Il mondo come volontà e rappresentazione

Il mondo come volontà e rappresentazione, di Arthur Schopenhauer

edizione Einaudi, a cura di Giorgio Brianese

 

 

Note per la lettura dell’articolo:

  • Ogni voce riporta in maniera più o meno sommaria, a volte come semplice riassunto e a volte come serie di citazioni, il contenuto di ogni capitolo. Nella lettura e nell’annotazione, sono stato guidato principalmente da un interesse personale, pertanto alcuni argomenti risultano più sviscerati di altri.
  • Le citazioni consistono nel testo virgolettato. Tutto il resto è un sommario del contenuto del testo.
  • In nota e al termine dell’articolo vi sono delle annotazioni personali, scaturite dalla lettura del testo.

scarica in pdf

 

 

Dalla prefazione di Giorgio Brianese

“E se, come ha dimostrato una volta per tutte Aristotele, di ciò che è noto ‘cerchiamo sempre di nuovo una dimostrazione, arriveremo infine a certi principi che sono le condizioni di ogni pensare e conoscere […], cosicché la certezza non è altro che l’accordo con tali principi, la cui certezza non può quindi essere a sua volta chiarita da altri’.” p.xxx

 

Introduzione alla seconda edizione

ammissione del principio “prima il vivere, poi la filosofia”;

problema della filosofia come mestiere e come forma di potere personale ≠ esercizio della Verità1)Due visioni della verità in opposizione: la contingenza delle problematiche e il confronto su di esse determinano la verità storica (su questa linea naturalmente Hegel, poi il pragmatismo di Peirce e Dewey, per i quali la nozione di verità si dà nell’inter-soggettività) vs. la metafisica in quanto sapere formale radicato nell’intuizione determina ciò che è vero a partire dal soggetto (Schopenhauer, in particolare il cap.17 dei Supplementi).


