. “È davvero una contraddizione evidente dire che la volontà è libera e tuttavia prescriverle delle leggi secondo le quali essa deve volere”. “Il nostro sforzo filosofico può giungere soltanto a interpretare e a spiegare nella sua essenza più profonda e nel suo contenuto l’agire degli uomini e le massime così diverse, o addirittura contraddittorie, delle quali esso è l’espressione vivente […] portando la loro essenza più profonda alla chiarezza della conoscenza astratta. Così facendo, la nostra filosofia affermerà la medesima immanenza che è stata affermata da tutta la trattazione precedente”. Critica allo storicismo: “ogni filosofia storica di questo genere, per quanto si dia delle arie [Hegel], prende il tempo, come se Kant non fosse mai esistito, per una determinazione della cosa in sé […] e questo è proprio il genere di conoscenza che si rimette al principio di ragione, con la quale non si giunge mai all’essenza profonda delle cose, ma non si fa altro che inseguire all’infinito i fenomeni”. “L’autentica considerazione filosofica del mondo, quella cioè che ci insegna a cogliere l’essenza profonda e ci conduce così al di là del fenomeno, è appunto quella che non chiede da dove e verso dove e perché, bensì sempre e innanzitutto il che del mondo: essa considera le cose non già secondo una delle quattro forme del principio di ragione, ma viceversa ha per oggetto proprio ciò che di esse rimane dopo ce abbiamo loro sottratto tutto ciò che è sottoposto a quel principio”.
  2. “È per mezzo del mondo della rappresentazione, che si è fatto avanti e si è sviluppato al suo [della volontà] servizio, che essa [la volontà] ottiene la conoscenza del proprio volere e di che cosa sia ciò che essa vuole: ciò che essa vuole, infatti, altro non è che questo mondo, la vita proprio così come si presenta. Per questa ragione abbiamo detto che il mondo fenomenico è il suo specchio, la sua oggettità; e ciò che la volontà vuole sempre è la vita, proprio perché la vita altro non è che la raffigurazione della volontà per la rappresentazione; così è indifferente ed è un semplice pleonasmo se, invece di dire semplicemente ‘volontà’, diciamo ‘volontà di vivere’”. Dal punto di vista della volontà e dal punto di vista del soggetto che conosce, ovvero dell uomo stesso che riconosce se stesso come volontà, vita e morte non sono che due facce della stessa volontà di vita, cui solamente il fenomeno è esposto: “L’individuo […] per la natura non ha alcun valore, né lo può avere, dato che il suo regno è costituito da un tempo infinito, da uno spazio infinito e, in essi, da un numero infinito di individui possibili; essa perciò è pronta in ogni momento a lasciar cadere l’individuo il quale, in conseguenza di ciò, non solo è esposto in mille modi, per i casi più insignificanti, al rischio della distruzione, ma ad essa è già destinato e originariamente condotto dalla natura stessa, a partire dall’istante in cui egli abbia contribuito alla conservazione della specie. Con questo la natura esprime in modo del tutto spontaneo la grande verità secondo la quale solo le idee [le specie] e non gli individui hanno un’autentica realtà, ossia costituiscono la perfetta oggettità della natura”. “La forma del fenomeno della volontà, cioè la forma della vita o della realtà, è costituita propriamente solo dal presente, non dal futuro né dal passato: questi ultimi esistono solo nel concetto”. “Il presente è costituito solo dal punto di contatto dell’oggetto, la cui forma è il tempo, con il soggetto, che non ha come forma nessuna delle figure del principio di ragione. Ora, ogni oggetto è volontà che è diventata rappresentazione, e il soggetto è il necessario correlato dell’oggetto; oggetti reali si danno però soltanto nel presente: il passato e il futuro contengono meri concetti e meri fantasmi, dal che segue che la forma essenziale del fenomeno della volontà, inseparabile da essa, è il presente.” “Il tempo somiglia a una corrente inarrestabile, il presente a una roccia contro la quale la corrente si infrange senza tuttavia trascinarla via con sé.” “Anche nell’uomo, come nell’animale che non pensa, regna come stato durevole quella certezza che scaturisce dalla più profonda coscienza, che egli è la natura, è il mondo stesso; una certezza in virtù della quale il pensiero di una morte sicura e sempre imminente non inquieta visibilmente nessuno e, al contrario, ciascuno tira a campare come se dovesse vivere in eterno; […] ciascuno invece riconosce in effetti quella certezza [quella della morte] solo in abstracto e sul piano teoretico, ma la mette da parte come le altre verità che hanno valore teoretico ma che non sono utilizzabili nella prassi, senza farla diventare parte della propria coscienza vivente.” “Ciò che abbiamo ora portato a chiara conoscenza, ossia il fatto che, sebbene il fenomeno della volontà abbia un inizio nel tempo e una fine nel tempo, la volontà stessa, come cosa in sé, non ne viene affatto colpita, e non lo è neppure il correlato dell’oggetto, il conoscente che non viene mai conosciuto, il soggetto, e che alla volontà di vita è sempre assicurata la vita: tutto questo, dico, non va confuso con le dottrine che affermano la sopravvivenza dell’individuo. Poiché alla volontà, considerata come cosa in sé, come anche al puro soggetto del conoscere, all’eterno occhio del mondo, non appartengono né un permanere né un passare, dato che queste sono determinazioni che valgono soltanto nel tempo, mentre la volontà e il soggetto si trovano al di fuori del tempo. Perciò l’egoismo dell’individuo (di questo singolo fenomeno della volontà illuminato dal soggetto del conoscere) non potrà ricavare dalla nostra precedente concezione alcun nutrimento e alcun conforto per il proprio desiderio di affermare se stesso in un tempo infinito, come non ne potrà ricavare dalla conoscenza che dopo la sua morte il resto del mondo esterno continuerà comunque a esistere nel tempo, il che altro non è che l’espressione della medesima concezione, considerata però da un punto di vista oggettivo e perciò temporale. poiché è vero che ciascun individuo è transitorio solo in quanto fenomeno e che, al contrario, come cosa in sé è senza tempo e dunque senza fine; ma è anche vero che soltanto come fenomeno esso si distingue dal resto delle cose del mondo, mentre come cosa in sé esso è la volontà che appare in tutto, e la morte rimuove l’inganno che separa la sua coscienza da quella dell’universalità delle altre cose: ecco la permanenza. Il suo non esser toccato dalla morte, che all’individuo spetta solo in quanto cosa in sé, coincide, per ciò che concerne il fenomeno, con la permanenza del rimanente mondo esterno.” “La negazione della volontà di vivere si mostra quando, a partire da quella [la conoscenza chiara dell’essenza della volontà] conoscenza, il volere ha fine, quando i singoli fenomeni conosciuti non agiscono più come motivi della volontà, ma al contrario l’intera conoscenza dell’essenza del mondo, che rispecchia la volontà, risultata dalla comprensione delle idee, diventa un quietivo della volontà e, in questo modo, la volontà sopprime liberamente se stessa.” La conoscenza teoretica deve rimanere tale poiché la volontà è intrinsecamente libera, e non può essere diretta, ma solo chiarita.
