Supplementi a Il mondo come volontà e rappresentazione

 

Supplementi a Il mondo come volontà e rappresentazione, di Arthur Schopenhauer

edizione Einaudi, a cura di Giorgio Brianese

 

Note per la lettura dell’articolo:

  • Ogni voce riporta in maniera più o meno sommaria, a volte come semplice riassunto e a volte come serie di citazioni, il contenuto di ogni capitolo. Nella lettura e nell’annotazione, sono stato guidato principalmente da un interesse personale, pertanto alcuni argomenti risultano più sviscerati di altri.
  • Le citazioni consistono nel testo virgolettato. Tutto il resto è un sommario del contenuto del testo.
  • In nota e al termine dell’articolo vi sono delle annotazioni personali, scaturite dalla lettura del testo.

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SUPPLEMENTI AL LIBRO PRIMO

  1. Carattere idealistico della conoscenza: che il mondo sia rappresentazione è una verità. La rappresentazione, a sua volta, è composta dall’intelletto e dalla materia, due facce della stessa medaglia: l’uno non potrebbe esistere senza la seconda e viceversa, in quanto soggetto e oggetto appartengono indissolubilmente l’uno all’altro e costituiscono il regno del fenomenico.
  2. Thomas Reid dimostra che l’intuizione non può essere un prodotto della sensazione (confutazione di Locke); elogiato da Schopenhauer, in quanto per quest’ultimo l’intuizione ha un carattere eminentemente intellettuale (contra Kant). Condorcet pensatore della possibilità infinita di perfezionamento delle facoltà umane. Sull’immediatezza della sensazione e sul modo in cui i quattro sensi grossolani (con l’esclusione della vista) ci permettano di inferire che il passaggio dalla sensazione alla sua causa sia immediato nell’intuizione vera e propria (la vista) ma non negli altri quattro: tastando una cosa al buio, infatti, non ne percepiamo immediatamente la forma, ovvero, il cervello forma una rappresentazione dell’oggetto, che è proprio il passaggio che i sostenitori dell’immediatezza della percezione vogliono negare.1)Tra i filosofi contemporanei, uno delle argomentazioni anti-scettiche più celebri a favore dell’immediatezza della sensazione è la prova della mano – Here is one hand – di G.E. Moore.
  3. Sui sensi: la vista è un senso attivo e legato all’intelletto, l’udito è un senso passivo proprio della ragione. Sul fastidio del rumore che affligge le menti pensanti.
  4. Sul giudizio sintetico a priori. “Il tempo è la forma per mezzo della quale alla volontà individuale, che originariamente e in se stessa è incosciente, diventa possibile conoscere se stessa.” Sulla legge di causa-effetto e sulla sua natura aprioristica. “L’unica formulazione corretta della legge di causalità è questa: ogni mutamento ha la propria causa in un altro che lo precede immediatamente.” La forma conferisce alla cosa l’essenza, la materia l’esistenza. Critica della prova cosmologica e dell’assoluto: “la legge di causalità può essere applicata a tutte le cose del mondo, ma non al mondo stesso, poiché è immanente al mondo, non trascendente.” Nella materia coincidono essenza ed esistenza; benché essa sia un “oggetto del solo pensare”, non è da considerarsi incorporea. Poiché la materia è azione in abstracto, essa è “condizione dell’esperienza” e sostituisce la causalità come terza condizione a priori dell’esperienza. Tabella dei principi primi a priori per spazio, tempo e materia.
  5. Sulla conoscenza immediata propria dell’animale, e sulla memoria intuitiva.
  6. Il concetto come depositario ultimo dell’esperienza, come principio universale che ne conserva l’essenza. La differenza tra ragione (ha a he fare con l’astrazione e la rappresentazione) e intelletto (pertiene all’ambito dell’intuizione). Pericoli della ragione: errore e pazzia.
  7. La nuova conoscenza deriva dal confronto di concetti ed intuizioni, non di concetti con gli stessi concetti (filosofare). “Il nocciolo profondo di ogni nuova conoscenza autentica e genuina è un’intuizione”. Fondandosi sull’intuizione, l’opera del genio è soggettiva – per questo non può essere trasmessa meccanicamente, così come si può fare dal concetto al concetto; tale spiegazione si fonde con la nozione stessa di genio, il quale è unico e raro. “I libri non possono sostituire l’esperienza e l’erudizione non può sostituire il genio: si tratta di due circostanze affini, il cui comune fondamento sta nell’impossibilità che l’astratto riesca a sostituire l’intuitivo. I libri perciò non sostituiscono l’esperienza perché i concetti rimangono sempre universali e perciò non scendono sino al singolo caso, il quale però è proprio ciò che deve essere affrontato nella vita; a ciò si aggiunga che tutti i concetti sono astratti proprio dal singolo caso e dall’intuizione dell’esperienza, sì che anche solo per comprendere convenientemente quanto di universale i libri comunicano si deve avere prima già imparato a conoscerli.” “L’autentica sapienza è qualcosa di intuitivo, non di astratto. Essa non consiste in principi e pensieri che uno porti in giro belli e fatti nella propria testa come risultati della ricerca propria o altrui, ma è piuttosto la modalità completa secondo la quale il mondo si presenta nella sua testa.” Anti-intellettualismo schopenhaueriano. Scarto tra conoscenza (erudizione) e comprensione (esperienza).2)L’intuizione può essere stata declassata per cercare una modo di concettualizzare il miglioramento del mondo, e per cercare di orientarlo. Ad esempio, nel caso dell’individuo che comprenda l’esperienza umana (ovvero la propria, in quanto soggettiva) come guerra hobbesiana di omnes contra omnes, il filosofo vuole astrarre tale comprensione in un concetto per poterla confrontare con altre esperienze e poter indirizzare il corso dell’esperienza verso ciò che viene compreso da egli come uno stato migliore. Si ripropone qui lo scisma tra conoscenza e volere, poiché secondo Schopenhauer nessuna conoscenza è in grado di modificare la volontà. Allo stesso tempo, direbbe Schopenhauer, si dà anche l’esistenza della persona che non comprende la propria esperienza come una guerra eterna, ma come uno stato di armonia e perfezione (ad esempio, per la filosofia cinese); in tal caso abbiamo due esperienze dallo stesso valore soggettivo, contrapposte. Esse non hanno un carattere concettuale, universale, ma particolare. L’argomento di Schopenhauer, non privo di una certa forza persuasiva, sta nel fatto che riconosciamo come genio quella visione del mondo interamente personale, monolitica, che è stata in grado di trasformare per intero la propria esistenza a partire da quell’insieme di intuizioni prime, frutto di un confronto continuo con l’esperienza. Quindi riconosciamo nel genio non tanto una forza dal carattere oggettivo della conoscenza – e su questo punto ben attesta la filosofa della scienza contemporanea, che vede il campo del sapere oggettivo come l’insieme delle nozioni sopravvissute alla confutazione, e che pertanto non hanno una natura eminentemente soggettiva, bensì inter-soggettiva –, bensì una particolare forza soggettiva nel carattere unitario, coerente ed esclusivamente personale (unico) del corpo che lo incarna. “Non c’è dubbio che l’afflusso ininterrotto dei pensieri altrui non possa che ostacolare e soffocare i nostri, anzi, alla lunga non può che paralizzare la forza stessa del pensiero, se essa non possiede quell’elevato grado di elasticità che le può consentire di resistere a quella corrente innaturale.” Tutto quanto si trova nei concetti è già presente all’intuizione (già Aristotele, e poi Locke). I concetti che non possono più essere verificati dall’intuizione si possono dare ma solo come limiti della conoscenza, non come punti di partenza. La capacità di giudizio è ciò che collega la conoscenza intuitiva e la sua trasfusione nella conoscenza astratta; esso è particolarmente arduo, aggiunge Schopenhauer, giacché da una serie di premesse raramente si danno conclusioni sbagliate, mentre l’errore nel giudizio stesso, ovvero nella determinazione della congiunzione tra intuizione e astrazione, è particolarmente frequente. “Le teste comuni mostrano anche nelle più piccole faccende una mancanza di fiducia nel proprio giudizio, proprio perché essi sanno per esperienza che esso non ne merita affatto. Il suo posto è preso in loro dal pregiudizio e dal seguire il giudizio altrui”.
  8. La teoria del ridicolo, come discrepanza tra l’intuitivo e il concetto. “La buona società, che, per riuscire ad essere completamente insulsa, ha messo al bando tutte le affermazioni decise, e dunque tutte le espressioni forti, quando vuole indicare cose scandalose o in qualche modo sconvenienti è solita aiutarsi esprimendole, per attenuarne la carica, per mezzo di concetti generali; con il che però sotto di essi viene sussunto anche ciò che ad essi è, in misura maggiore o minore, eterogeneo, ed è proprio per questo che ne scaturisce un effetto ridicolo delle stesse proporzioni.” “In ogni contrasto che si manifesta all’improvviso tra l’intuito e il pensato, l’intuito è sempre e indubitabilmente dalla parte del giusto; giacché esso non è mai soggetto all’errore, non ha bisogno di alcuna conferma dall’esterno, ma rappresenta se stesso. Il suo conflitto con il pensato scaturisce, in ultima analisi, dal fatto che quest’ultimo, con i suoi concetti astratti, non può discendere sino all’infinita multiformità e alle infinite sfumature dell’intuibile. Questa vittoria della conoscenza intuitiva sul pensare ci rallegra, giacché quella dell’intuire è la modalità di conoscenza originaria, inseparabile dalla natura animale, nella quale si presenta tutto ciò che dà immediata soddisfazione alla volontà; essa è l’intermediario del presente, del godimento e della felicità; oltre a ciò, non è connesso ad alcuno sforzo.” La serietà come opposto del riso, ovvero come percezione della perfetta congruenza tra pensiero e realtà. “[…] tanto più un uomo è capace di una completa serietà, tanto più saprà ridere di cuore.” “quando dietro la serietà si nasconde lo scherzo, allora si produce l’ironia; […] il rovesciamento dell’ironia sarebbe quindi costituito dalla serietà nascosta dietro lo scherzo, e questo è il senso dell’umorismo.”