LIBRO PRIMO
  1. Mondo come rappresentazione, mondo come volontà.
  2. Unità di soggetto e oggetto; principio di ragione sufficiente come principio di unificazione della rappresentazione dal parte del soggetto.
  3. Differenza tra rappresentazioni intuitive (condizioni dell’esperienza) e astratte (concetti); esistenza relativa dei corpi.
  4. Legge della causalità (congiunge lo spazio col tempo); materia come possibilità dell’esistenza simultanea; “il correlato soggettivo della materia – o della causalità – è l’intelletto”; “L’indipendenza della conoscenza della causalità da ogni esperienza, ossia la sua apriorità, può dunque venir dimostrata solo  con la dipendenza di ogni esperienza da essa”.
  5. La causalità avviene solo tra oggetto immediato (corpo) e oggetto mediato (oggetto), quindi solamente tra oggetti (non tra soggetto e oggetto).  Esposizione del falso problema della conoscenza del mondo esterno (misapplicazione del principio di ragione al rapporto tra soggetto e oggetto); tema della realtà come sogno.
  6. La conoscenza rappresentativa, intellettiva, del corpo; “Ciò che viene riconosciuto correttamente dalla ragione è verità […] ciò che viene riconosciuto correttamente dell’intelletto è realtà […] alla verità si contrappone l’errore, alla realtà si contrappone l’apparenza”. La ragione si occupa della conoscenza ed è esclusivo appannaggio dell’uomo; l’intelletto si occupa dell’intuizione, ed è di tutti gli esseri senzienti.
  7. Critica all’epistemologia del materialismo; “[…] ogni scienza non insegna altro se non a conoscere la relazione di una rappresentazione con un’altra”; “il mondo della rappresentazione comincia effettivamente con lo spalancarsi del primo occhio”; “Come il materialismo non si vedeva che insieme all’oggetto più semplice veniva a porre con ciò stesso anche il soggetto, così Fichte non si avvede che insieme al soggetto veniva a porre con ciò stesso anche l’oggetto”.
  8. L’intelletto e il concetto, rappresentazione astratta.
  9. Il concetto come rappresentazione di rappresentazione; l’impraticità della logica e l’uso delle sfere concettuali; l’arte della persuasione.
  10. I quattro principi metalogici: di identità, di contraddizione, del terzo escluso e di ragione sufficiente; “sapere è dunque la conoscenza astratta, l’aver fissato in concetti della ragione ciò che è stato conosciuto per una via del tutto diversa.”
  11. “[…] l’autentico contrario del sapere è il sentimento”; ciò che pertiene alla sfera del sentimento lo è per via negativa – non è concetto, né conoscenza astratta.
  12. “[…] dato che la ragione offre alla conoscenza sempre soltanto che ha già ricevuto in altro modo, essa in effetti non estende il nostro sapere, ma si limita a conferirgli una forma diversa”; un paragone tra la conoscenza intuitiva e quella ragionata.2)In termini psicologici contemporanei (Daniel Kahneman), pensiero veloce e pensiero lento.
  13. Il riso, “incongruenza tra un concetto e gli oggetti reali”; il ridicolo; il buffo; la pendanteria.
  14. “Ogni sapere, ossia ogni conoscenza elevata in abstracto alla coscienza, sta alla scienza vera e propria come un frammento sta all’intero”; la scientificità “non consiste nella sicurezza, bensì nella forma sistematica della conoscenza fondata sulla discesa graduale dall’universale al particolare”; “Questo cammino della conoscenza caratteristico delle scienze, che va dall’universale al particolare, implica che in esse molto si fondi sulla deduzione da principi precedenti, quindi su dimostrazioni, il che ha determinato l’antico errore consistente nel ritenere che solo ciò che è stato dimostrato sia completamente vero e che ogni verità abbia bisogno di una dimostrazione. È vero piuttosto il contrario, ossia che ogni dimostrazione ha bisogno di una verità indimostrata che da ultimo la sostenga, o che comunque sostenga le dimostrazioni su cui essa si fonda: di conseguenza una verità che abbia un fondamento immediato è preferibile a una verità che si fondi su di una dimostrazione, allo stesso modo che l’acqua di fonte è preferibile a quella dell’acquedotto.” “La scoperta delle ipotesi è stata una faccenda che ha riguardato la capacità di giudizio, la quale ha compreso con esattezza e ha espresso in modo conforme i dati di fatto; a confermare la loro verità, tuttavia, è stata l’induzione, ossia l’intuizione del molteplice.”
  15. Intuizionismo a priori come fondamento della matematica; l’imperfezione del procedimento induttivo; “la filosofia ha questo di proprio, di non presupporre nulla come noto; tutto le è in egual misura sconosciuto e tutto è per essa un problema, non solo i rapporti tra i fenomeni, ma anche i fenomeni stessi […] è proprio ciò che le scienze presuppongono e assumono come fondamento e come limite delle loro spiegazioni, che costituisce il problema caratteristico della filosofia la quale, di conseguenza, comincia là dove finiscono le scienze.”; “In verità si potrebbe dire che ciascuno conosce da sé, senza nessun altro aiuto, che cosa sia il mondo, dato che egli stesso è il soggetto della conoscenza, di cui il mondo è rappresentazione: anche questo sarebbe, quanto a ciò, vero. Solo che quella è una conoscenza intuitiva, in concreto: riprodurla in abstracto, elevare a un sapere di questo genere, a un sapere durevole l’intuizione della successione, della mutevolezza, e specialmente tutto ciò che l’ampio concetto di sentimento abbraccia e indica in modo solo negativo come sapere non astratto, non chiaro, questo è il compito della filosofia.”
  16. Critica alla ragion pratica kantiana; critica all’etica stoica: “il sapiente stoico […] non ha potuto mai ottenere né vita né un’intima verità poetica, ma è rimasto un burattino legnoso e rigido con il quale non è possibile fare nulla e che non sa neanche lui dove andare con la sua saggezza, e la cui perfetta tranquillità, la cui soddisfazione, la cui felicità sono addirittura in contrasto con la natura umana e non ci consentono di giungere da lì a nessuna rappresentazione intuitiva.”
LIBRO SECONDO
  1. Le due branche della scienza naturale: morfologia (studio delle forme permanenti) ed eziologia (studio dei rapporti di causa-effetto, del divenire); “ciò che però ci spinge a ricercare è proprio il fatto che non basta sapere che abbiamo delle rappresentazioni, che esse sono fatte in questo o quest’altro modo, e che si collegano le une alla altre secondo queste o quelle leggi […] Noi vogliamo sapere quale sia il significato di queste rappresentazioni: ci chiediamo se questo mondo non sia altro che rappresentazione […] Quel che è certo è che ciò che ricerchiamo è un che di essenzialmente e completamente diverso dalla rappresentazione, e che perciò le forme e le leggi di quest’ultima debbono rimanergli del tutto estranee; ne segue che, prendendo le monde dalla rappresentazione, non è possibile giungere ad esso servendosi del filo conduttore di quelle leggi […]”.
  2. “Il significato tanto ricercato di questo mondo che mi sta davanti come mia rappresentazione, oppure il passaggio da esso, come pura rappresentazione del soggetto conoscente, a quello che può esserci ancora al di là di esso, non potrebbe mai essere scoperto se il ricercatore stesso non fosse nient’altro che il puro soggetto conoscente.” “L’atto della volontà e l’azione del corpo non sono due stati diversi conosciuti oggettivamente, che il filo della causalità annoda insieme, non stanno tra loro nella relazione di causa ed effetto; sonno invece un’unica e medesima cosa, solo che si danno in due modi del tutto diversi: una volta del tutto immediatamente e una volta nell’intuizione per l’intelletto.” corpo come oggettità della volontà; “È solo nella riflessione che il volere e l’agire sono distinti: nella realtà essi sono una cosa sola. Ogni vero, genuino, immediato atto della volontà è subito e immediatamente anche un atto visibile del corpo; e d’altra parte, in modo corrispondente, ogni azione esercitata sul corpo è subito e immediatamente anche un’azione esercitata sulla volontà; in quanto tale, la chiamiamo dolore se ripugna alla volontà, benessere, piacere, se è conforme ad essa.” “il mio corpo è la condizione che mi permette di conoscere la mia volontà.”
  3. “Se dunque il mondo corporeo deve essere ancora qualcosa in più che la nostra semplice rappresentazione, dobbiamo dire che esso, al di là della rappresentazione, quindi in sè e nella sua essenza più profonda, è ciò che noi in noi stessi troviamo immediatamente come volontà.”
  4. I motivi spiegano le azioni contingenti, ma la volontà in sé rimane senza fondamento, non risponde al principio di ragione (Kant: carattere empirico vs. carattere intelligibile).
  5. Esperienza individuale della volontà come chiave di lettura del mondo circostante come rappresentazione.
  6. “La conoscenza dell’identico in fenomeni diversi e del diverso nei simili è appunto, come osserva spesso Platone, la condizione della filosofia”; “la parola volontà, che a noi, come una parola magica, deve svelare l’intima essenza di ogni cosa della natura, non indica affatto un’entità sconosciuta conseguita per via deduttiva, bensì qualcosa che viene conosciuto in modo immediato e che è conosciuto così bene che noi sappiamo e comprendiamo che cosa la volontà sia molto meglio di qualsiasi altra cosa. […] voglio che ogni cosa della natura sia pensata come volontà” anziché come forza.
  7. [La volontà] “è una, ma non come è uno un oggetto, il cui esser-uno può esser conosciuto solo in forza del contrasto con la molteplicità possibile; e nemmeno come è uno un concetto, il quale prende forma dalla molteplicità solo grazie all’astrazione: è una, invece, in quanto si trova al di fuori del tempo e dello spazio”; “l’individuo, la persona, non è volontà come cosa in se, ma, appunto, fenomeno della volontà, e come tale già determinato e già passato nella forma del fenomeno, il principio di ragione.”; definizione di causa (o motivo) e stimolo.
  8. “[…] quanto più una conoscenza è necessaria, quanto più c’è in essa qualcosa che non si lascia pensare e rappresentare in modo diverso – come, per esempio, le relazioni spaziali –, quanto più essa diventa chiara e soddisfacente, tanto meno contenuto oggettivo, o tanto meno realtà autentica, c’è in essa; e, viceversa, quanto più grande è in essa lo spazio di ciò che dev’esser ritenuto del tutto contingente, quanto più ci costringe ad accettare ciò che è dato in modo meramente empirico, tanta più realtà autenticamente oggettiva ed effettivamente reale c’è in essa; ma, allo stesso tempo, tanto più vi è in essa di inspiegabile, ossia di non derivabile da altro.”; “in ogni cosa della natura c’è qualcosa di cui non possa essere indicata alcuna ragione, di cui non è possibile fornire alcuna spiegazione, di cui non è possibile ricercare alcuna causa ulteriore: e questa è la modalità specifica del suo agire, ossia proprio la sua modalità di esistenza, la sua essenza. È vero che di ogni singola azione di una cosa è possibile stabilire una causa dalla quale ricavare che essa deve agire proprio in un determinato tempo e in un determinato luogo, ma non se ne può stabilire nessuna che ci consenta di ricavare che essa in generale, agisce e che agisce proprio come agisce.”
  9. “Per idea intendo dunque ogni determinato e stabile livello di oggettivazione della volontà, in quanto esso è cosa in sé ed è quindi estraneo alla molteplicità, livelli che costituiscono per le singole cose le forme eterne, o i loro modelli ideali.”
  10. Le differenti gradazioni di oggettivazione della volontà.
  11. L’eziologia si occupa del particolare, la filosofia dell’universale; critica al materialismo della natura; “ogni organismo rappresenta l’idea della quale è immagine solo rinunciando a quelle parti della sua forza utilizzate per vincere le idee inferiori che gli contendono la materia”; “Così vediamo dovunque nella natura conflitto, lotta e alternanza di vittorie, e proprio in questo, d’ora in avanti, riconosceremo più chiaramente l’essenziale discordia della volontà con se stessa. Ogni grado di oggettivazione della volontà contende all’altro la materia, lo spazio, il tempo. […] Questo conflitto si perpetua in tutta quanta la natura; di più: è solo grazie ad esso che la natura esiste”; “La sicurezza e la regolarità, sinora infallibili, con cui la volontà agiva nella natura inorganica e semplicemente vegetativa, derivavano dal fatto che essa operava, nella sua essenza originaria, come impulso cieco, come volontà, senza l’aiuto ma anche senza il disturbo di un secondo mondo del tutto diverso, il mondo della rappresentazione”.
