Grand | de-prix

Leggere fra le righe.
Grandiosità.
Depressione.
?

Nel suo libro, sembra che Alice Miller offra in merito una sorta di lettura degli archetipi bene/male. Per me ad esempio, in maniera eminente prima di avventurarmi nella lettura del saggio, la condizione emotiva associata alla grandiosità era una costante verso cui tendere, in ogni occasione. Il senso di impotenza associato alla depressione, invece, una situazione da evitare, se possibile (possibile?), minimizzare o nascondere sotto il tappeto.

In quale modo si perpetua l’oscillazione tra i due poli?

In una grandiosità manifesta è costantemente in agguato la depressione, così come dietro uno stato d’animo depressivo si nascondono spesso supposizioni relative alla nostra tragica storia dalle quali ci difendiamo. La grandiosità è propriamente la difesa contro il dolore profondo per la perdita di noi stessi derivante dal rinnegamento della realtà.

Accettando la nostra storia con le nostre sofferenze, ci riappropriamo di quella vitalità necessaria, fondamento della nostra identità.

Si è liberi dalla depressione quando l’autostima si radica nell’autenticità dei propri sentimenti e non nel possesso di determinate qualità.

Chi è sano non ha bisogno di arrabattarsi continuamente per ottenere ammirazione, in quanto deve preoccuparsi dell’effetto che produce, ma può permettersi in tutta tranquillità di essere così com’è.
L’individuo grandioso non è mai realmente libero perché dipende continuamente dall’ammirazione degli altri e perché quell’ammirazione si fonda su qualità, funzioni e prestazioni che all’improvviso possono scomparire.

Cogliendo la radice di certi miei comportamenti, tutto comincia ad alleggerirsi. Venendo a conoscenza della possibile causa dell’alternanza di grandiosità e depressione, la necessità di entrambe si affievolisce.
Concentrando la mia attenzione sulla padronanza dell’espressione dei sentimenti, il bisogno di produrre qualche cosa di grande, il bisogno di concentrarsi sull’eccellenza, comincia a svanire. Non che fare bene le cose sia un risultato da deplorare, ma conseguenza, appunto, non più movente delle proprie azioni. Eccellenza come risultato “non voluto” del processo naturale di espressione. Eccellenza e bellezza come semplice svelamento di se stessi, non come vittoria del bene sul male in noi.

Tra gli elementi in comune descritti dalla Miller tra grandiosità e depressione, ritroviamo anche:
– perfezionismo
– negazione di sentimenti disprezzati
– relazioni di sfruttamento
– grande paura di perdere l’amore e, di conseguenza, grande disponibilità all’adattamento
– moti aggressivi scissi
– vulnerabilità alle offese
– predisposizione a sensi di vergogna e di colpa
– irrequietezza.

È molto probabile che chiunque riscontri in qualche misura questi sintomi, e poterli ricondurre alla propria storia nella maniera in cui Miller suggerisce può lenire alcune ferite. A me è servito. Quando le parole degli altri risvegliano in me emozioni particolarmente forti, o sento che colgano nel segno, voglio scavare ancora. Non vi saranno risposte definitive ad attendermi, ma preziosi incoraggiamenti, incomprensibilmente adatti alle circostanze.

Dietrofront!

Carissimi,

mi sono accorto di aver intrapreso la sfida in maniera poco genuina. La promessa che feci a me stesso di scrivere su questo blog due volte alla settimana aveva certamente le migliori intenzioni, e la scommessa estesa pubblicamente aveva il preciso scopo di rinforzare la scelta facendo leva sulla paura di perdere (potenzialmente denaro e credibilità).

Sto continuando a scavare dentro di me, e l’ultimo pezzo emerso è che la sfida era un ennesimo gesto di grandiosità, che ora non ritengo più necessario. Non ho più intenzione di perseguire questo impegno rischiando di condividere contenuti che non mi interessano veramente, solo per paura di perdere la scommessa. Scelta istintiva e ben ponderata.

Prossimamente: aggiornamenti sullo sviluppo della mia condizione interiore in relazione ai sentimenti di grandiosità e depressione. Inutile dire che non ho previsto scadenze.

Dimenticavo: ecco un fantastico video propedeutico alla pratica del dietrofront. Enjoy it!

God speed.

Il bambino dotato – introduzione

Nel mio rapporto con i libri si cela una costante: il maggior potenziale di cambiamento scaturisce dall’inciamparsi, anche letteralmente, in volumi custoditi a casa di amici.
La sensazione che mi guida nel mare infinito della lettura è una curiosità molto acuta e una sensibilità alle esigenze del momento. Beh, credo sia un comportamento comune.
Lunedì sera: i miei occhi scorrono sullo scaffale avidamente, scorrendo titoli su titoli, finché emerge “Il dramma del bambino dotato e la ricerca del vero Sè” di Alice Miller. Sono io!, ho pensato.