  9. La verità materiale o assoluta è una relazione tra il giudizio (rappresentazione astratta) e l’intuizione; poiché l’intuizione non ammette contraddizioni, le verità devono concordare tra loro. “[…] è nella corrispondenza dei concetti, e dunque della rappresentazione astratta, con ciò che è dato nella rappresentazione intuitiva, che consiste, rispetto all’oggetto, la verità e, rispetto all’oggetto, il sapere.” Sui giudizi particolare, universale, ipotetico e disgiuntivo.
  10. Sillogismo come mezzo per rendere esplicite delle conoscenze implicite; non si dà una vera e propria nuova conoscenza, ma in un certo senso si “scopre” qualche cosa. Il giudicare consiste nel mettere a confronto due concetti; il sillogismo, nel mettere a confronto due giudizi (il giudizio è infatti un insieme di concetti); in particolare, le tre figure sillogistiche seguono dal confronto di predicato e soggetto, soggetto e soggetto, oppure predicato e predicato. La seconda figura, essendo una distinzione tra due specie di soggetti, deve avere delle promesse opposte, per le quali il predicato è comune; la terza figura invece compara due predicati differenti per mezzo di un unico soggetto. “Dunque, per produrre, come premesse, una conclusione, due giudizi debbono avere un concetto in comune – e inoltre non debbono essere né entrambi negativi, né entrambi particolari, e infine, nel caso che i due concetti che devono essere messi a confronto siano i loro soggetti, non debbono neanche essere entrambi affermativi.”
  11. Sulla retorica, e su come persuadere attraverso la chiara esposizione delle premesse anziché l’imposizione della conclusione.
  12. Sul procedimento scientifico (dato -> concetto -> giudizio -> sillogismo); critica alla germanizzazione del linguaggio scientifico latino. Suddivisione in scienze pure a priori ed empiriche a posteriori; filosofia come “basso continuo” delle scienze, e filosofo come uomo che si occupa trasversalmente del sapere.
  13. L’assioma geometrico è sintetico a priori, ed ha pertanto la stessa certezza immediata del principio di non contraddizione.
  14. Le associazioni d’idee: come un pensiero abbia sempre un qualche tipo di causa; coscienza come superficie e razionalizzazione di un movimento perlopiù inconscio (sic, in Parerga e Paralipomena).
  15. Sulle imperfezioni – mutevolezza, frammentarietà, ristrettezza – del processo intellettivo, il quale si svolge interamente nella dimensione temporale. Critica all’Io penso kantiano come unità fondamentale della coscienza (poiché essendo esso stesso coscienza, non ne può essere il fondamento), sostituto dalla volontà. “Non c’è dubbio che anche il singolare può essere compreso immediatamente come se fosse un universale, come quando viene innalzato alla condizione dell’idea (platonica); ma compiendo questa operazione […] anche l’intelletto oltrepassa i limiti dell’individualità e quindi del tempo; e comunque si tratta sempre e solo di un’eccezione.” “Goethe mi ha detto una volta che, quando leggeva una pagina di Kant, si sentiva come se fosse entrato in una stanza luminosa.” “[…] per ciò che concerne l’intelletto, la natura è altamente aristocratica.”
  16. Se l’eccellenza per la ragione teoretica è data dall’apporto dell’intuizione alla rappresentazione astratta, per quanto riguarda la ragione pratica sono i concetti a innalzare la qualità dell’azione (uomo > animale). Sul cinismo e sullo stoicismo come sua deriva teoretica: “Essi, così facendo [considerando ogni cosa non come buona in sé ma semplicemente come preferibile, alla quale avrebbero potuto rinunciare in qualsiasi momento], non avevano badato al fatto che tutte le abitudini diventano dei bisogni, e che perciò ci si può privare di esse solo con dolore; che la volontà non riesce a giocare con se stessa e che non può godere senza amare i godimenti; che un cane non rimane impassibile quando gli si mette sotto il muso un pezzo di arrosto, e nemmeno un saggio, quando è affamato; e che tra bramare e rinunciare non c’è via di mezzo.” “Si può perciò anche intendere lo Stoicismo come una dietetica spirituale, seguendo la quale, come si tempra il corpo nei confronti dei disagi e della fatica, così si deve temprare anche il proprio animo nei confronti della sfortuna, del pericolo, della privazione, dell’ingiustizia [etc.]”
  17. Sull’origine del bisogno metafisico come conseguenza della meraviglia della coscienza per la propria limitatezza; la religione come risposta al bisogno metafisico e la ricerca dell’immortalità. Differenziazione dal sapore spinoziano tra due tipi di metafisica: la filosofia, la quale trova le proprie dimostrazioni all’interno di se stessa, e la religione, la quale si rivolge all’esterno per una conferma. Come per Spinoza, anche per Schopenhauer, poiché la religione è indispensabile e destinata al popolo, la soluzione più auspicabile è una completa separazione tra le due. Le religioni vanno suddivise tra ottimiste e pessimiste; queste ultime vedono nell’uomo la colpa originaria del male del mondo. Per quanto concerne la filosofia, invece, Schopenhauer sostiene che la sua fonte, la meraviglia, scaturisce innanzitutto dal fatto che qualche cosa esista in assoluto (quella domanda heideggeriana del perché vi sia l’essere piuttosto che il nulla) – il quale riconoscimento critica fin dal principio lo spinozismo come filosofia, in quanto per un essere assolutamente necessario non si può provare meraviglia –; ma soprattutto, il bisogno metafisico trova la propria origine nel riconoscere l’esistenza come dolorosa. Separazione tra fisica e metafisica: la prima si occupa del fenomeno, la seconda della cosa in sé; naturalismo e ateismo come manifestazioni della fisica assoluta, la quale tuttavia è impossibile, non avendo alla sua base una metafisica. In relazione a ciò, essendo la metafisica il regno della libertà (come insegnato da Kant), senza di essa non vi può essere un’etica. “Con il naturalismo, o con il modo puramente fisicalistico di considerare le cose, non si otterrà dunque mai niente: è come un calcolo che non può mai essere portato a termine. Succession causali senza inizio né fine, forze fondamentali imperscrutabili, spazio infinito, tempo senza inizio, divisibilità infinita della materia; il tutto, per di più, determinato da un cervello conoscente, nel quale – e solamente in esso – tutto questo esiste, come un sogno, e senza il quale svanisce: ecco il labirinto nel quale quel metodo ci costringe a girare in continuazione.” “I più grandi progressi della fisica non faranno che rendere sempre più percepibile il bisogno di una metafisica: proprio la più corretta, estesa e approfondita conoscenza della natura, infatti, da una parte scuote continuamente, finendo per rovesciarli, gli assunti metafisici che valevano sino a quel momento, mentre dall’altra parte il problema stesso della metafisica si presenta in mood più chiaro, più corretto più completo, una volta che sia separato con maggiore nettezza da tutto ciò che è meramente fisico; ed è proprio anche dalla conoscenza più compiuta ed esatta dell’essenza delle singole cose che scaturisce l’esigenza di una spiegazione dell’intero e dell’universale, che, quanto più correttamente, approfonditamente e compiutamente è conosciuto empiricamente, tanto più appare misterioso.” Schopenhauer in critica a Kant sul fondamento della metafisica: “Il compito della metafisica non è in effetti la spiegazione delle singole esperienze particolari, ma la corretta spiegazione dell’esperienza nella sua interezza. Il suo fondamento deve perciò essere senza dubbio di tipo empirico. Anzi, persino il carattere aprioristico di una parte della conoscenza umana viene assunto da essa come un dato fattuale, a partire dal quale essa conclude per l’origine soggettiva di esso. […] Ora, per di più, la fonte conoscitiva della metafisica non è solamente l’esperienza esterna, ma lo è altrettanto anche quella interna; anzi, ciò che la caratterizza maggiormente, e per mezzo di cui le diventa possibile compiere il passo decisivo […] consiste nel fatto che essa unisce, al punto giusto, l’esperienza esterna con quella interna, e fa di quest’ultima la chiave dell’altra.” – la metafisica perde il proprio carattere apodittico, ma la mutevolezza dei sistemi metafisici e lo scetticismo non autorizzano ad escluderne la possibilità. Operazione kantiana lodata da Schopenhauer: egli dimostra che da principi formali a priori non può essere dimostrata alcuna metafisica, cioè, che i principi condizione dell’esperienza valgono cionondimeno solamente per l’esperienza stessa. “[…] il ponte attraversando il quale la metafisica va al di là dell’esperienza altro non è appunto che quella scomposizione dell’esperienza in fenomeno e cosa in sé che io considero il più grande merito di Kant; essa contiene infatti la dimostrazione dell’esistenza di un nocciolo del fenomeno che si differenzia da esso. […] la metafisica si spinge al di là del fenomeno, cioè della natura, verso ciò che è nascosto in o dietro di essa, considerandolo tuttavia solo come ciò che in essa si manifesta, e noon invece come un che di indipendente da ogni fenomeno: essa rimane perciò immanente e non diventa mai trascendente, giacché non si distacca mai del tutto dall’esperienza, ma resta invece la mera interpretazione e spiegazione di essa, dato che non parla della cosa in sé altrimenti che nel suo riferimento al fenomeno.” La metafisica ha compiuto scarsi progressi poiché è stato il sapere più ostacolato in assoluto; il suo obbligo fondamentale è la verità.

