Etica senza ontologia

Per l’incontro del MOS – Seminario Permanente di Etica, datato 4 aprile 2017, è stata proposta la critica delle prime quattro lectures dal volumetto Etica senza ontologia, del filosofo americano Hilary Putnam, edito per Mondadori. Riproduco qui il mio elaborato, scritto per l’occasione e pubblicato originariamente sul sito del seminario, come riassunto dei contenuti del mio intervento.

 

Putnam precisa fin dall’introduzione che nella sua critica all’ontologia egli non si riferisce ad essa in senso heideggeriano (ontologia fondamentale), bensì dell’ontologia tradizionale: inflazionista alla Platone, riduzionista-empirica e eliminativista-idealista. L’ontologia, che tratti di enti sovrasensibili in generale (inflazionismo), piuttosto che di una realtà primaria cui ricondurre ogni descrizione (riduzionismo) o di un eliminazione per intero delle descrizioni non primarie (eliminativismo), verrà opposta da Putnam in spirito wittgensteiniano, avvalendosi della nozione di pluralismo pragmatico. Se non è necessario avvalersi di nient’altro fuorché del linguaggio per descrivere cosa esiste, allora il fatto che nel linguaggio vi sia una pluralità d’usi della parola ‘esistere’ garantisce che non possa essere data una definizione univoca di ciò che esiste, rendendo pertanto obsoleto il progetto ontologico in quanto dogmaticamente orientato a definire univocamente il suo campo. Putnam passerà successivamente attraverso la nozione di relatività concettuale per introdurre la possibilità di un’oggettività senza oggetti – il titolo della terza lecture, altro tratto eminentemente wittgensteinano – lambendo la natura delle verità concettuali in campo matematico per poi estendere tale definizione al discorso etico.

 

L’approccio di Putnam interseca trasversalmente la filosofia pragmatista; nelle sue parole, l’approccio pragmatista avrebbe la capacità di abbracciare il fallibilismo senza cadere nella rete dello scetticismo 1)“Pragmatists hold that there are no metaphysical guarantees to be had that even our most firmly-held beliefs will never need revision. That one can be both fallibilistic and antisceptical is perhaps the basic insight of American Pragmatism.” Hilary Putnam, Pragmatism, An Open Question, Blackwell 1995, p.20. Cristopher Hookway riprende Putnam in un interessante articolo dell’Oxford Handbook of Skepticism e rintraccia tale originario carattere nel lavoro di C. S. Peirce, il quale argomenta che “there is no need to justify current beliefs, only changes in belief.” 2)Christopher Hookway, in The Oxford Handbook of Skepticism, Oxford Press 2008 Peirce adotta una prospettiva anti-fondazionalista, indubbiamente caratteristica del pragmatismo, e rifiuta la necessità di una forma di giustificazione per le credenze attuali; ‘the burden of proof’ di dimostrare perché qualcuno dovrebbe cartesianamente rinunciare a un proprio giudizio semplicemente perché vi è la possibilità logica (e non reale) di errore, è quindi a carico dello scettico.

La certezza, in ultima istanza, non dipende dalle ragioni che la sostengono, e non è quindi scossa dall’astratta possibilità scettica. “Perceptual judgements force themselves upon us: we find them irresistible and do not accept them on the basis of conscious reasons. When we accept perceptual judgements, we see no need to raise the primary challenge and ask what reason we have to accept them. […] Doubts need a reason, and reasons for doubt are harder to come by than many epistemologists have supposed.” 3)Hookway, 2008 Poiché è senso comune accettare alcune certezze senza il bisogno che vengano giustificate, qualora esse vengano messe in discussione è necessario verificare se tale dubbio sia motivato; seguendo il criterio di Peirce secondo il quale una possibilità logica di errore non è sufficiente per porre in dubbio le proprie credenze, il dubbio sarà o una soluzione pratica a una certezza precedente (in tal caso la possibilità di errore sarà riconosciuta come reale e produrrà un risultato correttivo) oppure una fantasia che possiamo lasciare da parte.4)In tal proposito, reputo utile l’approfondimento di un paper seminale del lavoro di Peirce, The Fixation of Belief.