  3. “Il concetto di libertà è dunque propriamente un concetto negativo, stante che il suo contenuto è solo la negazione della necessità, ossia della relazione della conseguenza con la propria ragione, in conformità al principio di ragione.” “Alla fine di tutta la nostra trattazione verrà però in chiaro che, per mezzo della stessa conoscenza, quando la volontà la riferisce a se stesa, diventano possibili anche una soppressione e un autoannientamento della volontà stessa nel suo fenomeno più perfetto [l’uomo]; in questo modo la libertà, che, diversamente, apparendo solo nella cosa in sé, non si potrebbe mai mostrare nel fenomeno, in qualche modo si manifesta anche in esso e, togliendo l’essenza che sta a fondamento del fenomeno, mentre quest’ultimo continua ancora a durare nel tempo, produce una contraddizione del fenomeno con se stesso, giunge sino a presentare i fenomeni della santità e dell’abnegazione.” “Ciascuno può essere ritenuto a priori (il che qui significa secondo il suo sentimento originario) libero anche in ciascuna delle sue azioni, nel senso che, in ogni caso determinato, può compiere un’azione qualsiasi, e solo a posteriori, in forza dell’esperienza e della meditazione sull’esperienza, riconosce che la sua condotta è prodotta del tutto necessariamente dall’incontro del carattere con i motivi.” “Il carattere intelligibile – in forza del quale, a partire da motivi dati, solo una decisione è possibile, decisione che, di conseguenza, è necessaria – non cade sotto la conoscenza dell’intelletto; è solo il carattere empirico, invece, che gli viene noto gradualmente, per mezzo della successione dei suoi singoli atti.” “Nella sfera dell’intelletto la decisione entra però in modo del tutto empirico, come spinta finale della cosa; essa tuttavia proviene dalla natura profonda, dal carattere intelligibile della volontà individuale nel suo conflitto con certi dati motivi, e si verifica perciò con assoluta necessità. In tutto questo l’intelletto non può fare altro che illuminare da ogni parte e in modo penetrante la natura dei motivi, ma non ha la capacità di determinare la volontà stessa: essa gli resta del tutto inaccessibile, e anzi, come abbiamo visto, addirittura imperscrutabile.” “L’affermazione di una libertà empirica della volontà, di un liberum arbitrium indifferentiae, è legata nel modo più stretto alla concezione che pone l’essenza dell’uomo in un’anima la quale sarebbe, originariamente, un essere che conosce, anzi, propriamente, un astratto essere che pensa, e solo in seguito anche un essere che vuole; con il che si attribuisce alla volontà una natura secondaria, mentre al contrario, nella verità, è la coscienza a essere secondaria.” “Tutto ciò che è in loro [dei motivi] potere è dunque di modificare la direzione del suo [della volontà] tendere, ossia far sì che essa cerchi per un’altra via ciò che ha invariabilmente cercato prima.”3)Con questa apertura al fatto che i motivi non possano influenzare l’essenza della volontà, ma che possano ciononostante indirizzare il modo in cui tale volontà si porta a compimento nell’individuo – mi suona infatti strano parlare della volontà come di qualche cosa che vuole un oggetto, un fine: la volontà in sé non dovrebbe essere piuttosto un puro volere? questa determinazione del volere in vista di qualche cosa pare proietti la volontà essenziale di Schopenhauer nel regno del principio di ragione, togliendole pertanto quella volontà e quella necessità ontologica così cara all’autore – Schopenhauer indica la possibilità che i motivi abbiano di fatto un’impatto sul modo in cui la volontà si esprime, che è affatto di scarsa importanza per l’individuo, che cercherà il modo più semplice e apportatore di minor sofferenza. Appare contraddittorio l’affermazione secondo la quale “la sua condotta può variare al variare del tempo, la sua volontà resta però la stessa”: abbiamo capito che il suo obiettivo principale rimane lo stesso, ma che possono cambiare i mezzi per raggiungerlo sotto l’influenza di particolari motivi; eppure qui si tratta ancora di capire come possa la volontà oggettivata volere qualche cosa, e in questo caso possiamo ancora considerarla volontà pura. All’intelletto sembra importare poco che vi sia una volontà sottostante immutabile, se di fatto alcuni motivi possono influenzare il corso della volontà oggettivata, la quale è effettivamente l’unica di cui l’intelletto si cura nel corso della propria vita. “Il pentimento non sorge mai da un mutamento (peraltro impossibile) della volontà, ma da un mutamento della conoscenza. […] Io perciò non posso mai pentirmi di ciò che ho voluto, ma posso ben pentirmi di ciò che ho fatto; perché, guidato da falsi concetti, posso aver fatto cose non conformi a ciò che la mia volontà vuole.”4)Si noti come tale ragionamento sia puramente astratto; infatti: “È solo nella riflessione che il volere e l’agire sono distinti: nella realtà essi sono una cosa sola.” (par.18) “Il pentimento è dunque sempre una conoscenza divenuta corretta della relazione tra l’azione e la vera intenzione.” “La volontà, che si manifesta solo nel tempo, ossia attraverso le azioni, trova un ostacolo analogo nella conoscenza che raramente le fornisce dei dati del tutto corretti; ne segue che all’azione viene a mancare una piena corrispondenza con la volontà, il che prepara il pentimento.” 