SUPPLEMENTI AL LIBRO SECONDO

  1. “L’oggetto in sé, tuttavia, deve essere qualcosa in se stesso e non soltanto qualcosa per altri; se fosse solo questo, infatti, sarebbe in tutto e per tutto solo rappresentazione, ed ecco che noi avremmo un idealismo assoluto il quale, da ultimo, finirebbe per diventare quell’egoismo speculativo nel quale ogni realtà scompare e nel quale il modo diventa un mero fantasma soggettivo.” Posta l’identità tra ideale e reale, dimostrata da Kant come afferente al fenomeno, rimane da esplorare il lato del reale, ovvero di ciò che non appartiene al mondo come rappresentazione e che deve essere pertanto diverso toto genere. “L’essere in sé e per sé di una cosa deve essere necessariamente un essere soggettivo; ma nella rappresentazione di un altro, viceversa, esso esiste in modo altrettanto necessario come un essere oggettivo.” Questo scarto non è colmabile dalla conoscenza per sua stessa natura: in quanto rappresentazione, si rivolge sempre all’essere di una cosa in quanto oggetto, mai come oggetto; qualsiasi conoscenza empirica è pertanto opaca. “Ora però, come contrappeso di questa verità, io ne ho messa n evidenza un’altra: che noi non siamo solo il soggetto conoscente ma che, per altro verso, noi stessi facciamo parte anche della realtà da conoscere, noi stessi siamo la cosa in sé; vale a dire che, per giungere a quella stessa peculiare e intima essenza delle cose, che non siamo in grado di conseguire partendo dall’esterno, ci si apre ora una via che parte dall’interno, una sorta di camminamento sotterraneo, di passaggio segreto che, tutto a un tratto, come a tradimento, ci trasporta di colpo all’interno di quella fortezza nella quale ci era impossibile penetrare aggredendola dall’esterno. – La cosa in sé, proprio in quanto è tale, più giungere alla coscienza solo in modo totalmente immediato, vale dire solo diventando coscienza di se stessa: il volerla conoscere oggettivamente equivale a pretendere qualcosa di contraddittorio.”3)Questo passaggio sembra offrire uno spunto interessante riguardo il solipsismo: quest’ultimo afferma che la conoscibilità degli stati mentali altrui non è mai possibile in quanto esperienze del soggetto – ovvero, “per me non è in alcun modo possibile avere una conoscenza diretta del fatto che un altro soggetto abbia le proprie percezioni mentali” (“What I need is the capacity to observe those mental states as mental states belonging to that other human being”, Stanford Encyclopedia of Philosophy); Schopenhauer afferma che l’immediatezza propria della cosa in sé, nella quale il soggetto riconosce immediatamente se stesso, è tale per cui richiederne una conoscenza oggettiva è in principio contraddittoria. “In effetti il nostro volere è l’unica opportunità che abbiamo di poter intendere un fatto qualsiasi, che si presenti esternamente, a un tempo anche dall’interno, ed è perciò l’unica realtà che conosciamo immediatamente e che non ci sia data, come accade a tutte le altre, solamente nella rappresentazione. […] Ciò che ci è immediatamente noto deve fornirci la spiegazione di ciò che ci è noto solo mediatamente, non viceversa.” L’opacità dell’io: la volontà non conosce e l’intelletto non può essere conosciuto; infatti la cosa in sé non può essere conosciuta completamente, poiché la sensazione stessa è mediata dall’intelletto. Per tale tipo di conoscenza, cadono le forme dello spazio e della causalità, entrambe legate alla percezione del sensibile; permane invece quella del tempo.4)A tal proposito è interessante rilevare che – come lo stesso Schopenhauer sottolinea nel capitolo 17, cioè che ogni metafisica deve essere solidamente fondata nella conoscenza empirica – tale concezione potrebbe venir profondamente mutata nel momento in cui spazio e tempo non sono più separabili, ovvero quando diventano un continuum per la teoria della relatività generale di Einstein. Non ho conoscenze adeguate per esprimermi al riguardo, ma sarebbe interessante testare la metafisica schopenhaueriana alla luce del nuovo paradigma scientifico. La forma del tempo è quella che ci permette di riconoscere la volontà solo come successione, e non nella sua interezza; per questo motivo ognuno conosce la propria volontà solamente a posteriori, mai a priori. “Ne consegue che l’atto di volontà è in effetti solo la più prossima e più chiara manifestazione fenomenica della cosa in sé”. La cosa in sé, inconoscibile in tutto e per tutto secondo Kant, viene contraddistinta come la manifestazione fenomenica più immediata disponibile al soggetto.
  2. L’intelletto è un accidente della nostra essenza, della volontà.5)Non posso essere d’accordo con l’affermazione di Schopenhauer secondo la quale l’intelletto, essendo un prodotto del cervello deputato all’autoconservazione, sia un semplice “parassita” che “non è connesso direttamente ai suoi [dell’organismo] meccanismi profondi”; poiché se l’autoconservazione non viene ritenuto un meccanismo essenziale di un organismo, allora non so cosa possa esserlo. Schopenhauer tuttavia prosegue il paragone tra animale e uomo per rafforzare la primarietà della volontà, estendendo quest’ultima a tutti gli esseri viventi per conoscenza immediata; da tale operazione, essendo gli animale sprovvisti di intelletto, emerge più chiaramente la secondarietà di quest’ultimo rispetto alla volontà. La volontà è ciò che è conosciuto dal soggetto, ed è primaria rispetto al secondo, in quanto “in ogni conoscenza il primo e l’essenziale è il conosciuto.” L’io è quel meravigliante, misterioso punto di contatto e identità tra la volontà e l’intelletto. “Se però il volere non fosse altro che un derivato del conoscere, come potrebbero gli animali, persino quelli inferiori, essendo capaci di una conoscenza estremamente ridotta, manifestare spesso una volontà così invincibilmente violenta?” L’intelletto è imperfetto e può essere migliorato attraverso l’esercizio, ma solo la volontà è perfetta in quanto estremamente semplice: “consiste nel volere e nel non-volere”. “In verità, però, l’immagine più azzeccata della relazione tra volontà e intelletto è quella di un cieco robusto che porti sulle proprie spalle un paralitico che vede.” La volontà è originaria poiché instancabile, a differenza dell’intelletto. “Ora, se l’intelletto non fosse qualcosa di completamente diverso dalla volontà, e se conoscere e volere fossero invece alla radice, come si è creduto sino ad oggi, una cosa sola, funzioni cooriginarie di un essere assolutamente semplice, allora all’eccitazione e all’aumento della volontà in cui consiste l’emozione dovrebbe corrispondere un analogo accrescimento anche dell’intelletto; solo che invece, come abbiamo visto, quest’ultimo viene da ciò piuttosto ostacolato e depresso.” “[…] ci si trova in una posizione molto più difficile quando si promette agli uomini un insegnamento piuttosto che quando si promette loro un intrattenimento; ragion per cui si è molto più fortunati a nascere poeti che a nascere filosofi.” “Il solo ostacolo e il solo turbamento deciso e immediato che la volontà può patire da parte dell’intelletto come tale potrebbe essere forse quello del tutto eccezionale che è conseguenza di uno sviluppo abnorme della preponderanza dell’intelletto, e dunque di quel talento elevato che viene indicato come genio.”6)Questa idea verrà sviluppata ulteriormente dei Supplementi al terzo libro. Sinergie in cui la volontà migliora le facoltà intellettive: “Le difficoltà aguzzano l’intelligenza”, la volontà intensifica la memoria. La supremazia della volontà, poi, si manifesta nella veracità del carattere, a differenza della mutevolezza dell’intelletto. La volontà come luogo dell’identità.