Giungiamo ora all’introduzione dell’autore sulla sua concezione dell’etica. Putnam riprende Levinas, il quale esclude che il comportamento etico si dia per semplice simpatia o convenienza. Il fondamento dell’etica si dà nel momento in cui la persona sente il dovere di fare qualcosa per qualcun altro, dove l’Altro, si sa, è perno centrale per la filosofia dell’autore francese. Successivamente, Putnam accosta all’istanza personale del comportamento etico alla Levinas l’universalismo dell’imperativo categorico kantiano, esplicitando come esso sia “empty and formal unless we supply it with content precisely from Aristotelian and Levinasian and yet other directions.” 5)Hilary Putnam, Ethics Without Ontology, Harvard University Press 2005, p.27

Tale incipit rema già contro il contro il riduzionismo presupposto dall’impresa ontologica: che sia quest’ultima a giudicare l’oggettività di una disciplina, della matematica piuttosto che dell’etica, significa ricercare un fondamento eminentemente pre-etico (o pre-matematico), ignorando quella commistione di fatto e valore, di analitico e sintetico, quel “miscuglio” wittgensteiniano già riportato alla ribalta nel panorama analitico da Quine ne I Due Dogmi dell’Empirismo. Proprio Quine col suo On What There Is sarà oggetto della critica putnamiana nella quarta lecture, quale fautore della rinascita ontologica in filosofia analitica.

La vena pragmatista riporta infine a John Dewey, per il quale l’etica si occupa della risoluzione di problemi pratici, di carattere particolare, situazionale. Strigliando la sete di infallibilità tipica del filosofo, Putnam rincara: “The aim of philosophy in general, and ethics in particular, should not be infallibility […] Our task as philosophers isn’t to achieve ‘immortality’” 6)Putnam 2005, p.31. E riesumando Aristotele assieme a Dewey, in un ennesimo attacco al fondazionalismo, ricorda come le ragioni a supporto dell’agire etico non siano evidenti da un punto di vista pre- o non-etico. La metafora finale che descrive l’approccio pluralista dell’autore non è priva di una certa efficacia: “That is how I see ethics: as a table with many legs, which wobbles a lot, but is very hard to turn over.” 7)Putnam 2005, p.28.

 

 

Esistere si dice in molti modi, dicevamo. L’argomento si sviluppa attraverso la filosofia della matematica, partendo dalla seconda l’antinomia kantiana   come esempio di relatività concettuale: i punti geometrici sono realtà autonome esistenti nello spazio, o sono piuttosto da considerare come ‘meri limiti’? Per rispondere a questa domanda, Putnam introduce la mereologia, una disciplina logica inaugurata da Leśniewski definita come “il calcolo delle parti e degli interi”; secondo la mereologia, dato un insieme [a,b,c] potremo considerare oggetti di quell’insieme non solo a, b e c, ma anche ab, bc, ac e abc. La teoria degli insiemi carnapiana, invece, considera come oggetti dell’insieme solamente a, b e c; essa non è disposta a sommare due oggetti qualsiasi e considerare tale somma un nuovo oggetto. Sia Leśniewski che Carnap considerano i propri oggetti logici come esistenti, benché il secondo non accetti come individui le somme merceologiche introdotte dal primo. Il quantificatore esistenziale è usato in maniere diverse, e sarebbe stupido, secondo Putnam, chiedersi se le somme merceologiche esistano veramente: la differenza di significati della parola “esistere” è una differenza di uso, e per quanto tale diversità non sia banale, decidere della “vera” esistenza delle somme mereologiche è una questione di convenzione.

La convenzione, seguendo la definizione di David Lewis, sarebbe una soluzione a un particolare problema di coordinamento, proprio come in alcuni paesi è uso guidare sulla sinistra anziché sulla destra. Scegliere un significato di ‘esistenza’ piuttosto che un altro non è preferibile se non per ragioni formali; ritornando all’antinomia kantiana, scegliere tra le due descrizioni dei punti geometrici non influisce sulla validità degli assiomi e delle derivazioni geometriche. Si tratta dunque di scegliere tra diversi linguaggi opzionali, incompatibili nominalmente ma cognitivamente equivalenti.

Si conclude così la prima critica all’ontologia tradizionale: “The whole idea that the world dictates a unique ‘true’ way of dividing the world into objects, situations, properties, is a piece of philosophical parochialism. But just that parochialism is and always has been behind the subject called ontology.” 8)Putnam 2005, p.51

 

La seconda critica ha nel mirino la connessione tra oggettività e oggetti, il fatto che una descrizione oggettiva si possa dare solamente in presenza di un qualche tipo di oggetto. La mossa dell’autore consiste nel presentare asserti di verità che non descrivono alcun oggetto: gli enunciati logici.