Le prime pagine risvegliano un senso di frustrazione e impotenza, mi riconosco nei meccanismi descritti.
Scopro che un mix di genitori profondamente insicuri sul piano emotivo, unito a una sorprendente capacità del bambino di percepire i bisogni genitoriali e di darvi risposta intuitivamente, assumendo la funzione che gli viene inconsciamente assegnata, ostacola lo sviluppo di sentimenti autentici nel bambino.

Ecco il dramma sostanziale:

Tra le “piccole”, ma anche indispensabili, cose della vita, non rientra forse anche l’amore materno che a molti tocca pagare – paradossalmente – con la rinuncia alla propria vitalità?

Nel formarsi e nel perfezionarsi di una fine sensibilità per i segnali inconsci dei bisogni altrui, che un tempo aiutò il bambino a sopravvivere e che spinge l’adulto ad abbracciare una professione volta ad aiutare gli altri, si trovano anche le radici del disturbo. Esso continua a indurre colui che si propone per portare aiuto a voler soddisfare su persone sostitutive i bisogni non appagati nell’infanzia.

Per diverse ore mi sentii a disagio per il mio desiderio di fare l’educatore. Se questa mia massima aspirazione di servizio scaturisce semplicemente da un disturbo non risolto, quanto è giusto perseguirla? Rischio di perpetuare questa problematica trasmettendola a piccole creature indifese.

Vi sono punti di buio assoluto, in cui sembra che tutto è perduto, irrisolvibile. Alcuni dicono che per ogni problema vi sono sempre almeno quattro soluzioni! Ecco, non era proprio quello il momento.
Ma ero appena all’inizio del libro! L’autrice avrà pur escogitato qualche trucco!

La Miller è molto diretta:

Soltanto l’esperienza dolorosa della nostra verità e della sua accettazione possono liberarci dalla speranza di trovare ancora dei genitori empatici che ci capiscano e di potercene assicurare la disponibilità, magari come risposta alle nostre acute interpretazioni.

Si tratta di quella vecchia storia tale per cui la semplice consapevolezza è fonte di liberazione. Non so quanto questo processo sia spiegabile, ma è come se dirigendo la nostra capacità di amare verso noi stessi, ci liberiamo dalla necessità che qualcun altro lo faccia per noi.

L’autrice si riferisce a questo processo di riscrittura della propria vita emotiva come alla costruzione di “un sano sentimento del Sè”:

[per esso] intendo la sicurezza incrollabile che i sentimenti e i desideri provati appartengono al proprio Sè. Questa sicurezza non è frutto di riflessione, ma semplicemente esiste; è come il battito del polso, al quale non si bada finché è normale.
In questa possibilità di accedere ai propri sentimenti e desideri, l’individuo trova il proprio sostegno e la propria autostima. […] Sa non solo quello che non vuole, ma anche quello che vuole, e può esprimerlo, senza preoccuparsi di venire amato o odiato per questo.

Nella confusione totale, come si fa ad assegnare ai propri sentimenti una forma di autenticità? Come discernere tra i molti? Queste sono domande con cui mi sono confrontato.
Innanzitutto, la confusione non è mai tale da non poter distinguere tra un sentimento maggiormente sentito è uno meno. Tanto più che la forza emotiva prevalente prende il sopravvento, consapevoli o meno. Col mare in tempesta, tutte le onde sembrano alte e ugualmente paurose, ma al marinaio esperto non manca di riconoscere l’onda letale.

Allo stesso modo, una suddivisione tra sentimenti e desideri del Sè e del non-Sè è artificiosa. Tutto ci appartiene, con intensità diverse a seconda del momento. Assegnamo un grado di autenticità a quei sentimenti che durano del tempo, e li associamo all’entità più duratura che possiamo sperimentare nella vita: il proprio Sè. Ma tutte entrano a far parte del nostro Sè, seppur con tempi diversi.
Ecco, la scelta tra i sentimenti è un retaggio di quel disturbo originario del dover adattare l’espressione dei moti interiori al contesto in cui ci troviamo. Ma che scelta operiamo in realtà? Mentre pensiamo alla possibile soluzione, non viviamo in un limbo. Già esprimiamo la nostra verità, e non ce ne accorgiamo perché siamo troppo occupati a pensarci.

La libera espressione viene in gran parte osteggiata in ambito educativo perché l’incertezza che la governa è spaventosa. A volte non siamo pronti per affrontare emotivamente le situazioni imprevedibili che si possono presentare, e mettiamo dei paletti. OK?

Prossimamente scenderò nel dettaglio delle due forme che si presentano come sintomi in situazioni di rimozione emotiva: depressione e grandiosità.

Quelle gioie che fanno male

Sembra incredibile, ma gioire è una delle fatiche della vita.

Qualche giorno fa mi sono addormentato con una gioia indescrivibile. Avevo appena terminato la visione di Le mele di Adamo assieme a persone meravigliose, dopo aver trascorso il pomeriggio a ritagliare costumi carnevaleschi e una sontuosa cena in pizzeria. Sotto il piumone, alla luce soffusa di un’abat-jour, sul diario sono sgorgate parole d’amore per me stesso e per la Vita. Meraviglia. Avrei versato volentieri una lacrimuccia.