  3. “[…] ciò che, nell’autocoscienza, e dunque soggettivamente, è l’intelletto, si mostra nella coscienza delle altre cose, e dunque oggettivamente, come cervello; e ciò che nell’autocoscienza, e dunque soggettivamente, è la volontà, si mostra nella coscienza delle altre cose, e dunque oggettivamente, come l’organismo nella sua interezza.” “[…] non leggiamo mai che dopo una disgrazia di questo tipo [ovvero, ferite con perdita di materia cerebrale] si sia modificato il carattere, che la persona che l’ha subita sia diventata moralmente peggiore o migliore.”7)Ciò non è vero: nel 1848 si ebbe il celebre caso di Phineas Gage, il nordamericano superstite di uno spettacolare perforamento del cranio ad opera di un palo metallico, il quale riportò notevoli cambiamenti nei propri lineamenti caratteriali. La tesi di Schopenhauer, che “la volontà non ha la sua sede nel cervello”, è pertanto empiricamente insostenibile. Il cervello e il sistema nervoso direzionano la volontà, la quale si presenta come l’interezza dell’organismo.
  4. Sul ribaltamento della concezione dell’anima, ovvero dell’intelletto, da prius a posterius della volontà.8)Descrivendo la volontà come estremamente semplice, ovvero il volere e non-volere, Schopenhauer estende troppo in là il concetto di volere: esso assume in sé una certa concezione teleologica, per quanto l’autore sia attento a sottolineare che la volontà non ha direzione; ebbene, come distinguere il volere e il non-volere se non rispetto a un certo fine? La nozione di volontà può essere utilizzata adeguatamente per gli organismi vitali, tuttalpiù per il regno vegetale, ma non può essere estesa oltre: come inferire che una pietra vuole qualche cosa piuttosto che no? Come descrivere le leggi fisiche in termini di volere o non-volere? Schopenhauer tenta di rispondere a questa domanda, in modo a mio modesto avviso insufficiente, nel cap.23.
  5. La volontà di conoscere si produce nella coscienza in conseguenza della sua limitatezza. Ogni evoluzione avviene in funzione di impulsi, ovvero di un bisogno. Prosegue indi l’opposizione tra intelletto e volontà, tra fenomeno e cosa in sé. I gradi di perfezione dell’intelletto sono riconoscibili dalla loro capacità di vedere il mondo in maniera perfettamente oggettiva (il genio).
  6. “L’oggettivazione della volontà nella natura priva di coscienza.” “[…] qui il cercare si mostra come gravitazione, il fuggire invece come ricezione del movimento, e la mobilità dei corpi dovuta alla pressione o a un urto, la quale costituisce la base della meccanica, è in sostanza una manifestazione della tendenza, che risiede anch’essa nei corpi, all’autoconservazione.”9)Il parziale irrazionalismo schopenhaueriano si sottomette in questo al pensiero teleologico predominante pre-Darwiniano; una teleologia che potremmo interpretare come soggettiva in ultima istanza, se equipariamo la volontà al soggetto, ma che nel testo di Schopenhauer assume inevitabilmente un carattere assoluto e oggettivo, assumendo le sembianze di un vero e proprio teleonaturalismo. La scelta schopenhaueriana del termine si presta anche a una critica wittgensteiniana: il fatto di utilizzare un medesimo concetto – quello di volontà – per manifestazioni così differenti tra loro – la vita di un organismo e la caduta di un masso – non è autorizzato linguisticamente; il concetto di cui ci serviamo abbraccia fenomeni troppo distinti tra loro. “Io ritengo, perciò, che la luce non sia né un’emanazione né una vibrazione”.10)Un’affermazione che risulta straordinariamente precoce all’orecchio contemporaneo. Critica all’atomismo.
  7. “[…] la materia è ciò per il cui mezzo la volontà, la quale costituisce l’essenza profonda delle cose, fa il proprio ingresso nella percettibilità, diventa intuibile, visibile. In questo senso, la materia è dunque la mera visibilità della volontà, o – detto altrimenti, il legame tra il mondo come volontà e il mondo come rappresentazione. Essa appartiene a quest’ultimo in quanto è prodotta dalle funzioni dell’intelletto, e a quell’altro in quanto ciò che si rende manifesto in tutti gli esseri materiali, vale a dire in tutti i fenomeni, è la volontà.” “La materia è, conseguentemente, la volontà stessa, ma non più in se stessa, bensì in quanto viene intuita, vale a dire in quanto assume la forma della rappresentazione oggettiva: ciò che dunque dal punto di vista oggettivo è materia, dal punto di vista soggettivo è volontà.” Argomentazioni a sostegno della generazione spontanea. Critica al materialismo, all’atomismo e al naturalismo in quanto prendono la materia come un qualcosa di assolutamente oggettivo, dimenticandosi del soggetto e tramutando le inspiegate qualità della materia in un datum.
  8. “La necessità più stretta, onestamente condotta con rigorosa consequenzialità, e la libertà più completa, elevata sino all’onnipotenza, debbono essere presenti contemporaneamente e insieme nella filosofia: ove però non si voglia offendere la verità, questo si può verificare solo ove tutta la necessità sia collocata nell’agire e nel fare (Operari), e tutta la libertà, invece, nell’essere e nell’essenza (Esse). Con il che viene sciolto un enigma che è vecchio quanto il mondo solo perché sinora si è semper considerata la cosa alla rovescia, ricercando senz’altro la libertà nell’Operari, la necessità nell’Esse. Io invece dico: ogni essere, senza eccezioni, agisce con rigorosa necessità, mentre esiste ed è ciò che é in forza della sua libertà.” La molteplicità come manifestazione fenomenica della volontà unica.
  9. “Le cause finali sono il filo conduttore per la comprensione della natura organica, come le cause efficienti lo sono per la comprensione di quella inorganica.” Le azioni volontarie organiche sono le circostanze in cui causa finale e causa efficiente coincidono. Critica alle a-teleologie baconiane e spinoziane, in particolare di quest’ultima come di un modo grossolano per sbarazzarsi del teismo; elogio dell’acume aristotelico per aver individuato le cause finali come elemento principale di spiegazione per la vita organica.
  10. L’istinto animale e l’impulso creativo.
  11. “Nella natura animale diventa dunque manifesto che la volontà di vivere è la nota fondamentale della sua essenza, la sua unica immodificabile e incondizionata qualità.” La conservazione di tutte le specie come scopo ultimo della natura. “[…] la vita è un affare il cui incasso è ben lontano dal coprire le spese.” “[…] la volontà di vivere non è una conseguenza della conoscenza della vita, e nemmeno in alcun modo [una conclusione ricavata dalle premesse], e, proprio per questo, è ciò da cui la filosofia deve prendere le mosse, in quanto non si scopre la volontà di vivere in conseguenza del mondo, bensì il mondo in conseguenza della volontà di vivere.”