  12. “Proviamo ora ad applicare ciò che abbiamo detto alla considerazione teleologica degli organismi, in quanto essa concerne la loro interiore conformità al fine. Se nella natura inorganica l’idea, che va considerata sempre come un singolo atto di volontà, si manifesta solo in una singola espressione sempre uguale, sì che si può dire che qui il carattere empirico partecipa immediatamente dell’unità del carattere intelligibile, quasi facendo tutt’uno con esso, per questo qui non si può mostrare alcuna interna conformità al fine. Se, al contrario, tutti gli organismi esprimono la loro idea per mezzo di una successione di momenti che si sviluppano l’uno dopo l’altro, condizionata da una varietà di parti diverse che si trovano l’una accanto all’altra, la somma delle manifestazioni del loro carattere empirico è espressione di quello intelligibile soltanto nell’insieme; sì che questa necessaria giustapposizione delle parti e questa necessaria successione dello sviluppo non sopprimono affatto l’unità dell’idea che si manifesta, l’unità dell’atto di volontà che si esprime; piuttosto, questa unità trova ora la sua espressione nella relazione e nella concatenazione necessarie che legano l’una all’altra quelle parti e quegli sviluppi secondo la legge di causalità.”; “In generale, dunque, l’istinto degli animali costituisce l’introduzione migliore a una comprensione della teleologia della natura. Infatti, come l’istinto è un agire simile a quello prodotto dal concetto della finalità, pur non avendone alcuno, così ogni figura della natura è simile a quelle che rispondono a un concetto di finalità, e persino quando ne è priva. Nella teleologia della natura esterna come in quella interna, infatti, ciò che dobbiamo pensare come mezzo e come scopo è sempre e solo la manifestazione fenomenica dell’unità dell’unica volontà che, da questo punto di vista, è in armonia con se stessa, una manifestazione che si è moltiplicata per rispondere al nostro modo di conoscere nello spazio e e nel tempo.” L’armonia instaurata si limita all’equilibrio tra specie e tra forze universali della natura, ma per gli individui e i fenomeni vale il conflitto di cui sopra.
  13. “Perciò ogni uomo ha sempre scopi e motivi determinati, in base ai quali orienta la propria condotta, e sa dar ragione in ogni momento di ogni sua singola azione; se però gli chiedessimo perché egli, in generale, voglia, o perché egli, in generale, voglia esistere, non avrebbe più alcuna risposta, e piuttosto gli apparirebbe insensata la domanda; proprio in ciò si esprimerebbe la coscienza che egli stesso non è altro che volontà, il cui volere, in generale, si comprende da sé e ha bisogno di una più precisa determinazione soltanto nei suoi singoli atti, nei singoli istanti del tempo.”
LIBRO TERZO
  1. “[…] dato però che esso [il principio di ragione] è la forma che subordina a sé l’intera conoscenza del soggetto, in quanto conosce come individuo, anche le idee si verranno a trovare del tutto al di fuori della sfera di conoscenza dell’individuo in quanto tale. Se quindi si vuole che le idee diventino oggetto di conoscenza, sarà necessario che nel soggetto conoscente l’individualità venga soppressa.”
  2. Descrizione della similitudine di pensiero tra la cosa in sé kantiana e le idee platoniche [“forma permanente di tutte le cose della stessa specie”, par.38].
  3. Precisazione sull’ultimo punto: l’idea platonica conserva la propria natura di oggetto, mentre la cosa in sé deve staccarsi dall’essere-oggetto-per-un-soggetto. “Il principio di ragione è dunque ancora una volta la forma di cui si rivede l’idea quando ricade nella conoscenza del soggetto in quanto individuo. La singola cosa che si manifesta in conformità al principio di ragione è dunque solo un’oggettivazione mediata della cosa in sé (che è la volontà), ed è tra l’una e l’altra che si colloca l’idea come unica oggettità immediata della volontà, in quanto non ha assunto alcun’altra forma del conoscere come tale se non quella della rappresentazione in generale, ossia quella dell’essere oggetto per un soggetto.”
  4. “La conoscenza rimane di regola sempre sottomessa alla volontà; […] Negli animali questo asservimento della conoscenza alla volontà è ineliminabile. Negli uomini può esserlo, ma solo in via eccezionale”.
  5. “Il passaggio dalla conoscenza delle singole cose alla conoscenza dell’idea, che è possibile però, come si è detto, solo come eccezione, si verifica improvvisamente: la conoscenza si stacca dal servizio della volontà e, proprio per questo, il soggetto cessa di essere puramente individuale ed è ora il soggetto puro della conoscenza, quel soggetto privo di volontà che non insegue più le relazioni conformi al principio di ragione, ma si acquieta ed è come assorbito nella ferma contemplazione dell’oggetto che gli sta dinanzi, al di fuori delle sue connessioni con qualche altro oggetto.”; “allo stesso tempo, chi è assorto in questa contemplazione [immersione nell’intuizione] non è più individuo, appunto perché l’individuo si è annullato proprio in questa contemplazione; egli è invece soggetto conoscente puro, libero dalla volontà, dal dolore, dal tempo.”; “Non appena il conoscere, il mondo come rappresentazione, è tolto, non resta altro se non la semplice volontà, il cieco impulso. Il suo oggettivarsi, il suo divenire rappresentazione, pone in un solo colpo sia il soggetto sia l’oggetto”.
  6. L’essenzialità della volontà, della cosa in sé, e l’inessenzialità del mondo come rappresentazione.
  7. “[L’arte] riproduce le idee eterne, cogliendole in modo puramente contemplativo; riproduce ciò che vi è di essenziale e di permanente in tutti i fenomeni del mondo e, a secondo della materia in cui le riproduce, si presenta come arte figurativa, poesia o musica. Sua unica origine è la conoscenza delle idee, suo unico scopo la comunicazione di questa conoscenza.” “La genialità è quindi l’attitudine a mantenersi nel puro intuire, a perdersi nell’intuizione, e a liberare la conoscenza, che originariamente esiste solo per essere al servizio della volontà, dall’asservimento ad essa; è cioè il perdere completamente di vista il suo interesse, il suo voler, i suoi scopi, spogliandosi del tutto, per un certo tempo, della sua personalità, per rimanere come puro soggetto conoscente, chiaro occhio del mondo”; un identikit del genio; genialità e follia; follia come spezzarsi del filo della memoria.
  8. “Dobbiamo ammettere che la capacità di riconoscere nelle cose le loro idee, spogliandosi così per un istante della propria personalità, sia presente in tutti gli uomini, a meno che non esista qualcuno che sia del tutto incapace di un godimento estetico. Il genio, rispetto agli altri, ha solo il vantaggio di possedere quella capacità a un grado più elevato e in modo più stabile, il che gli permette di unire ad essa la riflessione necessaria a riprodurre in un’opera creata a proprio arbitrio ciò che egli ha conosciuto in questo modo: questa riproduzione costituisce l’opera d’arte.”
  9. “Ogni volere scaturisce dal bisogno, dunque dalla mancanza, dunque dalla sofferenza.” “Una soddisfazione duratura e immodificabile non ce la può dare il conseguimento dell’oggetto del volere, qualsiasi esso sia”; breve trattazione dei sensi nell’esperienza estetica.
  10. L’esperienza del sublime: “Ciò che dunque distingue il sentimento del sublime da quello del bello è che nel bello il puro conoscere ha preso il sopravvento senza lotta […] nel sublime invece quello stato del puro conoscere viene conseguito anzitutto solo attraverso un distacco cosciente e violento da quelle relazioni del medesimo oggetto con la volontà che sono conosciute come sfavorevoli, attraverso un libero, cosciente elevarsi al di sopra della volontà e della conoscenza che ad essa si riferisce.”
  11. L’opposto del sublime: il seducente, ovvero ciò che eccita la volontà con una promessa di immediata soddisfazione.
  12. “Dato che da una parte ogni cosa data può essere considerata in modo puramente oggettivo e al di fuori di tutte le relazioni; e dato che, dall’altra, in ogni cosa, qualsiasi sia il grado della sua oggettità, si manifesta la volontà, sì che ogni cosa è perciò espressione di un’idea; ne segue anche che ogni cosa è bella. […] Ma una cosa è più bella di un’altra se facilita una conoscenza puramente oggettiva, se le va incontro, se addirittura sembra quasi costringerla a presentarsi: in questo caso noi diciamo che è molto bella.”; differenze con la dottrina platonica delle idee.
  13. “La fonte del godimento estetico risiederà nondimeno ora più nella percezione dell’idea conosciuta, ora più nella beatitudine e nella serenità spirituale del puro conoscere che si è reso libero da ogni volere e, perciò, da ogni individualità e dalle pene che essa produce; e, in effetti, questa prevalenza dell’uno o dell’altro aspetto del piacere estetico dipenderà dal grado più o meno elevato di oggettità della volontà contenuto nell’idea che viene colta intuitivamente.”
  14. “Della materia come tale non è possibile alcuna rappresentazione intuitiva, ma unicamente un concetto astratto: nella rappresentazione intuitiva, infatti, si presentano solo le forme e le qualità il cui sostegno è la materia e nelle quali si manifestano le idee”; “la materia è l’anello di congiunzione tra l’idea e il principio individuationis, che è la forma della conoscenza dell’individuo, ossia il principio di ragione”; “la lotta tra gravità e solidità è l’unico elemento estetico dell’architettura in quanto arte bella: portare in diversi modi alla piena visibilità questa lotta è il suo compito.”
  15. Arte del giardinaggio, pittura paesaggistica; pittura e scultura degli animali, e loro contemplazione.
  16. “Quella della bellezza umana è un’espressione oggettiva che designa la più compiuta oggettivazione della volontà al grado più alto della sua conoscibilità, l’idea dell’uomo in generale, espressa compiutamente nella forma intuita”. “Ma l’arte, come opera? Imitando la natura, si crede. Ma come potrebbe l’artista riconoscere l’opera ben riuscita e imitarla, sciogliendola in mezzo a quelle malriuscite, se già non possedesse una nozione del bello anteriore all’esperienza?”; “Questa anticipazione è l’ideale: l’Idea, in quanto essa viene, quanto meno per metà, consociata a priori e, contribuendo come tale a completare ciò che in natura è dato a posteriori, diventa pratica per l’arte”. “Come dunque la bellezza è la raffigurazione adeguata della volontà in generale attraverso il suo semplice fenomeno nello spazio, così la grazia è la raffigurazione adeguata della volontà attraverso il suo fenomeno nel tempo, ossia è l’espressione del tutto corretta e appropriata di ciascun atto della volontà attraverso il movimento e la posizione in cui si oggettiva”. “Le arti, quindi, il cui fine è quello di rappresentare l’idea dell’umanità, hanno come compito quello di esprimere, con la bellezza, come carattere della specie, anche il carattere dell’individuo, ossia quello che viene chiamato carattere in senso proprio; e quest’ultimo, a sua volta, solo in quanto non sia considerato come un che di casuale, come una peculiarità che appartenga in tutto e per tutto all’individuo nella sua singolarità, bensì come un aspetto dell’idea di umanità che si manifesta in modo particolare proprio in questo individuo determinato, la raffigurazione del quale, perciò, è utile alla rivelazione di quell’idea.”
  17. Sul mancato grido del Laocoonte.
  18. Drappeggi scultorei e arte oratoria.
  19. “Nell’arte solo il significato interiore ha valore; quello esteriore vale nella storia. Entrambi sono del tutto indipendenti l’uno dall’altro, e possono sia presentarsi assieme sia apparire da soli. Un’azione altamente significativa per la storia può essere molto comune e banale quanto al suo significato interiore: e, viceversa, una scena della vita quotidiana può avere un grande significato interiore, se in essa si manifestano degli individui umani e un agire e un volere umani, fino alle pieghe più nascoste, in una luce limpida e chiara.”