5)Quest’asserzione sul fatto che all’azione viene a mancare corrispondenza con la volontà rimanda alla citazione precedente, ovvero che tale inferenza si presenti solo alla riflessione; si crea qui però una contraddizione con l’affermazione precedente, in quanto l’unità di volere e agire potrebbe a sua volta essere vera alla luce della riflessione, e null’altro. “Sebbene l’animale e l’uomo vengano determinati in modo ugualmente necessario dai motivi, l’uomo possiede, ciononostante, una piena facoltà di scelta che all’animale manca e che spesso è stata anche scambiata per una libertà della volontà nelle singole azioni, mentre non è altro che la possibilità di un conflitto combattuto strenuamente fra una molteplicità di motivi, dei quali quello più forte alla fine determina la volontà in modo necessario.”6)psicologia morale empirista alla Hume “Il desiderio è solo la conseguenza necessaria dell’impressione presente, sia che risulti da uno stimolo esterno, sia che risulti da uno stato d’animo interiore passeggero, ed è perciò immediatamente necessario e privo di riflessione tanto quanto l’agire degli animali; esprime perciò, come quello, solo il carattere della specie e non quello dell’individuo, ossia delinea solo ciò che sarebbe capace di fare l’uomo in generale, e non l’individuo che prova quel desiderio. Soltanto l’azione – dato che, già per il fatto di essere un atto umano, richiede sempre una riflessione sicura, e dato inoltre che l’uomo di regola è padrone della propria ragione, […] – è l’espressione della massima intelligibile della propria condotta, il risultato della sua volontà più profonda, e si presenta come una lettera della parola che designa il suo carattere empirico, il quale, da canto suo, è solo l’espressione temporale del suo carattere intelligibile.” “Essa [la capacità di scelta] è sì l‘occasione per la completa espressione del carattere individuale, e tuttavia non deve essere considerata in nessun modo come la libertà del singolo volere particolare, ossia com indipendenza dalla legge di causalità, la cui necessità si estende all’uomo come a ogni altro fenomeno.” “La riflessione sull’immodificabilità del carattere, sull’unicità della fonte da cui sgorgano tutte le nostre azioni, non ha il potere di indurci ad anticipare, a favore dell’una o dell’altra parte, la risoluzione corrispondente al carattere stesso: solo dopo che la decisione sia stata presa noi saremo in condizione di vedere di quale stoffa siamo fatti e di specchiarci nelle nostre azioni. […] siamo costretti a sforzarci e a combattere nel tempo, in modo che l’immagine che realizziamo con le nostre azioni sia tale che la sua vista ci tranquillizzi il più possibile e non ci angosci.” “È solo dall’esperienza che dobbiamo imparare ciò che vogliamo e ciò che possiamo: prima non lo sappiamo, non abbiamo carattere e finiamo spesso per essere ricacciati dalla durezza degli eventi sul cammino che ci appartiene. Solo una volta che, alla fine, lo abbiamo imparato, abbiamo acquisito quello che nel mondo è detto carattere, ossia il carattere acquisito. Quest’ultimo, quindi, altro non è che la conoscenza il più possibile completa dell’individualità che ci è propria: esso è l’astratto, e perciò chiaro, sapere delle qualità immodificabili del nostro carattere empirico e della misura e della direzione delle nostre forze spirituali e fisiche, vale a dire tutti i lati forti e i lati deboli dell’individualità che ci è propria.” “ Poiché l’uomo nella sua interezza è solo il fenomeno della propria volontà, non c’è nulla di più assurdo che voler essere, abbandonando la riflessione, qualcosa di diverso da ciò che si è: questo costituisce infatti un’immediata contraddizione della volontà con se stessa.” “Nulla ci riconcilia in modo così deciso con la necessità, esterna o interna che sia, quanto in conoscerla con chiarezza.”
  4. Poiché la volontà scaturisce dalla mancanza e tende continuamente all’appagamento, e poiché quest’ultimo non è duraturo, essa permane in uno stato di sofferenza. La sofferenza, inoltre, aumenta in intensità man mano in relazione all’intelligenza; la vita come dolore.
  5. Il pendolo della noia e della sofferenza; per l’uomo “ottuso”, ovvero non particolarmente propenso alla vita intellettuale, qualcosa risulta interessante, elimina la noia, solo se riesce a stimolare la volontà; riconoscere il dolore come inevitabile e intrinsecamente proprio della vita può “attenuare l’inquietudine” e stimolare una posizione di “imperturbabilità stoica”. Sulla permanenza del carattere e degli stati psicologici caratteristici della persona in mezzo a gioie, dolori e condizioni esterne. “La misura complessiva del nostro dolore e del nostro benessere, secondo la nostra ipotesi, è determinata soggettivamente per ogni istante del tempo, e, in rapporto ad essa, ogni motivo esteriore di afflizione è solo ciò che per il corpo è un vescicante, che attrae a sé tutti gli umori maligni i quali, altrimenti, resterebbero dispersi in tutto il corpo.”
  6. “Ogni soddisfazione, o, come si dice di solito, ogni felicità, è propriamente ed essenzialmente sempre e solo negativa e per nulla affatto positiva. Non è una felicità originaria, né è penetrata in noi di per se stessa, ma deve sempre essere la soddisfazione di un desiderio. Poiché il desiderio, ossia la mancanza, è la condizione preliminare di ogni piacere. Con la soddisfazione, tuttavia, il desiderio cessa e, di conseguenza, cessa anche il piacere.” La soddisfazione è riconosciuta sempre in maniera mediata, e ad essa contribuisce il riconoscimento della mancanza, della sofferenza, come condizione momentaneamente superata. Apparenza dell’idillio epico, il quale tuttalpiù si concretizza in un’ode alla natura, la quale corrisponde alla conoscenza pura ma che non può occupare l’uomo per più di qualche attimo. Origine della superstizione.
  7. “Come una forza esterna non può trasformare o sopprimere questa volontà, tanto meno una forza esterna lo può liberare dai tormenti che derivano dalla vita, la quale di quella volontà è il fenomeno. Sempre, in questa questione fondamentale come in ogni altra, l’uomo è ricondotto a fare affidamento su se stesso.” Contro l’ottimismo.