SUPPLEMENTI AL LIBRO TERZO

  1. La conoscenza delle idee.
  2. Sul puro soggetto del conoscere e l’esperienza estetica. “[…] si riesce a comprendere il mondo in modo puramente oggettivo solo allorquando non si sa più di appartenere ad esso; e tutte le cose ci appaiono tanto più belle, quanto più si è consapevoli soltanto di esse e quanto meno si è consapevoli di se stessi.” “[…] la pura oggettività dell’intuizione, in virtù della quale a venire conosciuta non è più la singola cosa come tale, bensì l’idea della specie cui essa appartiene, dipende dalla possibilità che si abbia coscienza non più di se stessi, bensì solamente degli oggetti intuiti, ossia del fatto che la propria coscienza rimanga soltanto come sostegno dell’esistenza oggettiva di quegli oggetti.” “Solo l’oggettività qualifica l’artista; essa è però possibile solamente laddove l’intelletto, distaccatosi dalla volontà che è la sua radice, fluttui liberamente e al tempo stesso però agisca con la massima energia.”
  3. Sul genio. “Vedere sempre nel particolare l’universale è precisamente il tratto fondamentale del genio”, ovvero l’intuizione dell’idea. “[…] la melanconia attribuita al genio dipende dal fatto che la volontà di vivere, quanto più si trova ad essere illuminata da un intelletto lucido, tanto più chiaramente avverte la miseria della propria condizione.” “La buona volontà nella morale è tutto; nell’arte però è nulla”. “L’affinità spesso sottolineata tra genio e follia dipende appunto fondamentalmente da quella separazione dell’intelletto dalla volontà che è essenziale per il genio e tuttavia contro natura.” “Essere inutile è una caratteristica delle opere del genio: è la loro patente di nobiltà.”
  4. Sulla follia e sulla sua relazione con la memoria.
  5. “Osservazioni sparse sulla bellezza della natura”.
  6. Alla domanda “Cos’è la vita?” risponde ogni opera d’arte, seppur in maniera intuitiva, e pertanto fugace alla razionalità. “[…] ogni opera d’arte può produrre effetti solo attraverso il medium della fantasia”. “La madre delle arti utili è il bisogno, quella delle belle arti la sovrabbondanza. Il padre delle prime è l‘intelletto, quello delle seconde il genio, che è esso stesso una sorta di sovrabbondanza, e precisamente la sovrabbondanza della forza consecutiva rispetto alla misura che sarebbe necessaria per servire la volontà.”
  7. “L’estetica dell’architettura”.
  8. “Osservazioni sparse sull’estetica delle arti figurative”.
  9. “L’estetica della poesia”.
  10. “La storia, di conseguenza, è certamente un sapere, e tuttavia non è affatto una scienza. Giacché non conosce mai il particolare per mezzo dell’universale, bensì deve comprendere immediatamente il particolare e perciò continuare a strisciare, per dir così, sul terreno dell’esperienza, laddove le scienze vere e proprie si librano sopra di esso”; “[…] l’universale di cui qui si parla nella storia è un universale meramente soggettivo, vale a dire che la sua universalità scaturisce solamente dall’insufficienza della conoscenza individuale delle cose, e non invece un universale oggettivo, vale a dire un concetto nel quale le cose siano già effettivamente pensate insieme.” “Mentre la storia ci insegna che in ogni tempo è accaduto qualcosa di diverso, la filosofia si sforza di farci capire che in tutti i tempi c’è stata, c’è e ci sarà sempre esattamente la stessa cosa.” Critica dell’hegelismo come filosofia, in quanto smette di occuparsi dell’immutabile. “La storia va considerata come l’autocoscienza razionale del genere umano, ed è per questo che essa è ciò che per il singolo individuo è la coscienza condizionata della ragione, riflessiva e capace di coerenza, la mancanza della quale rende l’animale prigioniero del ristretto presente dell’intuizione. Perciò ogni lacuna nella storia è come una lacuna nell’autocoscienza capace di memoria di un uomo”.
  11. “La metafisica della musica”.