  20. “Il concetto è astratto, discorsivo, del tutto indeterminato all’interno della sua sfera, e determinato solo entro i suoi confini, raggiungibile e comprensibile da chiunque possieda la sola ragione, comunicabile a parole senza alcun’altra mediazione, esaurito per intero dalla propria definizione. L’Idea, invece, che in ogni caso va definita come la rappresentante adeguata del concetto, p de tutto intuitiva e, sebbene rappresenti una quantità infinita di singole cose, tuttavia è assolutamente determinata; essa non è conosciuta dall’individuo come tale, ma solo da chi si sia elevato, superando ogni volere e ogni individualità, alla condizione di puro soggetto del conoscere […] l’idea perciò non è comunicabile direttamente, ma solo in modo condizionato, in quanto idea concepita e riprodotta nell’arte essa parla a ciascuno solo secondo la misura del suo valore intellettuale”; “L’idea è l’unità frantumata della molteplicità, per mezzo della forma temporale e spaziale della nostra apprensione intuitiva: invece il concetto è l’unità nuovamente ricostruita dalla molteplicità, per mezzo dell’astrazione di cui è capace la nostra ragione: quest’ultima può venir indicata come unitas post rem, quella come unitas ante rem. Infine, la differenza tra concetto e idea si può esprimere anche con una similitudine, dicendo: il concetto è come un recipiente inanimato nel quale le cose che abbiamo riposto stanno effettivamente l’una accanto all’altra, ma dal quale non si può tirar fuori (attraverso i giudizi analitici) nulla di più di ciò che (attraverso la riflessione sintetica) abbiamo riposto in esso; l’idea, invece, sviluppa in chi l’ha concepita delle rappresentazioni che, dal punto di vista del concetto corrispondente, sono nuove: somiglia a un organismo vivente, capace di svilupparsi e di procreare, che produce ciò che non era stato introdotto in esso”. Solo l’idea è fertile per l’arte, a differenza del concetto. “In ogni tempo e in ogni arte la maniera prende il posto dello spirito, che è sempre una prerogativa di pochi: la maniera, però, è il vecchio abito smesso di quella manifestazione dello spirito che si è presentata per ultima e che è stata riconosciuta come tale. In conseguenza di tutto ciò, il plauso della posterità, di regola, non si acquista altrimenti che sacrificando il plauso del proprio tempo, e viceversa”.
  21. Allegoria come espressione di un concetto; “il passaggio dall’idea al concetto è sempre una caduta”. “Se tra la cosa raffigurata e il concetto che per mezzo di essa viene significato non c’è alcun collegamento fondato sulla sussunzione sotto a quel concetto o sulla associazione delle idee, ma il segno e ciò che viene contrassegnato stanno in una connessione del tutto convenzionale, che si verifica grazie a un accostamento di fatto verificatosi casualmente, allora io chiamo simbolo questa sottospecie dell’allegoria.” “Ma l’allegoria ha con la poesia una relazione del tutto diversa da quella che ha con le arti figurative e, se in quest’ultime va respinta, in essa è invece del tutto ammissibile e opportuna. Poiché nelle arti figurative essa porta dal dato intuitivo, che è l’autentico oggetto di ogni arte, al pensiero astratto; nella poesia invece la relazione è rovesciata: qui ciò che è dato immediatamente nelle parole è il concetto, e il fine più prossimo è quello di condurre ogni volta da quest’ultimo al dato intuitivo, della cui raffigurazione deve farsi carico la fantasia dell’ascoltatore”. “Proprio perché ogni connessione simbolica si basa, in fondo, su una convenzione, il simbolo ha, tra gli altri difetti, anche quello che il suo significato, con il tempo, viene progressivamente dimenticato, fino a che va del tutto perduto”.
  22. Differenza tra lo storico e il poeta – il primo traccia relazioni tra azioni umane che hanno prodotto particolari conseguenze, e parla pertanto di uomini; il secondo coglie l’essenza dell’uomo. L’autobiografia; la canzone; “Il dispiegamento e l’esplicitazione dell’idea che si esprime nell’oggetto di ogni arte, della volontà che si oggettiva in ciascuno dei gradi, è lo scopo comune a tutte le arti. La vita dell’uomo, come il più delle volte si mostra nella realtà, è simile all’acqua così come essa si mostra il più delle volte, nello stagno e nel fiume; ma nell’epopea, nel romanzo e nella tragedia vengono selezionati dei caratteri, i quali vengono posti in circostanze capaci di sviluppare tutte le loro caratteristiche: le profondità dell’animo umano si dischiudono e si rendono visibili in azioni straordinarie e dense di significato”. “Il vero senso della tragedia è la comprensione, ben più profonda, che l’eroe non espia i propri peccati personali, bensì il peccato originale, ossia la colpa in qui consiste l’esistenza stessa: Poiché la più grave colpa dell’uomo / è quella di essere nato”. I tre generi della tragedia; “l’ultima specie ci mostra invece che le forze che distruggono la felicità e la vita possono a ogni istante aprirsi il cammino anche verso di noi, dal che comprendiamo che il dolore più grande è prodotto da un intreccio di circostanze la cui essenza potrebbe appartenere anche al nostro destino, e da azioni che forse anche noi saremmo capaci di commettere, sì che non potremo accusare nessuno di aver commesso ingiustizia: ed ecco che ci vengono i brividi e ci sentiamo già in mezzo all’inferno.”
  23. “La musica è infatti un’oggettivazione, un’immagine della volontà nella sua interezza immediata come il mondo stesso, anzi, come le idee, la cui molteplice manifestazione fenomenica costituisce il mondo delle cose particolari. La musica non è dunque in nessun modo, come sono le altre arti, l’immagine delle idee, bensì l’immagine della volontà stessa, della quale anche le idee sono oggettità”. La melodia racconta “la storia della volontà”. “La musica non esprime i fenomeni, ma solo l’intima essenza, l’in-sé in ogni fenomeno, la volontà stessa. Essa perciò non manifesta questa o quella gioia particolare e determinata, questa o quella afflizione, o questo o quel dolore, terrore, giubilo, allegria, quiete interiore, bensì la gioia, l’afflizione, il dolore, il terrore, il giubilo, l’allegria, la quiete interiore in se stessi, in qualche modo in abstracto: ci dà la loro stessa essenza, senza accessori, e dunque anche senza motivi”. “La sua [della musica] universalità non è però affatto la vuota universalità dell’astrazione: è di tutt’altro genere, ed è unita a una determinatezza perennemente chiara”. “troveremo che una filosofia morale pura, che prescinda dalla spiegazione della natura, come Socrate la voleva introdurre, è del tutto analoga a una melodia senza armonia, come Rousseau solamente la voleva, e che, al contrario, una fisica e una metafisica pure, prive di un’etica, corrisponderebbero a una semplice armonia priva di melodia”.
LIBRO QUARTO
  1. “Tutta la filosofia è sempre teoretica, in quanto, qualsiasi sia l’oggetto di ricerca immediato, le è essenziale assumere l’atteggiamento della contemplazione pura e proporsi di indagare, non di prescrivere. Invece quella di diventare pratica, di guidare le azioni, di modificare il carattere, è una vecchia pretesa alla quale, dopo un più maturo esame, essa dovrebbe finalmente rinunciare. […] La virtù non si insegna più di quanto non si insegni il genio: anzi, in essa, come nell’arte, il concetto è sterile e può essere utilizzato solo come strumento”. L’etica schopenhaueriana non conterrà dunque alcuna nozione di dovere. “È davvero una contraddizione evidente dire che la volontà è libera e tuttavia prescriverle delle leggi secondo le quali essa deve volere”. “Il nostro sforzo filosofico può giungere soltanto a interpretare e a spiegare nella sua essenza più profonda e nel suo contenuto l’agire degli uomini e le massime così diverse, o addirittura contraddittorie, delle quali esso è l’espressione vivente […] portando la loro essenza più profonda alla chiarezza della conoscenza astratta. Così facendo, la nostra filosofia affermerà la medesima immanenza che è stata affermata da tutta la trattazione precedente”. Critica allo storicismo: “ogni filosofia storica di questo genere, per quanto si dia delle arie [Hegel], prende il tempo, come se Kant non fosse mai esistito, per una determinazione della cosa in sé […] e questo è proprio il genere di conoscenza che si rimette al principio di ragione, con la quale non si giunge mai all’essenza profonda delle cose, ma non si fa altro che inseguire all’infinito i fenomeni”. “L’autentica considerazione filosofica del mondo, quella cioè che ci insegna a cogliere l’essenza profonda e ci conduce così al di là del fenomeno, è appunto quella che non chiede da dove e verso dove e perché, bensì sempre e innanzitutto il che del mondo: essa considera le cose non già secondo una delle quattro forme del principio di ragione, ma viceversa ha per oggetto proprio ciò che di esse rimane dopo ce abbiamo loro sottratto tutto ciò che è sottoposto a quel principio”.
  2. “È per mezzo del mondo della rappresentazione, che si è fatto avanti e si è sviluppato al suo [della volontà] servizio, che essa [la volontà] ottiene la conoscenza del proprio volere e di che cosa sia ciò che essa vuole: ciò che essa vuole, infatti, altro non è che questo mondo, la vita proprio così come si presenta. Per questa ragione abbiamo detto che il mondo fenomenico è il suo specchio, la sua oggettità; e ciò che la volontà vuole sempre è la vita, proprio perché la vita altro non è che la raffigurazione della volontà per la rappresentazione; così è indifferente ed è un semplice pleonasmo se, invece di dire semplicemente ‘volontà’, diciamo ‘volontà di vivere’”. Dal punto di vista della volontà e dal punto di vista del soggetto che conosce, ovvero dell uomo stesso che riconosce se stesso come volontà, vita e morte non sono che due facce della stessa volontà di vita, cui solamente il fenomeno è esposto: “L’individuo […] per la natura non ha alcun valore, né lo può avere, dato che il suo regno è costituito da un tempo infinito, da uno spazio infinito e, in essi, da un numero infinito di individui possibili; essa perciò è pronta in ogni momento a lasciar cadere l’individuo il quale, in conseguenza di ciò, non solo è esposto in mille modi, per i casi più insignificanti, al rischio della distruzione, ma ad essa è già destinato e originariamente condotto dalla natura stessa, a partire dall’istante in cui egli abbia contribuito alla conservazione della specie. Con questo la natura esprime in modo del tutto spontaneo la grande verità secondo la quale solo le idee [le specie] e non gli individui hanno un’autentica realtà, ossia costituiscono la perfetta oggettità della natura”. “La forma del fenomeno della volontà, cioè la forma della vita o della realtà, è costituita propriamente solo dal presente, non dal futuro né dal passato: questi ultimi esistono solo nel concetto”. “Il presente è costituito solo dal punto di contatto dell’oggetto, la cui forma è il tempo, con il soggetto, che non ha come forma nessuna delle figure del principio di ragione. Ora, ogni oggetto è volontà che è diventata rappresentazione, e il soggetto è il necessario correlato dell’oggetto; oggetti reali si danno però soltanto nel presente: il passato e il futuro contengono meri concetti e meri fantasmi, dal che segue che la forma essenziale del fenomeno della volontà, inseparabile da essa, è il presente.” “Il tempo somiglia a una corrente inarrestabile, il presente a una roccia contro la quale la corrente si infrange senza tuttavia trascinarla via con sé.” “Anche nell’uomo, come nell’animale che non pensa, regna come stato durevole quella certezza che scaturisce dalla più profonda coscienza, che egli è la natura, è il mondo stesso; una certezza in virtù della quale il pensiero di una morte sicura e sempre imminente non inquieta visibilmente nessuno e, al contrario, ciascuno tira a campare come se dovesse vivere in eterno; […] ciascuno invece riconosce in effetti quella certezza [quella della morte] solo in abstracto e sul piano teoretico, ma la mette da parte come le altre verità che hanno valore teoretico ma che non sono utilizzabili nella prassi, senza farla diventare parte della propria coscienza vivente.” “Ciò che abbiamo ora portato a chiara conoscenza, ossia il fatto che, sebbene il fenomeno della volontà abbia un inizio nel tempo e una fine nel tempo, la volontà stessa, come cosa in sé, non ne viene affatto colpita, e non lo è neppure il correlato dell’oggetto, il conoscente che non viene mai conosciuto, il soggetto, e che alla volontà di vita è sempre assicurata la vita: tutto questo, dico, non va confuso con le dottrine che affermano la sopravvivenza dell’individuo. Poiché alla volontà, considerata come cosa in sé, come anche al puro soggetto del conoscere, all’eterno occhio del mondo, non appartengono né un permanere né un passare, dato che queste sono determinazioni che valgono soltanto nel tempo, mentre la volontà e il soggetto si trovano al di fuori del tempo. Perciò l’egoismo dell’individuo (di questo singolo fenomeno della volontà illuminato dal soggetto del conoscere) non potrà ricavare dalla nostra precedente concezione alcun nutrimento e alcun conforto per il proprio desiderio di affermare se stesso in un tempo infinito, come non ne potrà ricavare dalla conoscenza che dopo la sua morte il resto del mondo esterno continuerà comunque a esistere nel tempo, il che altro non è che l’espressione della medesima concezione, considerata però da un punto di vista oggettivo e perciò temporale. poiché è vero che ciascun individuo è transitorio solo in quanto fenomeno e che, al contrario, come cosa in sé è senza tempo e dunque senza fine; ma è anche vero che soltanto come fenomeno esso si distingue dal resto delle cose del mondo, mentre come cosa in sé esso è la volontà che appare in tutto, e la morte rimuove l’inganno che separa la sua coscienza da quella dell’universalità delle altre cose: ecco la permanenza. Il suo non esser toccato dalla morte, che all’individuo spetta solo in quanto cosa in sé, coincide, per ciò che concerne il fenomeno, con la permanenza del rimanente mondo esterno.” “La negazione della volontà di vivere si mostra quando, a partire da quella [la conoscenza chiara dell’essenza della volontà] conoscenza, il volere ha fine, quando i singoli fenomeni conosciuti non agiscono più come motivi della volontà, ma al contrario l’intera conoscenza dell’essenza del mondo, che rispecchia la volontà, risultata dalla comprensione delle idee, diventa un quietivo della volontà e, in questo modo, la volontà sopprime liberamente se stessa.” La conoscenza teoretica deve rimanere tale poiché la volontà è intrinsecamente libera, e non può essere diretta, ma solo chiarita.