Risveglio: al centro del petto una sensazione incolmabile di vuoto. Non era la consueta fame mattutina. Sorprendentemente spontanea, emerse la seguente domanda: lasciarmi andare alla gioia in maniera eccessiva può avermi danneggiato?
Che abbia stirato il muscolo del cuore?

Fortunatamente la lettura corrente (Esercizi d’amore, Alain de Botton), aveva in serbo le parole giuste:

Era malattia assai diffusa tra i turisti, in quella regione della Spagna: in un contesto di tale bellezza, folgorati dalla repentina intuizione che la felicità terrena era portata di mano, cadevano vittime di una violenta reazione fisiologica, mirata a neutralizzare una simile eventualità.

Chloe ed io avevamo sempre avuto la tendenza a localizzare la hedoné nella memoria o nell’aspettativa. Per quanto obiettivo dichiarato fosse raggiungimento della felicità, ad accompagnarlo per un’implicita fiducia che la realizzazione di tale aristotelismo fosse da qualche parte in un futuro lontano.

Godere del presente avrebbe significato impegnarci in una realtà imperfetta, o pericolosamente effimera, piuttosto che trincerarci dietro una rassicurante attesa nel di là da venire. Vivere nel tempo futuro significava alimentare, in contrasto con il presente, una vita ideale che ci avrebbe preservato dalla necessità e lasciarsi coinvolgere dalla situazione che ci circondava. Era un modello di comportamento simile a quello che si ritrova in molte religioni, dove la vita sulla terra è solo il preludio a un’esistenza paradisiaca eterna e infinitamente più beata. Il nostro atteggiamento verso le vacanze, feste, il lavoro, e forse l’amore, aveva qualcosa di immortale, come se a noi fosse concesso di vivere sulla terra abbastanza lungo da non abbassarci a credere tali occasioni così limitate di numero, sentendoci quindi costretti a coglierle al volo.

Carpe diem come necessità.

Incapacità di vivere il presente si manifesta, probabilmente, per il timore di rendersi conto che potrebbe essere l’approdo a ciò che si è desiderato per tutta una vita, il timore di abbandonare la posizione, relativamente sicura, di attesa o di ricordo assumendo, come implicita ammissione, che quella che si vive è, verosimilmente, la sola vita (intervento celeste a parte) che ci è dato vivere. Se la posta in gioco fosse una partita di uova, scommettere sul presente vorrebbe dire, allora, rischiare tutte le proprie uova in quell’unico cesto, anziché suddividerle a quelli di passato e futuro.

In barba a tutte le teorie finanziarie sull’asset allocation!

Preferisco assaporare la momentanea beatitudine e rischiare un attacco di cuore. Poiché se è vero che in fondo cerchiamo semplicemente di sentirci vivi, tali eventi risaltano nella nostra vita, ben più veri dei sogni risposti nei cassetti di domani.

Attitudini shivaite

Passo gran parte del tempo a distruggere, a criticare. A quando il costruire?
Mi perdo la bellezza di una frase, perché sono occupato a ricercarne le possibili debolezze. A quando un ascolto costruttivo?
Prima comincerò a creare qualche cosa, prima prenderò coscienza della fatica che tale processo richiede, e meno tempo sarà disponibile per la critica.

Davvero comoda, questa occupazione. Da poltrona, da talk show, da XXI secolo. A volte riesco persino a giustificarla come necessaria, perché

il Creatore non può esistere senza il Distruttore…

Oh, al diavolo!
E rimango sempre nella critica!
Vedi?!

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Ah, l’amour..

La sfida #2.

L’influenza di ieri non ha fatto altro che accentuare i sintomi di una febbre che non passa: l’Amour.

Che coss’è l’amor?

Mi preoccupa questa necessità impellente di dover fare chiarezza sull’amore. Forse, è una cosa che non ho mai provato.

Sprofondando nella classica, a tratti deprimente incertezza che incatena il seduttore timido e mediocre, ho optato per la scrittura…sì, perché non le scrivo?, mi sono chiesto. Finalmente ti dedico qualcosa sul kumarproject, Uma.

Cara M.,

La nostra non-relazione, la mia relazione con te, sta cambiando. La visione romantica, idealistica, alimentata da illusioni e speranze rinnovate in risposta ai tuoi silenziosi dinieghi, si sta sgretolando. Credo che ciò sia un bene. Tutti i ricordi che conservo di te devono spezzarsi, per poterti vedere integra, così come sei, adesso.

Da questo deserto possono nascere fiori bellissimi, o pur niente.

La predestinazione, visione fanciullesca, non merita più attenzioni; inaspettatamente, si rivela affatto spirituale. Poiché la scienza dello spirito vive nel qui e ora, nell’oceano di infinite possibilità allo stato latente, delle quali una sola goccia per volta possiamo assaggiare.

Nel qui e ora, nessuna mente esiste, nessuna delle infinite possibilità immaginate. Il mio qui e ora? La penna che scorre sul foglio.