SUPPLEMENTI AL LIBRO QUARTO

  1. (Premessa)
  2. “Sarebbe stato difficile che senza la morte si producesse il filosofare.” Religione e filosofia come rimedio al pensiero della morte. “La paura della morte è di fatto indipendente da qualsiasi conoscenza, come dimostra il fatto che anche l’animale la prova, sebbene non sappia cosa sia la morte.” “[…] affliggersi per il tempo nel quale non esisteremo più è tanto assurdo quanto affliggersi per quello nel quale non esistevamo ancora”. Poiché il male si dà solo in presenza della coscienza, l’essere-nulla non può essere un male; questa realizzazione astratta tuttavia non influisce sulla paura della morte, scaturendo quest’ultima dalla volontà, la quale appunto è volontà di vivere. Entrambi il materialismo e il naturalismo contengono in nuce, rispettivamente nell’eternità della materia e delle forze naturali, l’eternità dell’essere vivente in quanto forza vitale. La natura è indifferente alla morte, ed è pertanto cosciente del fatto che la morte non si niente più che “uno scherzo”. La tranquillità dell’animale nell’ignorare la morte segnala una consapevolezza della specie della propria permanenza: il cane particolare può anche morire, ma l’idea di cane permane.11)Tutto ciò va in frantumi con la teoria dell’evoluzione, naturalmente, poiché non vi è nulla di immutabile nelle specie in sé stesse, quanto casomai nei geni: possiamo forse ora riconoscere la tranquillità dei geni? Suvvia. “È infatti manifesto che l’oggettivo presuppone, in quanto manifestazione fenomenica, qualcosa che si manifesti; in quanto essere-per-altri, un essere.per-sé; e in quanto oggetto, un soggetto; non vale però l’opposto, giacché ovunque la radice delle cose deve risiedere in ciò che esse sono per se stesse, e dunque nel soggettivo, non nell’oggettivo, vale a dire non in ciò che esse sono per altri, non nella coscienza altrui.” “Il fondamento più solido a sostegno della nostra eternità è in effetti costituito dall’antica massima: ‘Dal nulla, nulla proviene, e nel nulla nulla ritorna’”. “Se potessimo mai diventare niente, allora saremmo già niente. L’infinità del tempo già trascorso, con l’esaurimento della possibilità dei suoi eventi, garantisce che ciò che esiste esiste necessariamente. Ciascuno deve perciò concepire se stesso come un essere necessario, vale a dire come un essere dalla cui vera ed esaustiva definizione, se la possedessimo, potremmo ricavare l’esistenza. In questo ragionamento risiede in effetti la sola prova immanente – vale a dire la sola prova che si mantenga nell’ambito dei dati empirici – dell’eternità del nostro essere autentico. Ad esso deve cioè inerire l’esistenza, poiché si distorta indipendente da tutti i possibili stati che possono essere prodotti dalla catena causale”. “[…] è possibile risvegliarsi dal sogno della vita solo a condizione che, insieme al sogno, si dissolva per intero anche il tessuto fondamentale che lo costituisce; ma questo tessuto è il suo organo stesso, l’intelletto insieme alle sue forme: con esso il sogno continuerebbe a essere tessuto all’infinito, tanto strettamente l’uno si sviluppa insieme all’altro. Ciò che propriamente ha sognato il sogno è però ancora diverso dal sogno stesso, ed è la sola realtà che rimane. Viceversa, la preoccupazione che con la morte tutto possa finire si può paragonare a uno che in sogno pensi che si danno solo sogni senza qualcuno che li sogni.” Non è mai data una conoscenza completa della cosa in sé, poiché ciò significa farla passare dal suo essere propriamente un per-sé a un essere-per-altro. “Non si è mai riuscito a chiarire che cosa sia questa realtà imperitura. Non si tratta della coscienza, e tanto meno del corpo, dal quale la coscienza manifestamente dipende. Si tratta piuttosto di ciò da cui il corpo, insieme alla coscienza, dipende. Questo però è proprio ciò che, quando fa il suo ingresso nella coscienza, si presenta come volontà. Al di là di questa, che è la manifestazione fenomenica più immediata della volontà, è fuori discussione che non possiamo andare, giacché non possiamo andare al di là della coscienza: perciò la domanda che chiede che cosa mai possa essere quel qualcosa quando non fa il suo ingresso nella coscienza, vale a dire che cosa questo qualcosa possa essere assolutamente in se stesso, è una domanda che rimane senza riposta.” “[…] la credenza nella metempsicosi si presenta come un convincimento che nell’uomo è naturale, ove egli rifletta senza pregiudizi.” “Se noi però prendiamo le mosse dal fatto che la differenza tra fuori-di-me e in-me, in quanto è una differenza spaziale, ha un fondamento solo nel fenomeno e non nella cosa in sé, e che dunque non è in alcun modo reale, allora nella privazione della nostra individualità personale vedremo solo la perdita di un fenomeno, ossia una perdita soltanto apparente. Per quanta realtà quella differenza possa anche avere nella coscienza empirica, ciononostante, da un punto di vista metafisico, gli asserti che dicono “Io perisco, ma il mondo perdura”, e “Il mondo perisce, ma io perduro” non sono, nella sostanza, autenticamente diversi.”
  3. “La vita della specie”; sul desiderio sessuale.
  4. “Il carattere ereditario delle qualità”, ovvero come la volontà venga fornita dal padre, l’intelletto dalla madre.
  5. “Il fine ultimo di ogni vicenda amorosa, sia essa rappresentata con il socco o con il coturno, è effettivamente più importante di tutti gli altri fini della vita umana, e perciò merita pienamente la profonda serietà con cui ciascuno lo persegue. Ciò che qui viene deciso, infatti, è nientemeno che la composizione della prossima generazione.” L’istinto maschera come l’interesse della specie come individuale per essere portato a compimento attraverso l’accoppiamento.12)Limitatezze e inattualità del pensiero di Schopenhauer: basarsi su riferimenti scientifici oggi insostenibili (il fatto che madre e padre in quanto tali determino particolari tratti ereditari, per esempio); proporre soluzioni improbabili per spiegare alcuni tratti dell’attrazione (del perché ad esempio biondi e mori si attraggano, piuttosto che l’uomo basso con la donna alta); l’inesorabilità che l’amore non corrisposto si trasformi in violenza, poiché la volontà di vivere non avrebbe altra scelta per esprimere la propria facoltà procreatrice; in ultima, naturalmente, l’affidamento del processo di selezione naturale alla specie, anziché ai geni. Non basta: “l’amore si trova spesso in contraddizione non solo con le relazioni esteriori, ma persino con l’individualità propria di ciascuno, in quanto si riversa su persone che, ove si prescindesse dalla relazione di carattere sessuale, risulterebbe agli occhi dell’amante odiose, spregevoli, o addirittura disgustose.” “Un eroe si vergogna di tutti i lamenti, tranne solo dei lamenti d’amore, poiché in questo caso non è lui che geme, bensì la specie.” Excursus sulla pederastia e relativa condanna, in quanto atto contro natura (una distorsione dell’istinto che, non potendo essere soddisfatto naturalmente per svariati motivi, viene ridiretto nella pederastia).
  6.  “L’affermazione della volontà di vivere”. La vergogna che si prova nei confronti dell’atto sessuale e dello stesso corpo confermano che entrambi abbiano una natura malvagia, siano ossia forieri di sofferenza – il primo in quanto prolungamento della sofferenza nella progenie, il secondo il quanto oggettivazione della volontà di vivere.