  3. “Il concetto di libertà è dunque propriamente un concetto negativo, stante che il suo contenuto è solo la negazione della necessità, ossia della relazione della conseguenza con la propria ragione, in conformità al principio di ragione.” “Alla fine di tutta la nostra trattazione verrà però in chiaro che, per mezzo della stessa conoscenza, quando la volontà la riferisce a se stesa, diventano possibili anche una soppressione e un autoannientamento della volontà stessa nel suo fenomeno più perfetto [l’uomo]; in questo modo la libertà, che, diversamente, apparendo solo nella cosa in sé, non si potrebbe mai mostrare nel fenomeno, in qualche modo si manifesta anche in esso e, togliendo l’essenza che sta a fondamento del fenomeno, mentre quest’ultimo continua ancora a durare nel tempo, produce una contraddizione del fenomeno con se stesso, giunge sino a presentare i fenomeni della santità e dell’abnegazione.” “Ciascuno può essere ritenuto a priori (il che qui significa secondo il suo sentimento originario) libero anche in ciascuna delle sue azioni, nel senso che, in ogni caso determinato, può compiere un’azione qualsiasi, e solo a posteriori, in forza dell’esperienza e della meditazione sull’esperienza, riconosce che la sua condotta è prodotta del tutto necessariamente dall’incontro del carattere con i motivi.” “Il carattere intelligibile – in forza del quale, a partire da motivi dati, solo una decisione è possibile, decisione che, di conseguenza, è necessaria – non cade sotto la conoscenza dell’intelletto; è solo il carattere empirico, invece, che gli viene noto gradualmente, per mezzo della successione dei suoi singoli atti.” “Nella sfera dell’intelletto la decisione entra però in modo del tutto empirico, come spinta finale della cosa; essa tuttavia proviene dalla natura profonda, dal carattere intelligibile della volontà individuale nel suo conflitto con certi dati motivi, e si verifica perciò con assoluta necessità. In tutto questo l’intelletto non può fare altro che illuminare da ogni parte e in modo penetrante la natura dei motivi, ma non ha la capacità di determinare la volontà stessa: essa gli resta del tutto inaccessibile, e anzi, come abbiamo visto, addirittura imperscrutabile.” “L’affermazione di una libertà empirica della volontà, di un liberum arbitrium indifferentiae, è legata nel modo più stretto alla concezione che pone l’essenza dell’uomo in un’anima la quale sarebbe, originariamente, un essere che conosce, anzi, propriamente, un astratto essere che pensa, e solo in seguito anche un essere che vuole; con il che si attribuisce alla volontà una natura secondaria, mentre al contrario, nella verità, è la coscienza a essere secondaria.” “Tutto ciò che è in loro [dei motivi] potere è dunque di modificare la direzione del suo [della volontà] tendere, ossia far sì che essa cerchi per un’altra via ciò che ha invariabilmente cercato prima.”3)Con questa apertura al fatto che i motivi non possano influenzare l’essenza della volontà, ma che possano ciononostante indirizzare il modo in cui tale volontà si porta a compimento nell’individuo – mi suona infatti strano parlare della volontà come di qualche cosa che vuole un oggetto, un fine: la volontà in sé non dovrebbe essere piuttosto un puro volere? questa determinazione del volere in vista di qualche cosa pare proietti la volontà essenziale di Schopenhauer nel regno del principio di ragione, togliendole pertanto quella volontà e quella necessità ontologica così cara all’autore – Schopenhauer indica la possibilità che i motivi abbiano di fatto un’impatto sul modo in cui la volontà si esprime, che è affatto di scarsa importanza per l’individuo, che cercherà il modo più semplice e apportatore di minor sofferenza. Appare contraddittorio l’affermazione secondo la quale “la sua condotta può variare al variare del tempo, la sua volontà resta però la stessa”: abbiamo capito che il suo obiettivo principale rimane lo stesso, ma che possono cambiare i mezzi per raggiungerlo sotto l’influenza di particolari motivi; eppure qui si tratta ancora di capire come possa la volontà oggettivata volere qualche cosa, e in questo caso possiamo ancora considerarla volontà pura. All’intelletto sembra importare poco che vi sia una volontà sottostante immutabile, se di fatto alcuni motivi possono influenzare il corso della volontà oggettivata, la quale è effettivamente l’unica di cui l’intelletto si cura nel corso della propria vita. “Il pentimento non sorge mai da un mutamento (peraltro impossibile) della volontà, ma da un mutamento della conoscenza. […] Io perciò non posso mai pentirmi di ciò che ho voluto, ma posso ben pentirmi di ciò che ho fatto; perché, guidato da falsi concetti, posso aver fatto cose non conformi a ciò che la mia volontà vuole.”4)Si noti come tale ragionamento sia puramente astratto; infatti: “È solo nella riflessione che il volere e l’agire sono distinti: nella realtà essi sono una cosa sola.” (par.18) “Il pentimento è dunque sempre una conoscenza divenuta corretta della relazione tra l’azione e la vera intenzione.” “La volontà, che si manifesta solo nel tempo, ossia attraverso le azioni, trova un ostacolo analogo nella conoscenza che raramente le fornisce dei dati del tutto corretti; ne segue che all’azione viene a mancare una piena corrispondenza con la volontà, il che prepara il pentimento.” 5)Quest’asserzione sul fatto che all’azione viene a mancare corrispondenza con la volontà rimanda alla citazione precedente, ovvero che tale inferenza si presenti solo alla riflessione; si crea qui però una contraddizione con l’affermazione precedente, in quanto l’unità di volere e agire potrebbe a sua volta essere vera alla luce della riflessione, e null’altro. “Sebbene l’animale e l’uomo vengano determinati in modo ugualmente necessario dai motivi, l’uomo possiede, ciononostante, una piena facoltà di scelta che all’animale manca e che spesso è stata anche scambiata per una libertà della volontà nelle singole azioni, mentre non è altro che la possibilità di un conflitto combattuto strenuamente fra una molteplicità di motivi, dei quali quello più forte alla fine determina la volontà in modo necessario.”6)psicologia morale empirista alla Hume “Il desiderio è solo la conseguenza necessaria dell’impressione presente, sia che risulti da uno stimolo esterno, sia che risulti da uno stato d’animo interiore passeggero, ed è perciò immediatamente necessario e privo di riflessione tanto quanto l’agire degli animali; esprime perciò, come quello, solo il carattere della specie e non quello dell’individuo, ossia delinea solo ciò che sarebbe capace di fare l’uomo in generale, e non l’individuo che prova quel desiderio. Soltanto l’azione – dato che, già per il fatto di essere un atto umano, richiede sempre una riflessione sicura, e dato inoltre che l’uomo di regola è padrone della propria ragione, […] – è l’espressione della massima intelligibile della propria condotta, il risultato della sua volontà più profonda, e si presenta come una lettera della parola che designa il suo carattere empirico, il quale, da canto suo, è solo l’espressione temporale del suo carattere intelligibile.” “Essa [la capacità di scelta] è sì l‘occasione per la completa espressione del carattere individuale, e tuttavia non deve essere considerata in nessun modo come la libertà del singolo volere particolare, ossia com indipendenza dalla legge di causalità, la cui necessità si estende all’uomo come a ogni altro fenomeno.” “La riflessione sull’immodificabilità del carattere, sull’unicità della fonte da cui sgorgano tutte le nostre azioni, non ha il potere di indurci ad anticipare, a favore dell’una o dell’altra parte, la risoluzione corrispondente al carattere stesso: solo dopo che la decisione sia stata presa noi saremo in condizione di vedere di quale stoffa siamo fatti e di specchiarci nelle nostre azioni. […] siamo costretti a sforzarci e a combattere nel tempo, in modo che l’immagine che realizziamo con le nostre azioni sia tale che la sua vista ci tranquillizzi il più possibile e non ci angosci.” “È solo dall’esperienza che dobbiamo imparare ciò che vogliamo e ciò che possiamo: prima non lo sappiamo, non abbiamo carattere e finiamo spesso per essere ricacciati dalla durezza degli eventi sul cammino che ci appartiene. Solo una volta che, alla fine, lo abbiamo imparato, abbiamo acquisito quello che nel mondo è detto carattere, ossia il carattere acquisito. Quest’ultimo, quindi, altro non è che la conoscenza il più possibile completa dell’individualità che ci è propria: esso è l’astratto, e perciò chiaro, sapere delle qualità immodificabili del nostro carattere empirico e della misura e della direzione delle nostre forze spirituali e fisiche, vale a dire tutti i lati forti e i lati deboli dell’individualità che ci è propria.” “ Poiché l’uomo nella sua interezza è solo il fenomeno della propria volontà, non c’è nulla di più assurdo che voler essere, abbandonando la riflessione, qualcosa di diverso da ciò che si è: questo costituisce infatti un’immediata contraddizione della volontà con se stessa.” “Nulla ci riconcilia in modo così deciso con la necessità, esterna o interna che sia, quanto in conoscerla con chiarezza.”
  4. Poiché la volontà scaturisce dalla mancanza e tende continuamente all’appagamento, e poiché quest’ultimo non è duraturo, essa permane in uno stato di sofferenza. La sofferenza, inoltre, aumenta in intensità man mano in relazione all’intelligenza; la vita come dolore.
  5. Il pendolo della noia e della sofferenza; per l’uomo “ottuso”, ovvero non particolarmente propenso alla vita intellettuale, qualcosa risulta interessante, elimina la noia, solo se riesce a stimolare la volontà; riconoscere il dolore come inevitabile e intrinsecamente proprio della vita può “attenuare l’inquietudine” e stimolare una posizione di “imperturbabilità stoica”. Sulla permanenza del carattere e degli stati psicologici caratteristici della persona in mezzo a gioie, dolori e condizioni esterne. “La misura complessiva del nostro dolore e del nostro benessere, secondo la nostra ipotesi, è determinata soggettivamente per ogni istante del tempo, e, in rapporto ad essa, ogni motivo esteriore di afflizione è solo ciò che per il corpo è un vescicante, che attrae a sé tutti gli umori maligni i quali, altrimenti, resterebbero dispersi in tutto il corpo.”
  6. “Ogni soddisfazione, o, come si dice di solito, ogni felicità, è propriamente ed essenzialmente sempre e solo negativa e per nulla affatto positiva. Non è una felicità originaria, né è penetrata in noi di per se stessa, ma deve sempre essere la soddisfazione di un desiderio. Poiché il desiderio, ossia la mancanza, è la condizione preliminare di ogni piacere. Con la soddisfazione, tuttavia, il desiderio cessa e, di conseguenza, cessa anche il piacere.” La soddisfazione è riconosciuta sempre in maniera mediata, e ad essa contribuisce il riconoscimento della mancanza, della sofferenza, come condizione momentaneamente superata. Apparenza dell’idillio epico, il quale tuttalpiù si concretizza in un’ode alla natura, la quale corrisponde alla conoscenza pura ma che non può occupare l’uomo per più di qualche attimo. Origine della superstizione.