  8. “L’affermazione della volontà è l’invariabilità del volere stesso, non turbato da alcuna conoscenza, che riempie la vita dell’uomo in generale. […] Il tema fondamentale di tutti gli svariati atti della volontà è il soddisfacimento dei bisogni”. “[…] il ricco come il povero godono non di ciò che hanno (questo, come abbiamo mostrato, agisce solo negativamente), bensì di ciò che, con il loro darsi da fare, sperano di conseguire.” Atto sessuale come “la più energica affermazione della volontà di vivere”; trasmissione della volontà di vivere oggettivata nell’atto generativo. “Il mondo è quello che è appunto perché la volontà, della quale è il fenomeno, è quella che è, perché vuole così come vuole. La giustificazione delle sofferenze è che la volontà, anche in questo fenomeno, afferma se stessa; e questa affermazione è giustificata ed equilibrata dal fatto che essa stessa quelle sofferenze le subisce. Possiamo già qui gettare un primo sguardo sulla giustizia eterna nel suo complesso”.
  9. Origine dell’egoismo: la disposizione secondo la quale ognuno mira al mantenimento di se stesso, riconoscendo a un tempo la propria insignificanza e debolezza assieme alla propria supremazia su tutto il resto in quanto soggetto creatore e centro del mondo. “Ciascuno di noi guarda alla propria morte come alla fine del mondo, mentre percepisce quella dei suoi conoscenti come qualcosa di abbastanza indifferente, a meno che non siamo per caso interessati personalmente a loro.”
  10. “La rinuncia alla soddisfazione di quell’impulso [sessuale], quando sia volontaria e non determinata da alcun motivo, è già un grado della negazione della volontà di vivere, una sua volontaria autosoppressione che si realizza in virtù di una conoscenza che sopravviene e agisce come quietivo; in ragione di ciò, questa negazione del proprio corpo rappresenta già una contraddizione tra la volontà e il fenomeno che le è proprio.” L’ingiustizia: “irruzione entro i confini dell’altrui affermazione della volontà”. Sulla proprietà privata, seguendo la linea di John Locke, come estensione della volontà a oggetti inanimati mediante il lavoro; “Delle cose che non siano in alcun modo adatte a essere lavorate per essere migliorate o difese contro i rischi non si dà alcun possesso esclusivo moralmente fondato”. Sulla menzogna come ingiustizia. “Il concetto di giustizia contiene la pura negazione dell’ingiustizia, e in esso viene sussunta ogni azione che non sia una trasgressione dei confini soprattutto illustrati, vale a dire che non sia una negazione della volontà altrui avente lo scopo di affermare in modo più incisivo la propria.”7)In tale prospettiva, dalla nozione di giustizia non scaturisce l’obbligo morale di salvare, ad esempio, il bambino di Singer dallo stagno – https://en.wikipedia.org/wiki/Famine,_Affluence,_and_Morality Impedire un’ingiustizia, anche con la violenza, non costituisce ingiustizia in quanto negazione di una negazione: si apre la possibilità di esercitare ciò che Schopenhauer chiama il “diritto di coercizione” e il “diritto di menzogna”. “Questo puro significato morale è l’unico che giustizia e ingiustizia abbiano per l’uomo in quanto uomo, e non in quanto cittadino; l’unico quindi che sussisterebbe anche nello stato di natura, in assenza di qualsiasi legge positiva, e che costituisce il fondamento e il contenuto di tutto ciò che, per questa ragione, ha preso il nome di diritto naturale, ma che sarebbe meglio chiamare diritto morale, dato che la sua validità non si estende al soffrire, alla realtà esterna, ma solo all’agire e all’auto-conoscenza della propria volontà individuale che esso desta nell’uomo; una conoscenza che si chiama coscienza e che, nello stato di natura, non può però farsi valere in ciascun caso anche dall’esterno, su altri individui, e non può impedirebbe la violenza regni in luogo della giustizia. Nello stato di natura, cioè, dipende da ciascuno soltanto di agire in ogni circostanza senza commettere ingiustizia, ma non dipende in alcun modo da noi di evitare in ciascun caso di patire l’ingiustizia, poiché questo è legato all’entità della forza esteriore che ci è toccata in sorte. Perciò i concetti di giusto e ingiusto valgono in effetti anche per lo stato di natura, e non sono in alcun modo convenzionali; ma lì essi valgono solo me concetti morali, per l’autoconoscenza che ciascuno ha della propria volontà.” “La pura dottrina del diritto è dunque un capitolo della morale e si riferisce direttamente solo all’agire, non al subire. Poiché solo l’agire è espressione della volontà, e solo quest’ultima viene presa in considerazione dalla morale.” Origine della legge e dello Stato come processo della ragione che, elevandosi dal proprio punto di vista singolare, riconosce il piacere personale del commettere un’ingiustizia come sofferenza altrui nel subirla, e vi rinuncia. “Lo Stato, viceversa, non si dà affatto pensiero della volontà e dell’intenzione come tali, ma solo dell’atto (sia poi esso tentato o condotto a termine), per via del suo correlato, ossia della sofferenza che esso provoca dall’altra parte. Per lo Stato l’unica realtà è dunque l’atto, l’evento: l’intenzione, il proposito vengono presi in considerazione solo in quanto rendono conoscibile il significato dell’atto.” “Il legislatore può essere definito come un moralista a rovescio […] Il concetto dell’ingiustizia e del suo essere negazione della giustizia, che è originariamente un concetto morale, diventa giuridico con il trasferimento del punto di partenza dal lato attivo a quello passivo, ossia con una conversione. Ciò […] ha cagionato anche ai giorni nostri, di tanto in tanto, l’errore assai singolare consistente nel credere che lo Stato sia un’istituzione che ha il compito di promuovere la moralità, che nasca da una tensione verso di essa e che sia, quindi, diretto contro l’egoismo. Come se l’intima intenzione, alla quale soltanto si addicono moralità o immoralità, o la volontà sempre libera si potessero modificare dall’esterno e potessero diventare diverse da ciò che sono per un’influenza esterna!” “Se lo Stato conseguisse pienamente il proprio fine, produrrebbe, in apparenza, una situazione analoga a quella che si produrrebbe se regnasse una completa giustizia delle intenzioni. Ma l’intima essenza e l’origine di queste due situazioni apparentemente identiche sarebbero l’una l’opposto dell’altra. Infatti nel secondo caso accadrebbe che nessuno vorrebbe commettere ingiustizia; nel primo, invece, che nessuno vorrebbe subire ingiustizia, e che metterebbe in atto i mezzi necessari al pieno raggiungimento dello scopo.” “Al di fuori dello Stato non si dà alcun diritto penale.” Critica della vendetta come atto rivolto al passato, opposto alla punizione come misura preventiva di ingiustizie future, scoraggiandone la perpetrazione a mezzo intimorimento.