The art of turning everything upside-down.

Metto tutto in discussione per vedere se qualcosa rimane. Provo ad allontanarmi dall’idea che ho di te, per vedere se può arrivarne un’altra, fresca, incontaminata.

Ti rinnego. Ci sei? Esisti ancora dentro di me? Cosa ci lega, cosa ci unisce se, nonostante tutto, qualcosa rimane?

Per arrivare alla domanda esistenziale #1 in campo di veri o apparenti amori non corrisposti:

Posso scegliere di chi innamorarmi? Come faccio a cambiare idea?!


 

Mi sentivo al capolinea. Per fortuna sul comodino mi stava aspettando, fresco di prestito interbibliotecario, il romanzo di Alain De Botton “Esercizi d’amore”. Non avrei potuto escogitare maniera più efficace per creare ulteriore confusione, e al contempo crogiolarmi nella comprensione di chi si accorge che, in fondo, siamo tutti sulla stessa barca.

Facendoci scudo del fatalismo romantico, cerchiamo di eludere l’inconcepibile sospetto che il bisogno di amare venga sempre prima del nostro amore per qualcuno in particolare.

Centro.

[…] Il mio errore fu confondere il destino ad amare con il destino ad amare una certa persona. L’errore fu credere che Chloe, non l’amore, fosse inevitabile.

Liberatorio, per certi versi. Ma ecco l’altra faccia della medaglia:

Il momento in cui avrei pensato che il nostro incontro non era stato altro che un accidente, solo una probabilità su 5840,40, sarebbe stato anche il momento in cui avrei smesso di sentire l’assoluta necessità di una vita con lei, e avrei quindi smesso di amarla.

[…] Se mi spingevo a chiamarlo amore, nonostante i dubbi, sia psicologici che epistemologici, era forse per la consapevolezza che l’uso di tale parola non è mai del tutto appropriato. Non essendo l’amore un luogo, né un colore, né una reazione chimica, ma tutte e tre le cose e di più, o nessuna di queste e di meno, non era a discrezione di ognuno decidere quando il momento era giunto? Il problema non usciva dalla speculazione accademica su vero e falso? Amore o soltanto ossessione? Chi, se non il tempo (esso stesso mentitore), avrebbe potuto svelarlo?

Alain, grazie. Mi hai restituito quel poco di potere personale di cui avevo estremo bisogno.

La sfida – #1 – “Non ho tempo!”, contarsela & more

Ciao.

Ieri, in un momento di follia serale, ho deciso di lanciarmi questa sfida: scrivere due post alla settimana. Perché? Ho un bisogno estremo di fare chiarezza nella mia testa, e scrivere è uno dei metodi che più mi stanno aiutando in questa direzione.

E vorrei fare ancora di più: condividere le cose che mi assillano maggiormente. Non per aggiungere all’immenso mare del web l’ennesima goccia di rammarico, piuttosto per esporre le mie debolezze, e trasformarle in possibili punti di forza. Got it?

Non contento, aumentiamo la posta: se ci fosse casualmente qualcuno che legge, che si prende la briga di verificare il mio impegno (cosa che dubito fortemente, ma mai dire mai), e mi facesse notare una – oops! – negligenza, potrebbe vincere 50,00 Euro. I swear, I’ll do it. Tra lunedì e domenica, due post. Scommettete, gente, scommettete! Trovate qualche modo per mandare a rotoli i miei piani (è così semplice, credetemi), e il cinquantone è vostro. Ho intenzione di seguire questa pratica fino al giorno del mio compleanno (8/4, ndr.), poi vedrò se rinnovarla.


 

Partiamo con la sensazione di non avere abbastanza tempo per fare ciò che mi piace. Vari momenti della mia giornata sono segnati da un sentore di non aver fatto abbastanza. La soluzione più ovvia, più spesso che mai, è quella di cercare di fare più cose ancora, di cercare stratagemmi per velocizzare, ottimizzare, ridurre i tempi morti…sai, tutti quei tricks da malato della produttività. Invero, una sofisticatissima forma di pigrizia!

Più agisco in questo modo, più mi rendo conto dei limiti insiti nel processo di mettere tutte le cose sullo stesso piano, di catalogarle in maniera quantitativa, con tanto di checklist sempre in tasca o sull’iPhone. Anzi, meglio averla in cloud, così posso accedervi anche da altri dispositivi..:(

Anyway, ho il sentore che se non comincio a mettere in primo piano le questioni più scottanti (e talvolta riesco pure a convincermi che sto facendo la cosa più importante, quando è palesemente falso!), tutto comincerà a scivolare inesorabilmente, e la mia capacità da criceto di continuare a correre sulla ruota comincerà ad atrofizzarsi…a meno che non diventi un criceto maratoneta, ben inteso.