  7. “Come una forza esterna non può trasformare o sopprimere questa volontà, tanto meno una forza esterna lo può liberare dai tormenti che derivano dalla vita, la quale di quella volontà è il fenomeno. Sempre, in questa questione fondamentale come in ogni altra, l’uomo è ricondotto a fare affidamento su se stesso.” Contro l’ottimismo.
  8. “L’affermazione della volontà è l’invariabilità del volere stesso, non turbato da alcuna conoscenza, che riempie la vita dell’uomo in generale. […] Il tema fondamentale di tutti gli svariati atti della volontà è il soddisfacimento dei bisogni”. “[…] il ricco come il povero godono non di ciò che hanno (questo, come abbiamo mostrato, agisce solo negativamente), bensì di ciò che, con il loro darsi da fare, sperano di conseguire.” Atto sessuale come “la più energica affermazione della volontà di vivere”; trasmissione della volontà di vivere oggettivata nell’atto generativo. “Il mondo è quello che è appunto perché la volontà, della quale è il fenomeno, è quella che è, perché vuole così come vuole. La giustificazione delle sofferenze è che la volontà, anche in questo fenomeno, afferma se stessa; e questa affermazione è giustificata ed equilibrata dal fatto che essa stessa quelle sofferenze le subisce. Possiamo già qui gettare un primo sguardo sulla giustizia eterna nel suo complesso”.
  9. Origine dell’egoismo: la disposizione secondo la quale ognuno mira al mantenimento di se stesso, riconoscendo a un tempo la propria insignificanza e debolezza assieme alla propria supremazia su tutto il resto in quanto soggetto creatore e centro del mondo. “Ciascuno di noi guarda alla propria morte come alla fine del mondo, mentre percepisce quella dei suoi conoscenti come qualcosa di abbastanza indifferente, a meno che non siamo per caso interessati personalmente a loro.”
  10. “La rinuncia alla soddisfazione di quell’impulso [sessuale], quando sia volontaria e non determinata da alcun motivo, è già un grado della negazione della volontà di vivere, una sua volontaria autosoppressione che si realizza in virtù di una conoscenza che sopravviene e agisce come quietivo; in ragione di ciò, questa negazione del proprio corpo rappresenta già una contraddizione tra la volontà e il fenomeno che le è proprio.” L’ingiustizia: “irruzione entro i confini dell’altrui affermazione della volontà”. Sulla proprietà privata, seguendo la linea di John Locke, come estensione della volontà a oggetti inanimati mediante il lavoro; “Delle cose che non siano in alcun modo adatte a essere lavorate per essere migliorate o difese contro i rischi non si dà alcun possesso esclusivo moralmente fondato”. Sulla menzogna come ingiustizia. “Il concetto di giustizia contiene la pura negazione dell’ingiustizia, e in esso viene sussunta ogni azione che non sia una trasgressione dei confini soprattutto illustrati, vale a dire che non sia una negazione della volontà altrui avente lo scopo di affermare in modo più incisivo la propria.”7)In tale prospettiva, dalla nozione di giustizia non scaturisce l’obbligo morale di salvare, ad esempio, il bambino di Singer dallo stagno – https://en.wikipedia.org/wiki/Famine,_Affluence,_and_Morality Impedire un’ingiustizia, anche con la violenza, non costituisce ingiustizia in quanto negazione di una negazione: si apre la possibilità di esercitare ciò che Schopenhauer chiama il “diritto di coercizione” e il “diritto di menzogna”. “Questo puro significato morale è l’unico che giustizia e ingiustizia abbiano per l’uomo in quanto uomo, e non in quanto cittadino; l’unico quindi che sussisterebbe anche nello stato di natura, in assenza di qualsiasi legge positiva, e che costituisce il fondamento e il contenuto di tutto ciò che, per questa ragione, ha preso il nome di diritto naturale, ma che sarebbe meglio chiamare diritto morale, dato che la sua validità non si estende al soffrire, alla realtà esterna, ma solo all’agire e all’auto-conoscenza della propria volontà individuale che esso desta nell’uomo; una conoscenza che si chiama coscienza e che, nello stato di natura, non può però farsi valere in ciascun caso anche dall’esterno, su altri individui, e non può impedirebbe la violenza regni in luogo della giustizia. Nello stato di natura, cioè, dipende da ciascuno soltanto di agire in ogni circostanza senza commettere ingiustizia, ma non dipende in alcun modo da noi di evitare in ciascun caso di patire l’ingiustizia, poiché questo è legato all’entità della forza esteriore che ci è toccata in sorte. Perciò i concetti di giusto e ingiusto valgono in effetti anche per lo stato di natura, e non sono in alcun modo convenzionali; ma lì essi valgono solo me concetti morali, per l’autoconoscenza che ciascuno ha della propria volontà.” “La pura dottrina del diritto è dunque un capitolo della morale e si riferisce direttamente solo all’agire, non al subire. Poiché solo l’agire è espressione della volontà, e solo quest’ultima viene presa in considerazione dalla morale.” Origine della legge e dello Stato come processo della ragione che, elevandosi dal proprio punto di vista singolare, riconosce il piacere personale del commettere un’ingiustizia come sofferenza altrui nel subirla, e vi rinuncia. “Lo Stato, viceversa, non si dà affatto pensiero della volontà e dell’intenzione come tali, ma solo dell’atto (sia poi esso tentato o condotto a termine), per via del suo correlato, ossia della sofferenza che esso provoca dall’altra parte. Per lo Stato l’unica realtà è dunque l’atto, l’evento: l’intenzione, il proposito vengono presi in considerazione solo in quanto rendono conoscibile il significato dell’atto.” “Il legislatore può essere definito come un moralista a rovescio […] Il concetto dell’ingiustizia e del suo essere negazione della giustizia, che è originariamente un concetto morale, diventa giuridico con il trasferimento del punto di partenza dal lato attivo a quello passivo, ossia con una conversione. Ciò […] ha cagionato anche ai giorni nostri, di tanto in tanto, l’errore assai singolare consistente nel credere che lo Stato sia un’istituzione che ha il compito di promuovere la moralità, che nasca da una tensione verso di essa e che sia, quindi, diretto contro l’egoismo. Come se l’intima intenzione, alla quale soltanto si addicono moralità o immoralità, o la volontà sempre libera si potessero modificare dall’esterno e potessero diventare diverse da ciò che sono per un’influenza esterna!” “Se lo Stato conseguisse pienamente il proprio fine, produrrebbe, in apparenza, una situazione analoga a quella che si produrrebbe se regnasse una completa giustizia delle intenzioni. Ma l’intima essenza e l’origine di queste due situazioni apparentemente identiche sarebbero l’una l’opposto dell’altra. Infatti nel secondo caso accadrebbe che nessuno vorrebbe commettere ingiustizia; nel primo, invece, che nessuno vorrebbe subire ingiustizia, e che metterebbe in atto i mezzi necessari al pieno raggiungimento dello scopo.” “Al di fuori dello Stato non si dà alcun diritto penale.” Critica della vendetta come atto rivolto al passato, opposto alla punizione come misura preventiva di ingiustizie future, scoraggiandone la perpetrazione a mezzo intimorimento.
  11. “La più severa legge di giustizia [eterna] è che ciascun essente porti su di sé il peso dell’esistenza in generale, e quindi dell’esistenza della propria specie e di quella della propria individualità particolare, esattamente così come essa è e nelle condizioni in cui esse sono, in un mondo così com’è, governato dal caso e dall’errore, segnato dal tempo, perituro, continuamente sofferente: qualsiasi cosa gli capiti, qualsiasi cosa gli possa capitare, gli accade sempre secondo giustizia. Poiché sua è la volontà: e come la volontà è, così è il mondo.” “A chi dunque è pervenuto alla conoscenza suddetta [dell’unità della volontà] risulterà chiaro che, poiché la volontà è l’in-sé di tutti i fenomeni, il tormento che è inflitto ad altri e quello che soffriamo personalmente, la malvagità e il dolore, colpiscono sempre e solo una e una medesima essenza, anche se i fenomeni in cui l’uno e l’altro si manifestano sussistono come individui del tutti distinti o addirittura separati da ampi intervalli di tempo e di spazio.” Dogma cristiano del peccato originale: la più grande colpa è quella di essere nato (Calderon). Corrispondenze con la sapienza indiana dei Veda. La metempsicosi.
  12. Legame volontà-responsabilità (p.459) come esempio individuato di giustizia eterna: esempio dell’uomo che giustizia l’oppressore assieme a se stesso. “È un tratto del carattere raro, denso di significato, anzi sublime, attraverso il quale il singolo si sacrifica, in quanto aspira a diventare il braccio della giustizia eterna, della quale peraltro ancora non conosce l’autentica essenza.”
  13. Il significato del concetto di buono: “la conformità di un oggetto a una qualunque aspirazione determinata della volontà. […] chiamiamo buono tutto ciò che è proprio così come vogliamo che sia; ed è per questo che per uno può essere buono ciò che per un altro è addirittura l’opposto. Il concetto di buono si suddivide fin due sottospecie, quella della soddisfazione immediata nel presente e quella della soddisfazione mediata, ossia trasferita nel futuro, della volontà, vale a dire il piacevole e l’utile. – Il concetto opposto […] viene espresso con la parola cattivo, e più raramente e astrattamente con la parola male, che indica dunque tutto ciò che non va a genio a una qualsiasi aspirazione della volontà.” “Entrambi [i sistemi etici filosofici e religiosi] cercano sempre di stabilire una qualche connessione tra felicità e virtù: i primi per mezzo o del principio di non contraddizione o anche di quello di ragione, facendo della felicità o un che di identico alla virtù o una sua conseguenza, sempre in modo sofistico; i secondi, invece, affermando l’esistenza di altri mondi, diversi da quelli che l’esperienza può a suo modo conoscere. Al contrario, l’intima essenza della virtù si mostrerà, grazie alla nostra trattazione, come un’aspirazione che va in direzione del tutto opposta rispetto a quella della felicità, ossia del benessere e della vita.” “Segue da ciò che precede che il bene è, secondo il suo concetto, [qualcosa in relazione a qualcos’altro], e che dunque ogni cosa buona è essenzialmente relativa: la sua essenza consiste nella relazione con una volontà che desidera. Un bene assoluto è perciò una contraddizione in termini […] Non c’è soddisfazione che possa impedire alla volontà di ricominciare a volere sempre di nuovo, più di quanto non ci sia un fine o un inizio del tempo: una saturazione durevole della volontà, che possa soddisfare perfettamente e per sempre il suo aspirare, non esiste.” “Potremmo definire il bene assoluto, il summum bonum, in senso figurato e metaforico, come la completa autosoppressione e la completa negazione del volere, la vera assenza di volontà”. Esposizione dell’origine della malvagità e della crudeltà: “La sofferenza altrui diventa per lui [il malvagio] scopo in se stessa”. Sulla natura del rimorso di coscienza: essa affligge il malvagio come sentimento, nella consapevolezza che affligge, per quanto flebilmente, il suo carattere intelligibile, in forza dell’unità della sofferenza che unisce tormentatore e tormentato.