  11. “La più severa legge di giustizia [eterna] è che ciascun essente porti su di sé il peso dell’esistenza in generale, e quindi dell’esistenza della propria specie e di quella della propria individualità particolare, esattamente così come essa è e nelle condizioni in cui esse sono, in un mondo così com’è, governato dal caso e dall’errore, segnato dal tempo, perituro, continuamente sofferente: qualsiasi cosa gli capiti, qualsiasi cosa gli possa capitare, gli accade sempre secondo giustizia. Poiché sua è la volontà: e come la volontà è, così è il mondo.” “A chi dunque è pervenuto alla conoscenza suddetta [dell’unità della volontà] risulterà chiaro che, poiché la volontà è l’in-sé di tutti i fenomeni, il tormento che è inflitto ad altri e quello che soffriamo personalmente, la malvagità e il dolore, colpiscono sempre e solo una e una medesima essenza, anche se i fenomeni in cui l’uno e l’altro si manifestano sussistono come individui del tutti distinti o addirittura separati da ampi intervalli di tempo e di spazio.” Dogma cristiano del peccato originale: la più grande colpa è quella di essere nato (Calderon). Corrispondenze con la sapienza indiana dei Veda. La metempsicosi.
  12. Legame volontà-responsabilità (p.459) come esempio individuato di giustizia eterna: esempio dell’uomo che giustizia l’oppressore assieme a se stesso. “È un tratto del carattere raro, denso di significato, anzi sublime, attraverso il quale il singolo si sacrifica, in quanto aspira a diventare il braccio della giustizia eterna, della quale peraltro ancora non conosce l’autentica essenza.”
  13. Il significato del concetto di buono: “la conformità di un oggetto a una qualunque aspirazione determinata della volontà. […] chiamiamo buono tutto ciò che è proprio così come vogliamo che sia; ed è per questo che per uno può essere buono ciò che per un altro è addirittura l’opposto. Il concetto di buono si suddivide fin due sottospecie, quella della soddisfazione immediata nel presente e quella della soddisfazione mediata, ossia trasferita nel futuro, della volontà, vale a dire il piacevole e l’utile. – Il concetto opposto […] viene espresso con la parola cattivo, e più raramente e astrattamente con la parola male, che indica dunque tutto ciò che non va a genio a una qualsiasi aspirazione della volontà.” “Entrambi [i sistemi etici filosofici e religiosi] cercano sempre di stabilire una qualche connessione tra felicità e virtù: i primi per mezzo o del principio di non contraddizione o anche di quello di ragione, facendo della felicità o un che di identico alla virtù o una sua conseguenza, sempre in modo sofistico; i secondi, invece, affermando l’esistenza di altri mondi, diversi da quelli che l’esperienza può a suo modo conoscere. Al contrario, l’intima essenza della virtù si mostrerà, grazie alla nostra trattazione, come un’aspirazione che va in direzione del tutto opposta rispetto a quella della felicità, ossia del benessere e della vita.” “Segue da ciò che precede che il bene è, secondo il suo concetto, [qualcosa in relazione a qualcos’altro], e che dunque ogni cosa buona è essenzialmente relativa: la sua essenza consiste nella relazione con una volontà che desidera. Un bene assoluto è perciò una contraddizione in termini […] Non c’è soddisfazione che possa impedire alla volontà di ricominciare a volere sempre di nuovo, più di quanto non ci sia un fine o un inizio del tempo: una saturazione durevole della volontà, che possa soddisfare perfettamente e per sempre il suo aspirare, non esiste.” “Potremmo definire il bene assoluto, il summum bonum, in senso figurato e metaforico, come la completa autosoppressione e la completa negazione del volere, la vera assenza di volontà”. Esposizione dell’origine della malvagità e della crudeltà: “La sofferenza altrui diventa per lui [il malvagio] scopo in se stessa”. Sulla natura del rimorso di coscienza: essa affligge il malvagio come sentimento, nella consapevolezza che affligge, per quanto flebilmente, il suo carattere intelligibile, in forza dell’unità della sofferenza che unisce tormentatore e tormentato.