A volte le questioni più scottanti sono quelle su cui non vogliamo tornare col pensiero. Sono quelle de “ci penserò dopo, quando sarò più riposato/rilassato/pronto per affrontarla (=mai!)”. Equazioni sintattiche a parte, a volte mi sento davvero di porgere l’altra guancia, per dirla con Gesù. “Già c’è qualcosa che mi sta in culo, e per di più dovrei anche andarci incontro?” Proprio così. Controintuitivo, se vuoi, ma è anche così che si risolvono le quisquilie che la vita ci propone/propina (il confine è labile) giornalmente.

Sono immancabilmente sedotto dal desiderio di fermarmi qui. “Avrei un’altra debolezza pronta-pronta, ma sai…la tengo per il prossimo post…magari tra qualche giorno non trovo più debolezze…e poi di che cosa scrivo? Me le devo inventare!”.

Piccolo saggio di quanto riesco a raccontarmela…e siamo a due!

#3: Molto spesso ho la netta sensazione di non concentrarmi abbastanza. Puntualmente la mia testa è in giro a cercare qualcosa di meglio da fare…ma è possibile? e stai lì, una buona volta! Penso proprio che questo sia un problema correlato con il fatto di fare troppe cose…sei di corsa, corri ancora di più, pensi a come riuscire per correre ancora più veloce, e nel frattempo…dove va a finire la tua concentrazione? Posso diventare un esperto a fare le cose di corsa, certamente sì…e il resto? Non a tutti potrebbe piacere questa skill…

Notato quanti puntini sono riuscito a mettere nell’ultimo paragrafo? Quando la chiarezza è scarsa, questo è uno dei sintomi più evidenti. Quelle pause che durante uno spettacolo farebbero fallire il teatro, sarebbe meglio elaborarle prima che si apra il sipario. A meno che non ci sia nulla da perdere. Fortunatamente, il mio caso.

Turning past patterns into new strengths

La vita è un continuo passaggio da una figura di riferimento a un’altra. Almeno così pensavo fino a qualche giorno fa. Avere figure di riferimento mi risulta in qualche modo sempre un po’ ostico, perché malgrado sia prezioso poter disporre dei consigli di qualcuno che ha già percorso la strada che si sta per intraprendere, una radicale esigenza di autonomia pensante spinge costantemente a porre se stessi come proprio riferimento.

Due sere fa, un lampo: più che figure di riferimento, si tratta di persone a me simili. La similitudine funge da magnete per l’attrazione delle persone. Detta con Alan de Botton, per esempio:

“The more closely we analyze what we consider ‘sexy,’ the more clearly we will understand that eroticism is the feeling of excitement we experience at finding another human being who shares our values and our sense of the meaning of existence.”

Dando un’occhiata più da vicino a ciò che sperimento come “me”, tuttavia, mi chiedo con cosa sia il caso di identificarmi per trovare una dimensione in cui l’affinità sia potenzialmente estesa a ciascun essere umano. Se mi concepisco come parte dell’Universo, come ingranaggio della Grande Macchina (che l’ingranaggio sia piccolo o grande, poco importa), tutti dovrebbero essermi simili in quanto parti! E quando mi identifico con la mia personalità, ritrovare similitudini con gli altri può risultare tanto più difficile quanto più accentuo l’importanza delle mie particolarità. Un focus spostato su valori comuni, invece, stimola un sentimento di fratellanza con gli altri.

Come realizzare un costante equilibrio tra questi due fattori? La particolarità va preservata in quanto ricchezza. Non incoraggiamo l’omologazione per timore di non trovare dei simili. Spostiamo semplicemente la nostra attenzione sui nostri principi, sul Principio. Allora la pace e lo spirito di fratellanza busseranno alla porta, e le particolarità occhieggeranno come splendidi fiori nel giardino della vita.

Meditazione: ciò che non t’aspetti

É sorprendente scoprire che molti imprenditori e manager praticano quotidianamente pratiche di meditazione. Mi riferisco principalmente alla California, e chissà in quali altri posti questo fenomeno stia evolvendo.

In Creativity, Inc. parla Ed Catmull, presidente di Pixar e Disney Animation. Sapere che Catmull pratica quotidianamente la meditazione Vipassana m’ha aiutato ad apprezzarne i contenuti: esperienze, pensieri, citazioni, pregni di un’approccio mindful, per quanto il libro sia dedicato principalmente al management. É stato necessario spingersi fino a pagina 235 per sentire Ed parlare del suo primo ritiro al Shambhala Mountain Center, Colorado. Un regalo della moglie Susan…

Catmull va oltre il semplice racconto di una settimana di ritiro. Ecco un paradosso, raccontato dall’autore, che mi ha colpito al cuore:

Two groups – one made up of experienced Zen meditators, the other of non-meditators – were given the exact same type of pain experience: a thermal heat source strapped to one calf. What researchers discovered by looking at the brain imaging was that even though the experienced meditators weren’t actively meditating in the course of the experiment, the threshold for pain was much higher than the non-meditators’. The meditators’ brains where paying attention to the pain, but because they knew how to turn off the inner chatter, they were better able to tolerate pain than those who did not practice meditation.
Next, McGonigal cited a similar study done at Wake Forest University that focused on a group of brand new meditators who’d undergone only four days of training. When they were brought into the laboratory and given the same pain test, some where able to tolerate greater levels of pain than others. Why? The temptation might be to surmise that these people were simply quick studies in the art of meditation, that they were better at it than others. Brain and enjoy showed, however, that in fact their minds where doing the opposite of what experienced meditators’ minds do. Instead of paying attention to the moment they were in, McGonigal said, “they were inhibiting sensory information – somehow shifting with their attention to ignore what was happening in the present moment. And that was giving rise to less suffering: inhibiting the awareness rather than carefully attending to it.”
I found this fascinating – and analogous to behavior I’d witnessed as a manager. McGonigal was talking about the brain’s tendency to suppress problems instead of facing them head-on. What makes this even more difficult is that the people who were suppressing thought that they were doing the same thing as the people who were addressing the problem. It is sobering to think that in trying to be mindful, some of us accidentally end up being exactly the opposite. We deflect and ignore. And for a while, at least, this behavior can even yield good results. But in the experiments McGonigal cited, people who made the practice of becoming mindful didn’t ignore the problem at hand – in this case, the painful heat source strapped to their legs. They saw and felt it for what it was but quieted their reaction to it – the brain’s natural tendency to amplify by overthinking – and thus coped much better.
Ho rivisto me stesso, la mia pratica di meditazione, e come essa possa essere distorta, dopo esser stata presa a modello, sortendo talvolta risultati opposti a quelli sperati.
La meditazione si svela durante la pratica. Le insidie continuano a celarsi ovunque.

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Free thoughts, free questions

All’attrazione associamo emozioni positive, alla repulsione sentimenti negativi. Perchè? La scienza tenta di dimostrarci come queste due forze siano complementari, neutre e sullo stesso piano. Eppure queste due forze scatenano in noi sentimenti opposti. Perché? Forse che l’attrazione sia una forza destinata a prevalere, modellata dal nostro profondo desiderio d’unione, per quanto tale processo porti a una distruzione dell’individualità?

 

La volontà razionale esercita una sorta di inibizione sugli impulsi emotivi, oppure, semplicemente, ne modifica l’output?

 

Noi semplici individui siamo diversi dai monaci buddisti in termini di predisposizione al cambiamento, di plasticità mentale? In che modo pratiche quotidiane radicalmente diverse influenzano la capacità di rispondere efficacemente al cambiamento nella vita di tutti i giorni?

 

What’s the meaning of “seeing more clearly”?

Is it about a mind’s quality, rather than The Quality of mind? Mind’s quality is clearness. Think at the blue sky. Clearness doesn’t mean that what you think is universally best. It means it is best to you, to you world, and you are the world, as Krishnamurti would say. Clearness ultimately doesn’t rely on thoughts; it stands on its own feet. That quality of the mind gives a chance to be successful not because of what you’re saying or what you’re thinking, but much more because of who you are.

 

Perché a volte fermarsi a misurare le cose risulta terapeutico?

Al diavolo il Creatore!

Ogni tanto, prendere in mano un libro è come andare in guerra. Leggere solo per scontrarsi con l’autore, per definire al negativo il proprio pensiero. Come in una camera oscura.

Ieri sera sono ritornato sulla lettura di “Quando tutto cambia, cambia tutto“, e non riuscivo a rendermi simpatica l’idea che le emozioni e i pensieri possono essere cambiati…

La mente decide di sentirsi in un certo modo. Le emozioni sono un Atto di Volontà.

Queste parole sembrano tessere di un mosaico incompleto. Esse vogliono catalizzare un cambiamento migliore; consapevoli del nostro potere creativo, siamo effettivamente ben predisposti ad attuare il cambiamento che vorremo vivere. Mi sembra tuttavia che vi sia un punto cieco in tutto questo. Viene ignorato il fatto che il nostro aspetto Divino non ha alcuna preferenza rispetto alle opzioni esistenziali possibili? Forse che lusingandoci di essere padroni del nostro destino, il cambiamento acquista maggior velocità? In fondo, è legittimo voler attuare un qualsiasi cambiamento alle nostre vite. Quando qualcuno mi ricorda che ho questa possibilità, vedo che il gap tra il dire e il fare si accorcia, e lo reputo un grande salto evolutivo.

Probabilmente non si tratta nemmeno di noi. Parlare di noi stessi quali “creatori del cambiamento” potrebbe essere un semplice mezzo per rendere tutto più fluido. Allo stesso tempo l’io agente continua a sopravvivere. Non mi va. Davvero noi siamo i creatori del cambiamento: ne siamo l’origine. Esistiamo prima, durante e dopo il cambiamento. Tuttavia non ne determiniamo la direzione; non che non sia in nostro potere, quanto piuttosto non di nostro interesse. Chi è sempre uguale a se stesso non dirige il flusso degli eventi.

S’è capito, mi risulta difficile conciliare l’idea di osservatore con l’idea di un creatore che preferisce una situazione rispetto all’altra. Ecco, preferirei concentrarmi sull’osservatore…

Sai, forse il Creatore non ha davvero nessuna preferenza.