  14. “Una morale che motivi, lo può fare solo agendo efficacemente sull’amor proprio. Ciò che scaturisce da quest’ultimo, però, non ha alcun valore morale. Ne segue di qui che attraverso la morale e, in genere, attraverso la conoscenza astratta, non può prodursi alcuna virtù genuina; questa deve invece scaturire dalla conoscenza intuitiva, che riconosce nell’individuo estraneo la medesima essenza che c’è in noi stessi.” “I dogmi hanno valore per la moralità semplicemente per il fatto che chi è già virtuoso grazie a una conoscenza ottenuta per altra via, della quale subito diremo, trova in essi uno schema, un formulario con il quale rende conto alla propria ragione delle proprie azioni non-egoistiche, la cui essenza la ragione, ossia egli stesso, non comprende”. “Dall’esterno, come abbiamo già detto, si perviene alla volontà solo attraverso i motivi [i dogmi]: questi però trasformano soltanto il modo in cui la volontà si rende manifesta, mai e in nessun modo la volontà stessa.” “Le azioni e i modi di comportarsi del singolo e di un popolo possono essere profondamente modificati da dogmi, esempi, abitudini. Ma in sé tutte le azioni (opera operata) sono solo immagini vuote, ed è solo l’intenzione che le guida a dar loro un significato morale.” Incomunicabilità della vera conoscenza morale, la quale si deve pertanto sempre rifare all’azione. “L’uomo buono non va perciò in nessun modo considerato come una manifestazione fenomenica della volontà originariamente più debole di quella che appartiene all’uomo malvagio; è invece la conoscenza a padroneggiare in lui l’impulso cieco della volontà.” Uomo buono come colui che “attenua, più di quanto accada di solito, la differenza tra sé e gli altri”, imponendo a se stesso delle privazioni per mitigare la sofferenza altrui. “Il contrario del rimorso di coscienza […] è la buona coscienza, la soddisfazione che proviamo dopo ogni azione disinteressata.” “L’egoista si sente circondato da fenomeni estranei e avversi e ogni sua speranza riposa nel proprio bene individuale. Il buono vive in un mondo di fenomeni amichevoli: il bene di ciascuno di essi è il suo stesso bene. […] un interesse diffuso su innumerevoli fenomeni non lo può inquietare come un interesse concentrato su uno solo di essi. I casi che colpiscono gli individui nella loro totalità si compensano reciprocamente, mentre quelli che capitano a un singolo arrecano felicità e infelicità.” [psicologia della mindfulness]
  15. “Abbiamo visto come dalla capacità di guardare al di là del principium individuationis provenga, quando essa è al grado inferiore, la giustizia, quando è a un grado superiore l’autentica bontà d’animo, la quale si è mostrata come amore puro, cioè disinteressato, nei confronti degli altri. Dove questo amore diventa perfetto, esso rende l’individuo estraneo e il suo destino del tutto uguale al nostro: più avanti di così non si può andare, dato che non sussiste alcuna ragione per preferire l’individuo estraneo al nostro. Ciononostante, la maggioranza degli individui estranei, il cui intero benessere o la cui vita siano in pericolo, può prevalere sulla considerazione del bene del singolo.” “Ciò che dunque bontà, amore e nobiltà d’animo possono fare per gli altri è solo di mitigarne le sofferenze; di conseguenza, ciò che può spingerli a compiere buone azioni e opere d’amore è sempre e solo la conoscenza delle sofferenze altrui, resasi intelligibile a partire dalla propria sofferenza immediata e considerata alla pari di essa. Da tutto questo risulta però che il puro amore (caritas) è per natura compassione” [contra Kant e il primato concettuale normativo dell’imperativo categorico]. Pianto come compassione di se stessi.
  16. “Se dunque chi è ancora prigioniero del principium individuationis, dell’egoismo, conosce solo le singole cose e la loro relazione con la sua persona, e quelle diventano poi motivi sempre rinnovati del suo volere, al contrario, quella conoscenza dell’intero, dell’essenza delle cose in sé, che abbiamo già descritto, diventa un quietivo di ogni e qualsiasi volere.” L’ascesi come pratica consapevole di negazione della volontà. “Tra la conoscenza intuitiva e quella astratta c’è un abisso al di là del quale, per ciò che concerne la conoscenza dell’essenza del mondo, solo la filosofia può condurre. […] Forse dunque qui, per la prima volta, l’intima essenza di santità, negazione di sé, mortificazione dell’ostinazione, ascesi, viene formulata in modo astratto e privo di ogni elemento mitico come negazione della volontà di vivere, che sopraggiunge dopo che la compiuta conoscenza della propria essenza è diventata un quietivo di ogni volere. […] Un santo può essere pieno della più assurda superstizione o, al contrario, può essere filosofo: le sue cose si equivalgono. Sol l’agire attesta che è un santo, poiché esso, dal punto di vista morale, non proviene dalla conoscenza astratta del mondo e della sua essenza, bensì da quella immediata, afferrata intuitivamente”. La negazione della volontà nella mistica cristiana e indiana, e la loro unità essenziale. “Scopriamo quindi che, nella vita degli uomini che praticano la santità, quella quiete e quella beatitudine che abbiamo descritte sono solo come il fiore che sboccia da un continuo superamento della volontà, e vediamo che il terreno dal quale esso germoglia è costituito dalla battaglia permanente ingaggiata con la volontà di vivere, poiché nessuno, sulla terra, può avere una quiete durevole.” “Come vediamo che la pratica di questa mortificazione è quella che viene seguita da chi sia giunto alla negazione della volontà allo scopo di mantenersi stabilmente in essa, così anche il dolore in generale, come ci viene inflitto dal destino, è una seconda via per giungere a quella negazione: possiamo addirittura ritenere che i più possano giungervi solo attraverso di essa, e che sia il dolore provato in prima persona e non quello semplicemente conosciuto ciò che il più delle volte conduce alla completa rassegnazione, e spesso solo quando si è prossimi alla morte.” “Un carattere molto nobile noi lo pensiamo sempre con un certo velo di silenziosa tristezza, la quale è tutt’altro che un permanente malumore provocato dalle contrarietà quotidiane (questo non sarebbe un tratto di nobiltà e farebbe temere piuttosto una malvagità dell’animo): essa è invece coscienza, generata dal sapere, della nientità di tutti i beni e delle sofferenze di tutte le vite, e non solo della propria. […] Solo in quanto la sofferenza assume semplicemente la forma della pura conoscenza e quindi produce, come quietivo della volontà, la vera rassegnazione, essa è la via che conduce alla redenzione ed è perciò degna di essere onorata.” “Un uomo di questo genere, dico, quando lo consideriamo con profonda attenzione, ci appare quasi come un malato che si sottoponga a una cura dolorosa e che sopporti il dolore che essa provoca volentieri e addirittura con soddisfazione, poiché sa che quanto più soffre, tanto più sarà distrutta la causa della malattia e che perciò il dolore presente è la misura della sua guarigione.” “Una vera salvezza, una vera redenzione dalla vita e dalla sofferenza non sono nemmeno pensabili senza una completa negazione della volontà.”
  17. “Lungi dall’essere negazione della volontà, il suicidio è un fenomeno che la afferma energicamente. La negazione ha infatti la propria essenza nell’aborrire non le sofferenze, ma i piaceri della vita. Il suicida vuole la vita, solo non è soddisfatto delle condizioni in cui essa gli è toccata in sorte.” “È proprio perché non può cessare di volere che il suicida cessa di vivere; e la volontà si afferma qui proprio attraverso la soppressione del proprio fenomeno, poiché non le è più possibile affermarsi in altro modo.” “Se mai un uomo ha potuto essere trattenuto dal suicidio con motivi puramente morali, il significato profondo di questa vittoria su se stesso (in qualsiasi modo la sua ragione lo abbia rivestito concettualmente) non ha potuto essere che questo: ‘Io non mi voglio sottrarre alla sofferenza, perché essa possa contribuire a sopprimere la volontà di vivere, la cui manifestazione fenomenica è così straziante, e perché essa rafforzi a tal punto in me la conoscenza, che ho già cominciato a intravedere, dell’autentica essenza del mondo, da renderla infine un quietivo della mia volontà e da redimermi per sempre’.” “Poiché quando c’è volontà di vivere non c’è forza che la possa spezzare, perché essa è la sola realtà metafisica, vale a dire la cosa in sé: ciò che può esser distrutto è invece semplicemente la sua manifestazione fenomenica in questo luogo e in questo tempo. Essa stessa non può venire soppressa da null’altro che dalla conoscenza. Perciò l’unica via di salvezza è che la volontà si manifesti liberamente, per poter riconoscere, in questa manifestazione fenomenica, la sua propria essenza. Solo in seguito a questa conoscenza la volontà può sopprimere se stessa e, con ciò, anche porre fine alla sofferenza, che è inseparabile dal suo fenomeno; questo invece non è possibile attraverso violenze fisiche”.
  18. “In verità la libertà autentica, vale a dire l’indipendenza dal principio di ragione, compete solo alla volontà come cosa in sé, non al suo fenomeno, la cui forma essenziale è dovunque il principio di ragione, l’elemento della necessità. Ma l’unico caso in cui quella libertà può rendersi visibile in modo immediato anche nel fenomeno è quello in cui essa mette fine a ciò che si manifesta fenomenicamente; e poiché nondimeno il semplice fenomeno, in quanto è un anello della catena delle cause, ossia il corpo animato, nel tempo, che contiene solamente fenomeni, continua a sussistere, la volontà che si manifesta attraverso questo fenomeno si trova in contraddizione con esso, in quanto nega ciò che esso esprime.” “Ciò che i mistici cristiani chiamano grazia efficace e rigenerazione è per noi l’unica espressione immediata della libertà della volontà. Essa si produce quando la volontà, giunta alla conoscenza della propria essenza in sé, ottiene da essa un quietivo e, proprio per questo, viene sottratta all’efficacia dell’azione dei motivi, che appartiene al dominio di una diversa modalità della conoscenza, i cui oggetti sono solo i fenomeni.” “Poiché, come abbiamo visto, quella autosoppressione della volontà deriva dalla conoscenza, ma ogni conoscenza e ogni comprensione sono come tali indipendenti dall’arbitrio, ne segue che anche quella negazione del volere, quell’ingresso nella libertà, non lo si può conseguire di proposito, ma proviene dalla profondissima relazione che, nell’uomo, il conoscere ha con il volere, e giunge perciò all’improvviso e come se ci piovesse addosso dall’esterno. Proprio per questo la Chiesa l’ha chiamata effetto della grazia”. “[…] la dottrina del peccato originale (l’affermazione della volontà) e quella della redenzione (la negazione della volontà) sono la verità decisiva che costituisce il nocciolo del cristianesimo”. Parallelismo con la dottrina agostiniana: “Vediamo cioè che la virtù e la santità genuine dell’animo hanno la loro origine prima non nell’arbitrio meditato (le opere), bensì nella conoscenza (la fede): che è esattamente la stessa conclusione alla quale anche noi siamo giunti svolgendo il nostro pensiero fondamentale.”
  19. L’obiezione finale: la negazione della volontà come un passaggio al nulla. “Considerando la questione più da vicino, un nulla assoluto, un nihil negativum vero e proprio, non lo si può neanche pensare; invece ogni nulla di questo genere, se lo si considera da un punto di vista più elevato e lo si sussume sotto un concetto più ampio, si riduce sempre e solo a un nihil privativum. Ciascun nulla è pensato come tale solo in relazione a qualcosa d’altro e presuppone questa relazione, e dunque questo qualcosa d’altro.” “Ciò che è universalmente assunto come positivo, che è ciò che noi chiamiamo l’essente e la cui negazione è espressa nel suo significato più universale dal concetto di nulla, è appunto il mondo della rappresentazione che, come ho dimostrato, è l’oggettità della volontà, il suo specchio. […] Un punto di vista rovesciato, se fosse possibile per noi assumerlo8)Si tratta forse di una contraddizione epistemologica? Come possiamo noi assumere un punto di vista impossibile alla nostra capacità di conoscere? I Supplementi sono più chiari in merito, cfr. in particolare il capitolo 18., opererebbe un rovesciamento dei segni, e mostrerebbe che quello che consideriamo essente è nulla, e che quel nulla è l’essente. Sino a quando però noi stessi siamo la volontà di vivere, lo possiamo riconoscere e indicare solo negativamente, poiché l’antico principio di Empedocle, secondo il quale il simile può essere riconosciuto solo con il simile, ci preclude qui del tutto ogni possibilità di conoscenza, come pure, al contrario, proprio su di esso si basa in ultima analisi la possibilità di tutta la nostra conoscenza reale, vale a dire il mondo come rappresentazione, o l’oggettità della volontà. Poiché il mondo è l’autoriconoscersi della volontà.” La negazione della volontà porta a una soppressione della rappresentazione, tempo e spazio; sopprimendo soggetto e oggetto, inoltre, è “una condizione che non si può chiamare in senso proprio conoscenza”. La paura del nulla è una diretta conseguenza della nostra natura rappresentativa, di volontà oggettivata – o volontà di vivere. “[…] quel che rimane dopo la completa soppressione della volontà è, per tutti coloro che sono ancora pieni di volontà, senza dubbio il nulla. Ma, al contrario, per coloro nei quali la volontà si è rivolta contro se stessa e ha negato se stessa, è questo nostro mondo così reale, con tutti i suoi soli e le sue vie lattee, a essere nulla.”