  14. “Una morale che motivi, lo può fare solo agendo efficacemente sull’amor proprio. Ciò che scaturisce da quest’ultimo, però, non ha alcun valore morale. Ne segue di qui che attraverso la morale e, in genere, attraverso la conoscenza astratta, non può prodursi alcuna virtù genuina; questa deve invece scaturire dalla conoscenza intuitiva, che riconosce nell’individuo estraneo la medesima essenza che c’è in noi stessi.” “I dogmi hanno valore per la moralità semplicemente per il fatto che chi è già virtuoso grazie a una conoscenza ottenuta per altra via, della quale subito diremo, trova in essi uno schema, un formulario con il quale rende conto alla propria ragione delle proprie azioni non-egoistiche, la cui essenza la ragione, ossia egli stesso, non comprende”. “Dall’esterno, come abbiamo già detto, si perviene alla volontà solo attraverso i motivi [i dogmi]: questi però trasformano soltanto il modo in cui la volontà si rende manifesta, mai e in nessun modo la volontà stessa.” “Le azioni e i modi di comportarsi del singolo e di un popolo possono essere profondamente modificati da dogmi, esempi, abitudini. Ma in sé tutte le azioni (opera operata) sono solo immagini vuote, ed è solo l’intenzione che le guida a dar loro un significato morale.” Incomunicabilità della vera conoscenza morale, la quale si deve pertanto sempre rifare all’azione. “L’uomo buono non va perciò in nessun modo considerato come una manifestazione fenomenica della volontà originariamente più debole di quella che appartiene all’uomo malvagio; è invece la conoscenza a padroneggiare in lui l’impulso cieco della volontà.” Uomo buono come colui che “attenua, più di quanto accada di solito, la differenza tra sé e gli altri”, imponendo a se stesso delle privazioni per mitigare la sofferenza altrui. “Il contrario del rimorso di coscienza […] è la buona coscienza, la soddisfazione che proviamo dopo ogni azione disinteressata.” “L’egoista si sente circondato da fenomeni estranei e avversi e ogni sua speranza riposa nel proprio bene individuale. Il buono vive in un mondo di fenomeni amichevoli: il bene di ciascuno di essi è il suo stesso bene. […] un interesse diffuso su innumerevoli fenomeni non lo può inquietare come un interesse concentrato su uno solo di essi. I casi che colpiscono gli individui nella loro totalità si compensano reciprocamente, mentre quelli che capitano a un singolo arrecano felicità e infelicità.” [psicologia della mindfulness]
  15. “Abbiamo visto come dalla capacità di guardare al di là del principium individuationis provenga, quando essa è al grado inferiore, la giustizia, quando è a un grado superiore l’autentica bontà d’animo, la quale si è mostrata come amore puro, cioè disinteressato, nei confronti degli altri. Dove questo amore diventa perfetto, esso rende l’individuo estraneo e il suo destino del tutto uguale al nostro: più avanti di così non si può andare, dato che non sussiste alcuna ragione per preferire l’individuo estraneo al nostro. Ciononostante, la maggioranza degli individui estranei, il cui intero benessere o la cui vita siano in pericolo, può prevalere sulla considerazione del bene del singolo.” “Ciò che dunque bontà, amore e nobiltà d’animo possono fare per gli altri è solo di mitigarne le sofferenze; di conseguenza, ciò che può spingerli a compiere buone azioni e opere d’amore è sempre e solo la conoscenza delle sofferenze altrui, resasi intelligibile a partire dalla propria sofferenza immediata e considerata alla pari di essa. Da tutto questo risulta però che il puro amore (caritas) è per natura compassione” [contra Kant e il primato concettuale normativo dell’imperativo categorico]. Pianto come compassione di se stessi.
  16. “Se dunque chi è ancora prigioniero del principium individuationis, dell’egoismo, conosce solo le singole cose e la loro relazione con la sua persona, e quelle diventano poi motivi sempre rinnovati del suo volere, al contrario, quella conoscenza dell’intero, dell’essenza delle cose in sé, che abbiamo già descritto, diventa un quietivo di ogni e qualsiasi volere.” L’ascesi come pratica consapevole di negazione della volontà. “Tra la conoscenza intuitiva e quella astratta c’è un abisso al di là del quale, per ciò che concerne la conoscenza dell’essenza del mondo, solo la filosofia può condurre. […] Forse dunque qui, per la prima volta, l’intima essenza di santità, negazione di sé, mortificazione dell’ostinazione, ascesi, viene formulata in modo astratto e privo di ogni elemento mitico come negazione della volontà di vivere, che sopraggiunge dopo che la compiuta conoscenza della propria essenza è diventata un quietivo di ogni volere. […] Un santo può essere pieno della più assurda superstizione o, al contrario, può essere filosofo: le sue cose si equivalgono. Sol l’agire attesta che è un santo, poiché esso, dal punto di vista morale, non proviene dalla conoscenza astratta del mondo e della sua essenza, bensì da quella immediata, afferrata intuitivamente”. La negazione della volontà nella mistica cristiana e indiana, e la loro unità essenziale. “Scopriamo quindi che, nella vita degli uomini che praticano la santità, quella quiete e quella beatitudine che abbiamo descritte sono solo come il fiore che sboccia da un continuo superamento della volontà, e vediamo che il terreno dal quale esso germoglia è costituito dalla battaglia permanente ingaggiata con la volontà di vivere, poiché nessuno, sulla terra, può avere una quiete durevole.” “Come vediamo che la pratica di questa mortificazione è quella che viene seguita da chi sia giunto alla negazione della volontà allo scopo di mantenersi stabilmente in essa, così anche il dolore in generale, come ci viene inflitto dal destino, è una seconda via per giungere a quella negazione: possiamo addirittura ritenere che i più possano giungervi solo attraverso di essa, e che sia il dolore provato in prima persona e non quello semplicemente conosciuto ciò che il più delle volte conduce alla completa rassegnazione, e spesso solo quando si è prossimi alla morte.” “Un carattere molto nobile noi lo pensiamo sempre con un certo velo di silenziosa tristezza, la quale è tutt’altro che un permanente malumore provocato dalle contrarietà quotidiane (questo non sarebbe un tratto di nobiltà e farebbe temere piuttosto una malvagità dell’animo): essa è invece coscienza, generata dal sapere, della nientità di tutti i beni e delle sofferenze di tutte le vite, e non solo della propria. […] Solo in quanto la sofferenza assume semplicemente la forma della pura conoscenza e quindi produce, come quietivo della volontà, la vera rassegnazione, essa è la via che conduce alla redenzione ed è perciò degna di essere onorata.” “Un uomo di questo genere, dico, quando lo consideriamo con profonda attenzione, ci appare quasi come un malato che si sottoponga a una cura dolorosa e che sopporti il dolore che essa provoca volentieri e addirittura con soddisfazione, poiché sa che quanto più soffre, tanto più sarà distrutta la causa della malattia e che perciò il dolore presente è la misura della sua guarigione.” “Una vera salvezza, una vera redenzione dalla vita e dalla sofferenza non sono nemmeno pensabili senza una completa negazione della volontà.”