Concentrarsi sull’aspetto creativo può essere un aiuto per promuovere un cambiamento in qualche modo “migliore” (ho paura a usare questa parola!). La nascita di situazioni “migliori” è imputabile a una scelta deliberata? Sì. Ma la causa principale è, a mio modestissimo parere,  lo stato di estesa consapevolezza cui accediamo grazie allo shift mentale sul nostro aspetto creativo. È come se, partendo da uno stato di consapevolezza espansa, situazioni reputate “migliori” (aargh!) possano fluire automaticamente attraverso si noi. Contattare la nostra parte creativa non è importante per l’enfasi posta sulla possibilità di scelta, quanto piuttosto su un dilatamento della coscienza da cui possa fluire automaticamente il cambiamento che noi desideriamo profondamente.


 

Essere consapevoli della possibilità di cambiare i propri pensieri apre alla possibilità che ciò possa avvenire. Nella aggiunge e nulla toglie a quanto già sta accadendo. Ma non voglio rimanere attaccato a questa forma mentis. Creare implica una dimensione spazio-temporale in cui agire, e se per qualche breve istante abbiamo intuito l’importanza di essere liberi da tutto ciò, non è il caso di concentrarsi troppo su questa capacità.


 

Non puoi dire di non avere il controllo sulla realtà in cui ti trovi.

Yes, babe. Questa frase mi mette a disagio. Ho paura di attuare il cambiamento, forse solo perchè fino ad ora l’ho sempre conosciuto come un ciclo di dolore-piacere, e vorrei uscire da questo loop.


 

Perchè tutta questa enfasi sulla bontà del nostro aspetto creativo, mi chiedo?

È come se l’io creatore, dopo essersi sentito dire quante cose orribili abbia fatto nel corso della Storia, avesse bisogno di una profonda rivalutazione, di una redenzione, prima di potersi dissolvere…

Hasta la victoria, siempre

Quando mi metto a curiosare tra i vari modelli che promettono vittoria e successo, rimango sempre un po’ dispiaciuto per il fatto che ogni formula spesso si concentra sull’agire in maniera differente da quanto fatto precedentemente. Tutti sappiamo quanto affrontare cambiamenti sia difficile. Se partiamo con il nobile proposito di migliorarci, spesso ci troviamo impantanati in tante piccole situazioni che ci rendono tutto più complicato. Alcuni accusano un sabotatore interno, cercando di liberarsene; ma ricadono nella stessa trappola.

Ecco, questo andare verso il nuovo è frutto di curiosità e amore per la scoperta oppure un tentativo di evasione dalla situazione presente? Come lo viviamo?

Cosa succederebbe se l’idea di successo prendesse come modello ciò che facciamo tutti i giorni? Come ci sentiremmo se ci venisse detto che siamo già persone di successo? Potremmo crederlo? Non sto parlando di metodi di autoconvincimento che cerchino di rendere inoffensiva la nostra parte razionale. Sto cercando una nuova definizione di successo che permetta di partire da me stesso.

Il successo è per me quella sensazione che proviamo quando realizziamo ciò che era nei nostri progetti. Tutti sperimentiamo grandi e piccoli successi nelle nostre vite, e tuttavia solo una manciata di noi vengono riconosciute come persone di successo. Perchè? A tale cerchia appartengono solo piccoli Mida? Certamente no.

Sembra che le persone affermate godano di una percentuale maggiore di successi. Coloro che invece vedono se stessi come dei falliti, vivono maggiormente nel gap tra il volere e il potere. Cosa succederebbe se riuscissimo ad allineare dentro di noi potere e volere? Potremmo essere considerati “persone di successo”? Probabilmente no, poichè il la vittoria e il successo sono ancora avvolte da un’aura mitologica, in cui i soli disposti ad affrontare sofferenze infinite possono godere del premio finale.

Il modello dell’eroe sta cambiando. È sempre più la persona che riesce a fare infinitamente meglio con uno sforzo nullo. Colui che si sente a casa in ogni luogo, che riconosce la perfezione negli altri e in se stesso. Il successo diviene allora la semplice condizione in cui volere e potere sono allineati. Un sentimento profondo in cui non alberga errore, in cui ogni nostro desiderio è esaudito. Non sto parlando di supereroi, sto parlando di noi. Quanto volte abbiamo esaudito i nostri desideri? Quante volte abbiamo realizzato ciò che sognavamo? Facciamo spazio nella nostra vita a queste situazioni!

Si sogna sempre. Non classificate i sogni come i progetti più ambiziosi per la vostra vita. Un sogno è anche alzarsi dal letto con la voglia di una spremuta d’arancia, e la sua realizzazione sta nel berla. Piccoli sogni, piccole realizzazioni. Grandi sogni, grandi realizzazioni. Ma il processo è sempre lo stesso. Se riuscissimo a riconoscere questo immenso potere in azione che scorre attraverso di noi nelle piccole faccende quotidiane, tutto sarebbe più semplice senza il minimo sforzo.