Esempio: non è una caratteristica dei rettili e dei mammiferi a far sì che sia vera la proposizione “Se tutti i rettili sono mammiferi, allora tutto ciò che non è un mammifero non è un rettile”. Possiamo riconoscere distintamente come la relazione logica non sia vera in virtù del fatto che i suoi asserti siano descrizioni di stati di fatto; la relazione rimarrebbe vera anche se scoprissimo che le proprietà dei rettili e dei mammiferi sono diverse.

Se dunque accogliessimo la nozione di oggettività secondo cui la logica sarebbe una descrizione di oggetti intangibili, dovremmo considerare tale nozione una pseudo-spiegazione, un qualcosa cioè che non aggiunge nulla alla comprensione corrente delle leggi logiche, oltre ad essere infalsificabile, priva di significato aggiunto e pertanto superflua (azione del rasoio di Ockham). 9)La questione di oggettività e oggetto si intreccia alla natura linguistica degli enunciati etici, esplorata da Putnam in The Fact/Value Dichotomy, Harvard University Press 2002 : “There are many sorts of statements – bona fide statements, ones amenable to such terms as “correct”, “incorrect”, “true”, “false”, “warranted”, and “unwarranted” – that are not descriptions, but that are under rational control, governed by standards appropriate to their particular functions and contexts.” p.33

 

L’asserto logico messo in luce dall’esempio precedente è una verità concettuale, la quale si dà nel momento in cui “è impossibile attribuire il senso all’asserzione della sua negazione”; la verità concettuale è dunque rivedibile in principio, il dominio dell’analiticità scompare. Il cavallo di battaglia pragmatista della compenetrazione di analitico e sintetico ci porta a considerare la negazione di un asserto come insensata poiché inserita in un contesto di credenze e concetti comunemente accettati. Non si tratta di una negazione insensata in quanto tale, ad infinitum; parlare di triangoli la cui somma degli angoli interni è maggiore di 180º era insensato prima dell’avvento della geometria non-euclidea, così come certe descrizioni fisiche hanno acquisito un senso solamente dopo la formulazione della teoria della relatività. La questione del senso è di particolare rilevanza poiché senza poter dare significato a un certo asserto, non potremmo neppure indagarne le condizioni di conoscenza, e dedicarci conseguentemente alla verifica.

Un ponte concettuale importante nello sviluppo del discorso etico sta nel riconoscere che le verità concettuali sono metodologicamente fondamentali: senza di esse non si può dare alcuna scienza; e tuttavia la prassi scientifica annovera nella propria metodologia anche veri e propri valori, quali la semplicità e la coerenza, per valutare la bontà delle proprie teorie.

“Logical statements and methodological value judgements [simplicity, beauty] could be described as “judgements of reasonable and the unreasonable”. But most ethical judgements are also judgements of the reasonable and unreasonable  – not in the Platonic sense, the sense of what is required by Reason conceived of as a transcendent metaphysical faculty, but in the sense of what is and what is not reasonable given the concerns of the ethical life.” 10)Putnam 2005, p.71 “If ethical statements are, as I urge, forms of reflection that are as fully governed by norms of truth and validity as any other form of cognitive activity, the reason is that reflection on how it is reasonable to act given the overall concerns of the ethical life […] is subject to the same standards of fallibilistic inquiry that all practical reasoning is subject to, and the notions of truth and validity are internal to practical reasoning itself.” 11)Putnam 2005, p.72

In Pragmatism, An Open Question12)Blackwell 1995, p.42 Putnam rintraccia la preminenza della ragion pratica alla strategia kantiana, secondo la quale il fatto di proferire quotidianamente giudizi di valore impegna al fatto che esistano giudizi che siano veri. Per dirla con la filosofia del linguaggio, asserendo p, assumo che p sia vero (⊢p). Frege fu il primo a introdurre la forza assertiva – l’asserire o il giudicare diviene il passaggio dal pensiero al suo valore di verità, la copula perde ogni valore assertivo e il giudizio viene portato al di fuori del contenuto.

 

Ecco la natura del giudizio etico: è eminentemente pratico, segue standard di ragionevolezza come qualsiasi altra forma di attività cognitiva; in linguaggio wittgensteiniano, potremmo dire che il discorso etico è un miscuglio ‘al quadrato’.

Il disaccordo in materia etica viene ritenuto problematico poiché si assume che un accordo sia sempre possibile, per la natura stessa della questione.