  17. “Lungi dall’essere negazione della volontà, il suicidio è un fenomeno che la afferma energicamente. La negazione ha infatti la propria essenza nell’aborrire non le sofferenze, ma i piaceri della vita. Il suicida vuole la vita, solo non è soddisfatto delle condizioni in cui essa gli è toccata in sorte.” “È proprio perché non può cessare di volere che il suicida cessa di vivere; e la volontà si afferma qui proprio attraverso la soppressione del proprio fenomeno, poiché non le è più possibile affermarsi in altro modo.” “Se mai un uomo ha potuto essere trattenuto dal suicidio con motivi puramente morali, il significato profondo di questa vittoria su se stesso (in qualsiasi modo la sua ragione lo abbia rivestito concettualmente) non ha potuto essere che questo: ‘Io non mi voglio sottrarre alla sofferenza, perché essa possa contribuire a sopprimere la volontà di vivere, la cui manifestazione fenomenica è così straziante, e perché essa rafforzi a tal punto in me la conoscenza, che ho già cominciato a intravedere, dell’autentica essenza del mondo, da renderla infine un quietivo della mia volontà e da redimermi per sempre’.” “Poiché quando c’è volontà di vivere non c’è forza che la possa spezzare, perché essa è la sola realtà metafisica, vale a dire la cosa in sé: ciò che può esser distrutto è invece semplicemente la sua manifestazione fenomenica in questo luogo e in questo tempo. Essa stessa non può venire soppressa da null’altro che dalla conoscenza. Perciò l’unica via di salvezza è che la volontà si manifesti liberamente, per poter riconoscere, in questa manifestazione fenomenica, la sua propria essenza. Solo in seguito a questa conoscenza la volontà può sopprimere se stessa e, con ciò, anche porre fine alla sofferenza, che è inseparabile dal suo fenomeno; questo invece non è possibile attraverso violenze fisiche”.
  18. “In verità la libertà autentica, vale a dire l’indipendenza dal principio di ragione, compete solo alla volontà come cosa in sé, non al suo fenomeno, la cui forma essenziale è dovunque il principio di ragione, l’elemento della necessità. Ma l’unico caso in cui quella libertà può rendersi visibile in modo immediato anche nel fenomeno è quello in cui essa mette fine a ciò che si manifesta fenomenicamente; e poiché nondimeno il semplice fenomeno, in quanto è un anello della catena delle cause, ossia il corpo animato, nel tempo, che contiene solamente fenomeni, continua a sussistere, la volontà che si manifesta attraverso questo fenomeno si trova in contraddizione con esso, in quanto nega ciò che esso esprime.” “Ciò che i mistici cristiani chiamano grazia efficace e rigenerazione è per noi l’unica espressione immediata della libertà della volontà. Essa si produce quando la volontà, giunta alla conoscenza della propria essenza in sé, ottiene da essa un quietivo e, proprio per questo, viene sottratta all’efficacia dell’azione dei motivi, che appartiene al dominio di una diversa modalità della conoscenza, i cui oggetti sono solo i fenomeni.” “Poiché, come abbiamo visto, quella autosoppressione della volontà deriva dalla conoscenza, ma ogni conoscenza e ogni comprensione sono come tali indipendenti dall’arbitrio, ne segue che anche quella negazione del volere, quell’ingresso nella libertà, non lo si può conseguire di proposito, ma proviene dalla profondissima relazione che, nell’uomo, il conoscere ha con il volere, e giunge perciò all’improvviso e come se ci piovesse addosso dall’esterno. Proprio per questo la Chiesa l’ha chiamata effetto della grazia”. “[…] la dottrina del peccato originale (l’affermazione della volontà) e quella della redenzione (la negazione della volontà) sono la verità decisiva che costituisce il nocciolo del cristianesimo”. Parallelismo con la dottrina agostiniana: “Vediamo cioè che la virtù e la santità genuine dell’animo hanno la loro origine prima non nell’arbitrio meditato (le opere), bensì nella conoscenza (la fede): che è esattamente la stessa conclusione alla quale anche noi siamo giunti svolgendo il nostro pensiero fondamentale.”
  19. L’obiezione finale: la negazione della volontà come un passaggio al nulla. “Considerando la questione più da vicino, un nulla assoluto, un nihil negativum vero e proprio, non lo si può neanche pensare; invece ogni nulla di questo genere, se lo si considera da un punto di vista più elevato e lo si sussume sotto un concetto più ampio, si riduce sempre e solo a un nihil privativum. Ciascun nulla è pensato come tale solo in relazione a qualcosa d’altro e presuppone questa relazione, e dunque questo qualcosa d’altro.” “Ciò che è universalmente assunto come positivo, che è ciò che noi chiamiamo l’essente e la cui negazione è espressa nel suo significato più universale dal concetto di nulla, è appunto il mondo della rappresentazione che, come ho dimostrato, è l’oggettità della volontà, il suo specchio. […] Un punto di vista rovesciato, se fosse possibile per noi assumerlo8)Si tratta forse di una contraddizione epistemologica? Come possiamo noi assumere un punto di vista impossibile alla nostra capacità di conoscere? I Supplementi sono più chiari in merito, cfr. in particolare il capitolo 18., opererebbe un rovesciamento dei segni, e mostrerebbe che quello che consideriamo essente è nulla, e che quel nulla è l’essente. Sino a quando però noi stessi siamo la volontà di vivere, lo possiamo riconoscere e indicare solo negativamente, poiché l’antico principio di Empedocle, secondo il quale il simile può essere riconosciuto solo con il simile, ci preclude qui del tutto ogni possibilità di conoscenza, come pure, al contrario, proprio su di esso si basa in ultima analisi la possibilità di tutta la nostra conoscenza reale, vale a dire il mondo come rappresentazione, o l’oggettità della volontà. Poiché il mondo è l’autoriconoscersi della volontà.” La negazione della volontà porta a una soppressione della rappresentazione, tempo e spazio; sopprimendo soggetto e oggetto, inoltre, è “una condizione che non si può chiamare in senso proprio conoscenza”. La paura del nulla è una diretta conseguenza della nostra natura rappresentativa, di volontà oggettivata – o volontà di vivere. “[…] quel che rimane dopo la completa soppressione della volontà è, per tutti coloro che sono ancora pieni di volontà, senza dubbio il nulla. Ma, al contrario, per coloro nei quali la volontà si è rivolta contro se stessa e ha negato se stessa, è questo nostro mondo così reale, con tutti i suoi soli e le sue vie lattee, a essere nulla.”

 

Note personali a margine

Par.54 e 55, sui concetti di libertà e necessità:“il ‘può’ ha un carattere soltanto soggettivo […] poiché sul piano oggettivo la cosa è già determinata” (par.54, p.375). Parrebbe dunque che la possibilità appartenga alla coscienza soggettiva, fenomenica, così come la necessità è la realtà del principio di ragione; sembra proprio che in questo contesto la conoscenza della possibilità ricada inevitabilmente nella coscienza soggettiva, del carattere empirico, fuori dal reame della volontà in sé. Il passaggio mi appare problematico, poiché se il concetto di possibilità è soggettivo – un’affermazione che sembra essere rinforzata da un altro passaggio del par.54, ovvero che futuro e passato appartengono solamente al concetto – allora non sembra conciliarsi con l’attributo per eccellenza della volontà in sé, ovvero la libertà. Se libertà = possibilità, allora sembra che la possibilità si concili con il fenomenico, con il soggettivo, ma sappiamo bene che esso è governato dal principio di ragione, ovvero dalla necessità in toto.