Facciamo sempre ciò che vogliamo fare. Ogni volta questo pensiero mi spacca il cranio. Spesso non ci voglio credere. Ma è la verità. Andate in profondità a tutte le scuse che vi fanno credere che sarebbe meglio fare qualcos’altro. Se fosse davvero così, allora perchè non lo sto facendo? Trovate tutte le ragioni che vi spingono da una parte e quelle che vi spingono dall’altra. In questo gioco di forze noterete che si esprime la corrente più forte. Abbandoniamoci a questa corrente.

Che fare?

Sono influenzato da qualche giorno, e affronto il malessere un po’ come viene, tra rimedi della nonna, riposo e aria fresca. Quando si tratta di affrontare una circostanza spiacevole, si cerca di aggirarla nella maniera più veloce… Per fortuna c’è la vicina a schiarirmi le idee!

Quando s’è maladi, a tor zo qualcos se guaris en sete dì.

A tor zo gnent se guaris en de na stimana.

Saggezza popolare.

Futuro e realtà

Mentre sono occupato a sognare il futuro, di tanto mi fermo ad osservare la realtà presente. Mi piace considerarla la materializzazione di un vecchio sogno.

Ieri sera, mentre seguivo Keiichi Matsuda al Meet The Media Guru, ho visto abbozzi del 1913 di “città del futuro”. Oggi sono realtà di tutti i giorni.

Matsuda ha quindi mostrato i propri progetti sulla Realtà Aumentata (check it out!), una visione del futuro non molto lontana e meno che mai irrealistica.

C’è un bel movimento di entusiasti così come di scettici attorno a tutto ciò, di come si realizzerà e di che cosa comporterà. Ma che dire della visione di Matsuda? Da dove è scaturita? Questo è importante. Perchè se capiamo da dove vengono quelle visioni, allora non è necessario preoccuparsi di come avverranno e di che cosa comporteranno. Tutto sarà conseguenza naturale di quella potente visione.

Ieri sera, l’audience mostrava entusiasmo e scetticismo. Matsuda stava tranquillamente seduto, osservando i primi passi della sua creatura. Questo mi sorprende! L’esatto contrario dei comizi politici, in cui l’oratore si surriscalda inutilmente per un pubblico indifferente. C’è molto da imparare da personaggi ispirati come Keiichi, che trasmettono la ferma tranquillità di vite saldamente ancorate al campo delle intuizioni.

Esse si riconoscono per la loro capacità di farci muovere oltre i limiti che ci imponiamo. I programmatori non sarebbero in grado di sviluppare i prototipi su cui si sta lavorando ora, senza quell’ispirazione che è benzina per un’automobile altrimenti ferma. Senza un generale visionario, i soldati non si lancerebbero in battaglia, insomma.

Torniamo alla nostra scrivania e al nostro 3×3.

Come trasferisco la visione e l’intuizione alla mia vita? Dove vado a prenderla?

E’ già in azione.

Pensiamo al nostro presente come al sogno di ieri. Può essere meglio o peggio di quello che ci aspettavamo, ma non ostacola la nostra abilità di guardare avanti. Per quante volte potremo inciampare e fermarci a vedere dove mettiamo i piedi, non smetteremo di guardare alla meta. Qualche volta ci volteremo, e nostalgicamente noteremo quanta strada abbiamo già percorso.

Riuscite a vedere l’intero viaggio in questo secondo? E’ tutto qui, è tutti qui…

Godspeed

Self-diplomacy

Qualcosa di spiacevole si agita dentro di me quando mi viene detto che per raggiungere i miei obiettivi dovrei agire in maniera differente.

Sono piuttosto sicuro che questo capiti anche a voi.

E’ perfettamente normale, mina sottilmente la stima che abbiamo di noi stessi e della nostra capacità di affrontare al meglio le sfide di tutti i giorni.

Mi piace cercare risposte ai miei quesiti più assillanti. Spesso ne trovo di buone, ma molte hanno un piccolo difetto: l’assunzione di fondo che sia necessario cambiare le proprie abitudini. Il cambiamento è manna dal cielo, quando parte da noi. Un bel paio di manette quando imposto.

A questo punto, pigrizia e intelligenza si fondono nella ricerca di una soluzione che accontenti la voglia di cambiamento e il desiderio che tutto rimanga così com’è. Impermanenza e permanenza cominciano a dialogare.

Ecco che inizia la magia. La mente trova sempre la soluzione più smart…

Il lampo arriva quando faccio match tra i miei comportamenti abituali e quelli proposti per raggiungere il cambiamento agognato. E’ una frazione di secondo, un “ah-ha” time: Già ci sono!

Il cambiamento avviene in maniera fluida quando lo accettiamo completamente e lo caliamo nel momento presente. Una parte di noi pretende, a ragione, di sapere già perfettamente che cosa fare. Quando le proponiamo un’alternativa e le facciamo notare che quella competenza è già conosciuta e attiva, facciamo centro.

Next!

Alessandro