Le questioni etiche tuttavia sono di carattere pratico, e sono pertanto un complesso non di mere valutazioni, ma di concezioni filosofiche, religiose e fattuali; e poiché non è possibile, in generale, verificare empiricamente la bontà di una data scelta etica (così come non è possibile verificare la bontà di una teoria economica se non mettendola in pratica) non possiamo che aspettarci contraddizioni.

Il disaccordo sulle questioni etiche, qualora inducesse a pronunciarsi sull’impossibilità a priori di giustificare gli argomenti oggetto del dibattito, dovrebbe quindi estendersi all’intero sapere filosofico, e buttare a mare qualsiasi pretesa di razionalità.

 

Veniamo in ultima battuta alla critica della quantificazione e dell’impegno ontologico di Quine (critica ripresa da Derek Parfit in una delle sue conferenze13)https://www.youtube.com/watch?v=xTUrwO9-B_I&t=151s, grazie alla quale sono pervenuto al volumetto di Putnam). Quine è, nelle parole dell’autore, un platonista riluttante – pur tentando di liberarsi dal giogo della metafisica, finisce per considerare come esistenti tutte le entità che rendono veri gli enunciati della teoria proposta. Per la filosofia della matematica di Quine, un numero può essere quantificato con una numerazione gödeliana, e successivamente con la teoria degli insiemi; gli insiemi sarebbero dunque qualcosa di esistente. L’obiezione di Putnam consiste nel contrapporre all’univocità della quantificazione quiniana altre formalizzazioni – insiemi come funzioni e formalizzazioni in logica modale – come linguaggi opzionali equivalenti; a questo punto, per analogia con le somme mereologiche, chiedersi se gli insiemi esistano veramente sarà un non-problema.

Inflazionismo quiniano ed eliminativismo (esemplificato dall’eliminativismo materialista di Paul Churchland) tracciano una netta distinzione tra linguaggio scientifico e non, dove solo il primo è un linguaggio di prim’ordine, che si pronuncia cioè sulla verità del mondo. Putnam utilizza un esempio di linguaggio ‘non-scientifico’ per mostrare l’inconvenienza di tale posizione: proferendo “Alcuni passi kantiani sono difficili da interpretare”, ed essendo tale enunciato non-scientifico, il giudizio sui passi kantiani risulta vuoto; non vi sarebbero cioè passi difficili da interpretare.

 

 

In sintesi, ecco l’outline argomentativa del testo:

  • stabilire la nozione di relatività concettuale in matematica e logica
  • criticare la relazione tra oggettività ed esistenza di oggetti in matematica e logica
  • stabilire la nozione di verità concettuale come
    • metodologicamente indispensabile (scienza)
    • e tuttavia fallibile (commistione pragmatista fatto-valore)
  • evidenziare la componente valutativa nella pratica scientifica (bellezza, semplicità)
  • stabilire l’equivalenza cognitiva tra il discorso matematico-scientifico e quello etico (standard di ragionevolezza)
    • dominio della ragione pratica (fallibilismo)
  • salvaguardare la razionalità e l’oggettività del discorso etico in assenza di garanzie ontologiche

References   [ + ]

1. “Pragmatists hold that there are no metaphysical guarantees to be had that even our most firmly-held beliefs will never need revision. That one can be both fallibilistic and antisceptical is perhaps the basic insight of American Pragmatism.” Hilary Putnam, Pragmatism, An Open Question, Blackwell 1995, p.20
2. Christopher Hookway, in The Oxford Handbook of Skepticism, Oxford Press 2008
3. Hookway, 2008
4. In tal proposito, reputo utile l’approfondimento di un paper seminale del lavoro di Peirce, The Fixation of Belief.
5. Hilary Putnam, Ethics Without Ontology, Harvard University Press 2005, p.27
6. Putnam 2005, p.31
7. Putnam 2005, p.28
8. Putnam 2005, p.51
9. La questione di oggettività e oggetto si intreccia alla natura linguistica degli enunciati etici, esplorata da Putnam in The Fact/Value Dichotomy, Harvard University Press 2002 : “There are many sorts of statements – bona fide statements, ones amenable to such terms as “correct”, “incorrect”, “true”, “false”, “warranted”, and “unwarranted” – that are not descriptions, but that are under rational control, governed by standards appropriate to their particular functions and contexts.” p.33
10. Putnam 2005, p.71
11. Putnam 2005, p.72
12. Blackwell 1995, p.42
13. https://www.youtube.com/watch?v=xTUrwO9-B_I&t=151s

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