 

Note personali a margine

Par.54 e 55, sui concetti di libertà e necessità:“il ‘può’ ha un carattere soltanto soggettivo […] poiché sul piano oggettivo la cosa è già determinata” (par.54, p.375). Parrebbe dunque che la possibilità appartenga alla coscienza soggettiva, fenomenica, così come la necessità è la realtà del principio di ragione; sembra proprio che in questo contesto la conoscenza della possibilità ricada inevitabilmente nella coscienza soggettiva, del carattere empirico, fuori dal reame della volontà in sé. Il passaggio mi appare problematico, poiché se il concetto di possibilità è soggettivo – un’affermazione che sembra essere rinforzata da un altro passaggio del par.54, ovvero che futuro e passato appartengono solamente al concetto – allora non sembra conciliarsi con l’attributo per eccellenza della volontà in sé, ovvero la libertà. Se libertà = possibilità, allora sembra che la possibilità si concili con il fenomenico, con il soggettivo, ma sappiamo bene che esso è governato dal principio di ragione, ovvero dalla necessità in toto.

Continua a sfuggirmi la differenza tra oggettivazione della volontà (oggetto, soggetto come uomo) e volontà in sé; sembra che la prima sia passibile di mutamento ad opera di motivi (e non è chiaro dunque perché essa possa essere chiamata volontà), mentre la seconda è libera ed esattamente uguale a se stessa. In un altro passo dal par.55, a p.381, quando Schopenhauer dice che “ciò che io ho voluto una volta, io lo debbo volere ancora, poiché sono io stesso questa volontà che si trova al di fuori del tempo e del mutamento”, è chiaro che vi è all’opera già uno slittamento dalla volontà in sé alla sua oggettivazione fenomenica, nel momento in cui l’autore parla a proposito della volontà stessa. Dunque l’autore sta parlando della volontà come di qualcosa di necessario in quanto è la sua determinazione oggettivata (sarebbe libera, altrimenti); ma essendo necessaria, non cade forse sotto il principio di ragione? Possibile punto di svolta: qui la necessità potrebbe indicare il fatto di essere identica a se stessa (la volontà è volontà e si manifesta pertanto in quel modo poiché non vi è un altro modo in cui la volontà si possa manifestare, cadendo essa sotto il principio di ragione quand’è conoscibile nel mondo come rappresentazione) e pertanto necessariamente così come si presenta, non per il fatto di seguire necessariamente da una concatenazione logica di eventi. Doppia necessità. – p.383 è più chiara in merito: i motivi esercitano la propria influenza sul manifestarsi della volontà nelle azioni.

 

Bella metafora della linea e della superficie a p.391, per descrivere il processo di scelta.

 

Credo che un problema particolare si affacci nel momento in cui viene preso come esempio vivente della condotta dell’uomo libero dalla volontà dei semplici scritti, poiché tali uomini sono tanto rari. Vi è questa forma di scetticismo con cui avere a che fare: coloro i quali professano un tal grado di serenità e liberazione dalla sofferenza, lo sono davvero? Qual’è la natura di tale liberazione, dietro quali origini psicologiche si nasconde? Le razionalizzazioni di cui Schopenhauer parla come di forme esteriori che rivestono diversamente un’unica capacità di negazione della volontà si prestano a una critica nietzschiana, di essere ovvero dei modi per costruire un’isola di stabilità psicologica, la quale non necessita di contenuti particolari, quanto piuttosto di una coerenza strutturale, per navigare il caos del mondo.

La serenità, per di più, non sembra appannaggio esclusivo di sannyasin e monaci; perché dunque questi dovrebbero essere più santi dei laici, se prendiamo la serenità (anziché evidenti procedure di autonegazione) come misura della capacità di sottrarsi alla sofferenza?

References   [ + ]

1. Due visioni della verità in opposizione: la contingenza delle problematiche e il confronto su di esse determinano la verità storica (su questa linea naturalmente Hegel, poi il pragmatismo di Peirce e Dewey, per i quali la nozione di verità si dà nell’inter-soggettività) vs. la metafisica in quanto sapere formale radicato nell’intuizione determina ciò che è vero a partire dal soggetto (Schopenhauer, in particolare il cap.17 dei Supplementi).
2. In termini psicologici contemporanei (Daniel Kahneman), pensiero veloce e pensiero lento.
3. Con questa apertura al fatto che i motivi non possano influenzare l’essenza della volontà, ma che possano ciononostante indirizzare il modo in cui tale volontà si porta a compimento nell’individuo – mi suona infatti strano parlare della volontà come di qualche cosa che vuole un oggetto, un fine: la volontà in sé non dovrebbe essere piuttosto un puro volere? questa determinazione del volere in vista di qualche cosa pare proietti la volontà essenziale di Schopenhauer nel regno del principio di ragione, togliendole pertanto quella volontà e quella necessità ontologica così cara all’autore – Schopenhauer indica la possibilità che i motivi abbiano di fatto un’impatto sul modo in cui la volontà si esprime, che è affatto di scarsa importanza per l’individuo, che cercherà il modo più semplice e apportatore di minor sofferenza. Appare contraddittorio l’affermazione secondo la quale “la sua condotta può variare al variare del tempo, la sua volontà resta però la stessa”: abbiamo capito che il suo obiettivo principale rimane lo stesso, ma che possono cambiare i mezzi per raggiungerlo sotto l’influenza di particolari motivi; eppure qui si tratta ancora di capire come possa la volontà oggettivata volere qualche cosa, e in questo caso possiamo ancora considerarla volontà pura. All’intelletto sembra importare poco che vi sia una volontà sottostante immutabile, se di fatto alcuni motivi possono influenzare il corso della volontà oggettivata, la quale è effettivamente l’unica di cui l’intelletto si cura nel corso della propria vita.
4. Si noti come tale ragionamento sia puramente astratto; infatti: “È solo nella riflessione che il volere e l’agire sono distinti: nella realtà essi sono una cosa sola.” (par.18)
5. Quest’asserzione sul fatto che all’azione viene a mancare corrispondenza con la volontà rimanda alla citazione precedente, ovvero che tale inferenza si presenti solo alla riflessione; si crea qui però una contraddizione con l’affermazione precedente, in quanto l’unità di volere e agire potrebbe a sua volta essere vera alla luce della riflessione, e null’altro.
6. psicologia morale empirista alla Hume
7. In tale prospettiva, dalla nozione di giustizia non scaturisce l’obbligo morale di salvare, ad esempio, il bambino di Singer dallo stagno – https://en.wikipedia.org/wiki/Famine,_Affluence,_and_Morality
8. Si tratta forse di una contraddizione epistemologica? Come possiamo noi assumere un punto di vista impossibile alla nostra capacità di conoscere? I Supplementi sono più chiari in merito, cfr. in particolare il capitolo 18.

Leave a Reply

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.