  7. “Le ore trascorrono tanto più rapidamente quanto più sono gradevoli, e tanto più lentamente quanto più sono spiacevoli: questo perché il positivo, la cui presenza si rende percepibile, è il dolore, non il piacere. Allo stesso modo abbiamo consapevolezza del tempo quando ci annoiamo, non quando ci divertiamo. Entrambe le cose stanno a dimostrare che la nostra esistenza è tanto più felice quanto meno ci accorgiamo di essa; dal che segue che sarebbe meglio non averla affatto.” “Se qualcuno osa sollevare la domanda del perché non vi sia il nulla, piuttosto che questo mondo, ciò significa che il mondo non si lascia giustificare in base a se stesso, che non è possibile trovare in esso alcun fondamento, alcuna causa finale della sua esistenza, che non è possibile dimostrare che esso esiste per se stesso, vale a dire per il proprio vantaggio. Questo, seguendo la mia dottrina, si può certamente spiegare con il fatto che il principio della sua esistenza è esplicitamente privo di fondamento, ossia è cieca volontà di vivere che, come cosa in sé, non può essere sottoposta al principio di ragione, il quale è la mera forma dei fenomeni e dal quale solamente è giustificato ogni perché.” “L’esistenza umana, ben lungi dal possedere il carattere di un dono, ha in tutto e per tutto quello di un debito che è stato contratto. La riscossione di questo debito si mostra nella forma dei bisogni impellenti, dei desideri assillanti e della miseria senza fine che derivano dall’esistenza stessa. Per pagare questo debito serve, di regola, l’intera durata della vita; anche così, però, si cancellano solo gli interessi. Il pagamento del capitale avviene con la morte. – E quando è stato contatto questo debito? Al momento della generazione.” Critica dell’ottimismo leibniziano.
  8. “Qualsiasi panteismo dovrà da ultimo naufragare a fronte delle esigenze irrinunciabili dell’etica e della presenza del male e della sofferenza nel mondo.” “Le masse non hanno un contenuto maggiore di quello di ciascun individuo. Nell’etica non ci si occupa né dell’agire né del suo esito, bensì del volere; e il volere, dal canto suo, agisce sempre e solo nell’individuo. Quello che si decide moralmente non è il destino dei popoli, che è presente solo nel fenomeno, bensì quello del singolo. I popoli, propriamente, sono delle mere astrazioni: solamente gli individui hanno un’esistenza effettiva.” Parentesi sul diritto. “Alla base del diritto penale ci dovrebbe essere, a mio modo di vedere, il principio che a essere punito non sia propriamente l’uomo, bensì solo l’azine, affinché essa non venga ripetuta […] La causa principale va dunque ricondotta al carattere personale, al carattere morale, il quale però […] è assolutamente immutabile. È per questo che un autentico miglioramento morale non è in alcun modo possibile, ma si può solo esercitare un’opera di intimidazione affinché una certa azione non venga commessa.”
  9. “Poiché però noi siamo ciò che non dovremmo essere, facciamo anche necessariamente quello che non dovremmo fare. È dunque per questo che abbiamo bisogno di una trasformazione completa della nostra mente e del nostro essere, vale a dire di una rinascita, come conseguenza della quale subentra la redenzione. Se anche la colpa si trova nell’agire, nell’operari, tuttavia la radice della colpa si trova nella nostra essentia et existentia, dato che l’operari deriva necessariamente da quest’ultima […] Ne consegue che, propriamente, il nostro unico vero peccato è il peccato originale.” “Il nocciolo e lo spirito profondi del cristianesimo sono identici a quelli del brahmanesimo e del buddismo: insegnano tutti che il genere umano, per il fatto stesso di esistere, porta in sé una grave colpa; solo che il cristianesimo, diversamente da quelle religioni più antiche, non procede qui in modo diretto e franco, ossia non fa derivare la colpa direttamente dall’esistenza stessa, bensì da un’azione della prima coppia di esseri umani.” “Le virtù morali, ossia la giustizia e l’amore per il prossimo – dato che, come ho mostrato, se sono pure scaturiscono dal fatto che la volontà di vivere, guardando al di là del principium individuationis, riconosce se stessa in tutte le proprie manifestazioni fenomeniche – sono conseguentemente innanzitutto un segno, un sintomo del fatto che la volontà che si manifesta non è più così strettamente irretita in quella illusione, ma che sta invece sopraggiungendo il disinganno”. “[La] morale accompagna l’uomo come un lume nel suo cammino dall’affermazione alla negazione della volontà, o, detto in modo mitologico, dal presentarsi del peccato originale sino alla redenzione a opera della fede nella mediazione del Dio incarnato.” “Affermazione della volontà di vivere, mondo fenomenico, diversità di tutti gli esseri, individualità, egoismo, odio, malvagità scaturiscono tutti da una sola radice; e così pure, dall’altro lato, mondo della cosa in sé, identità di tutti gli esseri, giustizia, amore per il prossimo, negazione della volontà di vivere. Ora, se, come ho dimostrato a sufficienza, le virtù morali si producono già con l’accorgersi di quella identità di tutti gli esseri, e se però questa identità non si trova nel fenomeno, bensì nella cosa in sé, nella radice di tutti gli esseri, ne consegue che l’azione virtuosa è un passaggio momentaneo attraverso un punto, il definitivo ritorno al quale è costituito dalla negazione della volontà di vivere.” “Mistica, nell’accezione più ampia del termine, è qualsiasi guida al cogliendo immediato di ciò a cui non giungono né l’intuizione né il concetto, né dunque, in generale, alcuna conoscenza.” Sulla concezione del matrimonio nel cristianesimo, cattolico ed eretico. “L’ottimismo è, in religione come in filosofia, un errore fondamentale che sbarra la strada a ogni verità. Considerato tutto questo, il cattolicesimo mi sembra un cristianesimo del quale si è terribilmente abusato e il protestantesimo un cristianesimo degenerato: mi sembra insomma che il cristianesimo in generale abbia avuto il destino che tocca tutto ciò che è nobile, elevato e grande non appena gli tocca di sussistere tra gli uomini.” Il carattere essoterico delle dottrine religiose popolari, come veicolo delle nozioni più esoteriche.
  10. “Il destino e il corso delle cose si prendono cura di noi meglio di quanto facciamo noi stessi, in quanto mandano ovunque a monte i nostri progetti di una vita di cuccagna, la cui follia è già sufficientemente riconoscibile dalla sua brevità, dalla sua inconsistenza, dalla sua vanità e dal suo amaro concludersi nella morte; essi spargono spine su spine sul nostro sentiero e ci fanno scontrare a ogni passo con la salutare sofferenza, che è la panacea dei nostri guai.”
  11. “[La mia filosofia] non ha la pretesa di spiegare l’esistenza del mondo a partire dai suoi fondamenti ultimi: se ne sta piuttosto ai dati di fatto dell’esperienza esteriore e interiore, così come sono accessibili a ciascuno, e ne dimostra la vera coerenza profonda, senza tuttavia trascenderla in senso proprio spingendosi a cose ultramondane e alle loro relazioni con il mondo. Essa perciò non trae alcuna conclusione a proposito di ciò che si trova al di là di ogni possibile esperienza, bensì fornisce solo la spiegazione di ciò che è dato nel mondo esterno e nell’autocoscienza, contentandosi dunque di comprendere l’essenza del mondo secondo la sua intima connessione con se stesso. Essa è di conseguenza immanente, nel senso kantiano della parola.”13)In questo capitolo finale emerge quel tratto distintivo della filosofia schopenhaueriana cui punta con efficacia la voce della Stanford Encyclopedia of Philosophy, ovvero che la sua opera filosofica sia propriamente una visione del mondo, l’espressione del carattere soggettivo dell’autore; Il mondo come volontà e rappresentazione è infatti una coppia, la prima costituita dal soggetto, la seconda dall’oggetto. Critica del panteismo ottimista, ovvero dello spinozismo.