Continua a sfuggirmi la differenza tra oggettivazione della volontà (oggetto, soggetto come uomo) e volontà in sé; sembra che la prima sia passibile di mutamento ad opera di motivi (e non è chiaro dunque perché essa possa essere chiamata volontà), mentre la seconda è libera ed esattamente uguale a se stessa. In un altro passo dal par.55, a p.381, quando Schopenhauer dice che “ciò che io ho voluto una volta, io lo debbo volere ancora, poiché sono io stesso questa volontà che si trova al di fuori del tempo e del mutamento”, è chiaro che vi è all’opera già uno slittamento dalla volontà in sé alla sua oggettivazione fenomenica, nel momento in cui l’autore parla a proposito della volontà stessa. Dunque l’autore sta parlando della volontà come di qualcosa di necessario in quanto è la sua determinazione oggettivata (sarebbe libera, altrimenti); ma essendo necessaria, non cade forse sotto il principio di ragione? Possibile punto di svolta: qui la necessità potrebbe indicare il fatto di essere identica a se stessa (la volontà è volontà e si manifesta pertanto in quel modo poiché non vi è un altro modo in cui la volontà si possa manifestare, cadendo essa sotto il principio di ragione quand’è conoscibile nel mondo come rappresentazione) e pertanto necessariamente così come si presenta, non per il fatto di seguire necessariamente da una concatenazione logica di eventi. Doppia necessità. – p.383 è più chiara in merito: i motivi esercitano la propria influenza sul manifestarsi della volontà nelle azioni.

 

Bella metafora della linea e della superficie a p.391, per descrivere il processo di scelta.

 

Credo che un problema particolare si affacci nel momento in cui viene preso come esempio vivente della condotta dell’uomo libero dalla volontà dei semplici scritti, poiché tali uomini sono tanto rari. Vi è questa forma di scetticismo con cui avere a che fare: coloro i quali professano un tal grado di serenità e liberazione dalla sofferenza, lo sono davvero? Qual’è la natura di tale liberazione, dietro quali origini psicologiche si nasconde? Le razionalizzazioni di cui Schopenhauer parla come di forme esteriori che rivestono diversamente un’unica capacità di negazione della volontà si prestano a una critica nietzschiana, di essere ovvero dei modi per costruire un’isola di stabilità psicologica, la quale non necessita di contenuti particolari, quanto piuttosto di una coerenza strutturale, per navigare il caos del mondo.

La serenità, per di più, non sembra appannaggio esclusivo di sannyasin e monaci; perché dunque questi dovrebbero essere più santi dei laici, se prendiamo la serenità (anziché evidenti procedure di autonegazione) come misura della capacità di sottrarsi alla sofferenza?

References   [ + ]

1. Due visioni della verità in opposizione: la contingenza delle problematiche e il confronto su di esse determinano la verità storica (su questa linea naturalmente Hegel, poi il pragmatismo di Peirce e Dewey, per i quali la nozione di verità si dà nell’inter-soggettività) vs. la metafisica in quanto sapere formale radicato nell’intuizione determina ciò che è vero a partire dal soggetto (Schopenhauer, in particolare il cap.17 dei Supplementi).
2. In termini psicologici contemporanei (Daniel Kahneman), pensiero veloce e pensiero lento.
3. Con questa apertura al fatto che i motivi non possano influenzare l’essenza della volontà, ma che possano ciononostante indirizzare il modo in cui tale volontà si porta a compimento nell’individuo – mi suona infatti strano parlare della volontà come di qualche cosa che vuole un oggetto, un fine: la volontà in sé non dovrebbe essere piuttosto un puro volere? questa determinazione del volere in vista di qualche cosa pare proietti la volontà essenziale di Schopenhauer nel regno del principio di ragione, togliendole pertanto quella volontà e quella necessità ontologica così cara all’autore – Schopenhauer indica la possibilità che i motivi abbiano di fatto un’impatto sul modo in cui la volontà si esprime, che è affatto di scarsa importanza per l’individuo, che cercherà il modo più semplice e apportatore di minor sofferenza. Appare contraddittorio l’affermazione secondo la quale “la sua condotta può variare al variare del tempo, la sua volontà resta però la stessa”: abbiamo capito che il suo obiettivo principale rimane lo stesso, ma che possono cambiare i mezzi per raggiungerlo sotto l’influenza di particolari motivi; eppure qui si tratta ancora di capire come possa la volontà oggettivata volere qualche cosa, e in questo caso possiamo ancora considerarla volontà pura. All’intelletto sembra importare poco che vi sia una volontà sottostante immutabile, se di fatto alcuni motivi possono influenzare il corso della volontà oggettivata, la quale è effettivamente l’unica di cui l’intelletto si cura nel corso della propria vita.
4. Si noti come tale ragionamento sia puramente astratto; infatti: “È solo nella riflessione che il volere e l’agire sono distinti: nella realtà essi sono una cosa sola.” (par.18)
5. Quest’asserzione sul fatto che all’azione viene a mancare corrispondenza con la volontà rimanda alla citazione precedente, ovvero che tale inferenza si presenti solo alla riflessione; si crea qui però una contraddizione con l’affermazione precedente, in quanto l’unità di volere e agire potrebbe a sua volta essere vera alla luce della riflessione, e null’altro.
6. psicologia morale empirista alla Hume
7. In tale prospettiva, dalla nozione di giustizia non scaturisce l’obbligo morale di salvare, ad esempio, il bambino di Singer dallo stagno – https://en.wikipedia.org/wiki/Famine,_Affluence,_and_Morality
8. Si tratta forse di una contraddizione epistemologica? Come possiamo noi assumere un punto di vista impossibile alla nostra capacità di conoscere? I Supplementi sono più chiari in merito, cfr. in particolare il capitolo 18.