 


 

Note personali a margine

La metafisica schopenhaueriana non è uno spingersi al di là del fenomeno, bensì in profondità, nel nocciolo, per identificare la cosa in sé con ciò che è immediato e pertanto primario, la realtà principale, riducendo il fenomeno a realtà secondaria.

 

Un contributo didattico che ho trovato prezioso nei Supplementi è l’indicazione di cercare di leggere solo di ciò su cui ci si è già formati un’opinione, di modo da essere in grado di affrontare una lettura critica, attiva, e non passiva. A volte infatti mi preoccupo di pensare alla successione dei sistemi di pensiero alla cui influenza decido di sottopormi: il leggere un certo autore non contribuirà forse a rendermi più incline al suo punto di vista, non fosse anche solo per mera ripetizione? Certo, una lettura critica dovrebbe scongiurare tale pericolo, e in caso di disaccordo dovrebbe anzi esaltare quest’ultimo, contribuendo a formare il nostro pensiero per via negativa.

 

Punto interessante da approfondire scaturito dalla filosofia di Schopenhauer: come può l’idealismo non portare al solipsismo, come la percezione corporea della volontà portare a una conoscenza oggettiva dell’esistenza della stessa volontà anche negli altri corpi?

 

References   [ + ]

1. Tra i filosofi contemporanei, uno delle argomentazioni anti-scettiche più celebri a favore dell’immediatezza della sensazione è la prova della mano – Here is one hand – di G.E. Moore.
2. L’intuizione può essere stata declassata per cercare una modo di concettualizzare il miglioramento del mondo, e per cercare di orientarlo. Ad esempio, nel caso dell’individuo che comprenda l’esperienza umana (ovvero la propria, in quanto soggettiva) come guerra hobbesiana di omnes contra omnes, il filosofo vuole astrarre tale comprensione in un concetto per poterla confrontare con altre esperienze e poter indirizzare il corso dell’esperienza verso ciò che viene compreso da egli come uno stato migliore. Si ripropone qui lo scisma tra conoscenza e volere, poiché secondo Schopenhauer nessuna conoscenza è in grado di modificare la volontà. Allo stesso tempo, direbbe Schopenhauer, si dà anche l’esistenza della persona che non comprende la propria esperienza come una guerra eterna, ma come uno stato di armonia e perfezione (ad esempio, per la filosofia cinese); in tal caso abbiamo due esperienze dallo stesso valore soggettivo, contrapposte. Esse non hanno un carattere concettuale, universale, ma particolare. L’argomento di Schopenhauer, non privo di una certa forza persuasiva, sta nel fatto che riconosciamo come genio quella visione del mondo interamente personale, monolitica, che è stata in grado di trasformare per intero la propria esistenza a partire da quell’insieme di intuizioni prime, frutto di un confronto continuo con l’esperienza. Quindi riconosciamo nel genio non tanto una forza dal carattere oggettivo della conoscenza – e su questo punto ben attesta la filosofa della scienza contemporanea, che vede il campo del sapere oggettivo come l’insieme delle nozioni sopravvissute alla confutazione, e che pertanto non hanno una natura eminentemente soggettiva, bensì inter-soggettiva –, bensì una particolare forza soggettiva nel carattere unitario, coerente ed esclusivamente personale (unico) del corpo che lo incarna.
3. Questo passaggio sembra offrire uno spunto interessante riguardo il solipsismo: quest’ultimo afferma che la conoscibilità degli stati mentali altrui non è mai possibile in quanto esperienze del soggetto – ovvero, “per me non è in alcun modo possibile avere una conoscenza diretta del fatto che un altro soggetto abbia le proprie percezioni mentali” (“What I need is the capacity to observe those mental states as mental states belonging to that other human being”, Stanford Encyclopedia of Philosophy); Schopenhauer afferma che l’immediatezza propria della cosa in sé, nella quale il soggetto riconosce immediatamente se stesso, è tale per cui richiederne una conoscenza oggettiva è in principio contraddittoria.
4. A tal proposito è interessante rilevare che – come lo stesso Schopenhauer sottolinea nel capitolo 17, cioè che ogni metafisica deve essere solidamente fondata nella conoscenza empirica – tale concezione potrebbe venir profondamente mutata nel momento in cui spazio e tempo non sono più separabili, ovvero quando diventano un continuum per la teoria della relatività generale di Einstein. Non ho conoscenze adeguate per esprimermi al riguardo, ma sarebbe interessante testare la metafisica schopenhaueriana alla luce del nuovo paradigma scientifico.
5. Non posso essere d’accordo con l’affermazione di Schopenhauer secondo la quale l’intelletto, essendo un prodotto del cervello deputato all’autoconservazione, sia un semplice “parassita” che “non è connesso direttamente ai suoi [dell’organismo] meccanismi profondi”; poiché se l’autoconservazione non viene ritenuto un meccanismo essenziale di un organismo, allora non so cosa possa esserlo. Schopenhauer tuttavia prosegue il paragone tra animale e uomo per rafforzare la primarietà della volontà, estendendo quest’ultima a tutti gli esseri viventi per conoscenza immediata; da tale operazione, essendo gli animale sprovvisti di intelletto, emerge più chiaramente la secondarietà di quest’ultimo rispetto alla volontà.
6. Questa idea verrà sviluppata ulteriormente dei Supplementi al terzo libro.
7. Ciò non è vero: nel 1848 si ebbe il celebre caso di Phineas Gage, il nordamericano superstite di uno spettacolare perforamento del cranio ad opera di un palo metallico, il quale riportò notevoli cambiamenti nei propri lineamenti caratteriali. La tesi di Schopenhauer, che “la volontà non ha la sua sede nel cervello”, è pertanto empiricamente insostenibile.
8. Descrivendo la volontà come estremamente semplice, ovvero il volere e non-volere, Schopenhauer estende troppo in là il concetto di volere: esso assume in sé una certa concezione teleologica, per quanto l’autore sia attento a sottolineare che la volontà non ha direzione; ebbene, come distinguere il volere e il non-volere se non rispetto a un certo fine? La nozione di volontà può essere utilizzata adeguatamente per gli organismi vitali, tuttalpiù per il regno vegetale, ma non può essere estesa oltre: come inferire che una pietra vuole qualche cosa piuttosto che no? Come descrivere le leggi fisiche in termini di volere o non-volere? Schopenhauer tenta di rispondere a questa domanda, in modo a mio modesto avviso insufficiente, nel cap.23.
9. Il parziale irrazionalismo schopenhaueriano si sottomette in questo al pensiero teleologico predominante pre-Darwiniano; una teleologia che potremmo interpretare come soggettiva in ultima istanza, se equipariamo la volontà al soggetto, ma che nel testo di Schopenhauer assume inevitabilmente un carattere assoluto e oggettivo, assumendo le sembianze di un vero e proprio teleonaturalismo. La scelta schopenhaueriana del termine si presta anche a una critica wittgensteiniana: il fatto di utilizzare un medesimo concetto – quello di volontà – per manifestazioni così differenti tra loro – la vita di un organismo e la caduta di un masso – non è autorizzato linguisticamente; il concetto di cui ci serviamo abbraccia fenomeni troppo distinti tra loro.
10. Un’affermazione che risulta straordinariamente precoce all’orecchio contemporaneo.
11. Tutto ciò va in frantumi con la teoria dell’evoluzione, naturalmente, poiché non vi è nulla di immutabile nelle specie in sé stesse, quanto casomai nei geni: possiamo forse ora riconoscere la tranquillità dei geni? Suvvia.
12. Limitatezze e inattualità del pensiero di Schopenhauer: basarsi su riferimenti scientifici oggi insostenibili (il fatto che madre e padre in quanto tali determino particolari tratti ereditari, per esempio); proporre soluzioni improbabili per spiegare alcuni tratti dell’attrazione (del perché ad esempio biondi e mori si attraggano, piuttosto che l’uomo basso con la donna alta); l’inesorabilità che l’amore non corrisposto si trasformi in violenza, poiché la volontà di vivere non avrebbe altra scelta per esprimere la propria facoltà procreatrice; in ultima, naturalmente, l’affidamento del processo di selezione naturale alla specie, anziché ai geni. Non basta: “l’amore si trova spesso in contraddizione non solo con le relazioni esteriori, ma persino con l’individualità propria di ciascuno, in quanto si riversa su persone che, ove si prescindesse dalla relazione di carattere sessuale, risulterebbe agli occhi dell’amante odiose, spregevoli, o addirittura disgustose.”
13. In questo capitolo finale emerge quel tratto distintivo della filosofia schopenhaueriana cui punta con efficacia la voce della Stanford Encyclopedia of Philosophy, ovvero che la sua opera filosofica sia propriamente una visione del mondo, l’espressione del carattere soggettivo dell’autore; Il mondo come volontà e rappresentazione è infatti una coppia, la prima costituita dal soggetto, la seconda dall’oggetto.

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