Grand | de-prix

Leggere fra le righe.
Grandiosità.
Depressione.
?

Nel suo libro, sembra che Alice Miller offra in merito una sorta di lettura degli archetipi bene/male. Per me ad esempio, in maniera eminente prima di avventurarmi nella lettura del saggio, la condizione emotiva associata alla grandiosità era una costante verso cui tendere, in ogni occasione. Il senso di impotenza associato alla depressione, invece, una situazione da evitare, se possibile (possibile?), minimizzare o nascondere sotto il tappeto.

In quale modo si perpetua l’oscillazione tra i due poli?

In una grandiosità manifesta è costantemente in agguato la depressione, così come dietro uno stato d’animo depressivo si nascondono spesso supposizioni relative alla nostra tragica storia dalle quali ci difendiamo. La grandiosità è propriamente la difesa contro il dolore profondo per la perdita di noi stessi derivante dal rinnegamento della realtà.

Accettando la nostra storia con le nostre sofferenze, ci riappropriamo di quella vitalità necessaria, fondamento della nostra identità.

Si è liberi dalla depressione quando l’autostima si radica nell’autenticità dei propri sentimenti e non nel possesso di determinate qualità.

Chi è sano non ha bisogno di arrabattarsi continuamente per ottenere ammirazione, in quanto deve preoccuparsi dell’effetto che produce, ma può permettersi in tutta tranquillità di essere così com’è.
L’individuo grandioso non è mai realmente libero perché dipende continuamente dall’ammirazione degli altri e perché quell’ammirazione si fonda su qualità, funzioni e prestazioni che all’improvviso possono scomparire.

Cogliendo la radice di certi miei comportamenti, tutto comincia ad alleggerirsi. Venendo a conoscenza della possibile causa dell’alternanza di grandiosità e depressione, la necessità di entrambe si affievolisce.
Concentrando la mia attenzione sulla padronanza dell’espressione dei sentimenti, il bisogno di produrre qualche cosa di grande, il bisogno di concentrarsi sull’eccellenza, comincia a svanire. Non che fare bene le cose sia un risultato da deplorare, ma conseguenza, appunto, non più movente delle proprie azioni. Eccellenza come risultato “non voluto” del processo naturale di espressione. Eccellenza e bellezza come semplice svelamento di se stessi, non come vittoria del bene sul male in noi.

Tra gli elementi in comune descritti dalla Miller tra grandiosità e depressione, ritroviamo anche:
– perfezionismo
– negazione di sentimenti disprezzati
– relazioni di sfruttamento
– grande paura di perdere l’amore e, di conseguenza, grande disponibilità all’adattamento
– moti aggressivi scissi
– vulnerabilità alle offese
– predisposizione a sensi di vergogna e di colpa
– irrequietezza.

È molto probabile che chiunque riscontri in qualche misura questi sintomi, e poterli ricondurre alla propria storia nella maniera in cui Miller suggerisce può lenire alcune ferite. A me è servito. Quando le parole degli altri risvegliano in me emozioni particolarmente forti, o sento che colgano nel segno, voglio scavare ancora. Non vi saranno risposte definitive ad attendermi, ma preziosi incoraggiamenti, incomprensibilmente adatti alle circostanze.

Dietrofront!

Carissimi,

mi sono accorto di aver intrapreso la sfida in maniera poco genuina. La promessa che feci a me stesso di scrivere su questo blog due volte alla settimana aveva certamente le migliori intenzioni, e la scommessa estesa pubblicamente aveva il preciso scopo di rinforzare la scelta facendo leva sulla paura di perdere (potenzialmente denaro e credibilità).

Sto continuando a scavare dentro di me, e l’ultimo pezzo emerso è che la sfida era un ennesimo gesto di grandiosità, che ora non ritengo più necessario. Non ho più intenzione di perseguire questo impegno rischiando di condividere contenuti che non mi interessano veramente, solo per paura di perdere la scommessa. Scelta istintiva e ben ponderata.

Prossimamente: aggiornamenti sullo sviluppo della mia condizione interiore in relazione ai sentimenti di grandiosità e depressione. Inutile dire che non ho previsto scadenze.

Dimenticavo: ecco un fantastico video propedeutico alla pratica del dietrofront. Enjoy it!

God speed.

Il bambino dotato – introduzione

Nel mio rapporto con i libri si cela una costante: il maggior potenziale di cambiamento scaturisce dall’inciamparsi, anche letteralmente, in volumi custoditi a casa di amici.
La sensazione che mi guida nel mare infinito della lettura è una curiosità molto acuta e una sensibilità alle esigenze del momento. Beh, credo sia un comportamento comune.
Lunedì sera: i miei occhi scorrono sullo scaffale avidamente, scorrendo titoli su titoli, finché emerge “Il dramma del bambino dotato e la ricerca del vero Sè” di Alice Miller. Sono io!, ho pensato.

Le prime pagine risvegliano un senso di frustrazione e impotenza, mi riconosco nei meccanismi descritti.
Scopro che un mix di genitori profondamente insicuri sul piano emotivo, unito a una sorprendente capacità del bambino di percepire i bisogni genitoriali e di darvi risposta intuitivamente, assumendo la funzione che gli viene inconsciamente assegnata, ostacola lo sviluppo di sentimenti autentici nel bambino.

Ecco il dramma sostanziale:

Tra le “piccole”, ma anche indispensabili, cose della vita, non rientra forse anche l’amore materno che a molti tocca pagare – paradossalmente – con la rinuncia alla propria vitalità?

Nel formarsi e nel perfezionarsi di una fine sensibilità per i segnali inconsci dei bisogni altrui, che un tempo aiutò il bambino a sopravvivere e che spinge l’adulto ad abbracciare una professione volta ad aiutare gli altri, si trovano anche le radici del disturbo. Esso continua a indurre colui che si propone per portare aiuto a voler soddisfare su persone sostitutive i bisogni non appagati nell’infanzia.

Per diverse ore mi sentii a disagio per il mio desiderio di fare l’educatore. Se questa mia massima aspirazione di servizio scaturisce semplicemente da un disturbo non risolto, quanto è giusto perseguirla? Rischio di perpetuare questa problematica trasmettendola a piccole creature indifese.

Vi sono punti di buio assoluto, in cui sembra che tutto è perduto, irrisolvibile. Alcuni dicono che per ogni problema vi sono sempre almeno quattro soluzioni! Ecco, non era proprio quello il momento.
Ma ero appena all’inizio del libro! L’autrice avrà pur escogitato qualche trucco!

La Miller è molto diretta:

Soltanto l’esperienza dolorosa della nostra verità e della sua accettazione possono liberarci dalla speranza di trovare ancora dei genitori empatici che ci capiscano e di potercene assicurare la disponibilità, magari come risposta alle nostre acute interpretazioni.

Si tratta di quella vecchia storia tale per cui la semplice consapevolezza è fonte di liberazione. Non so quanto questo processo sia spiegabile, ma è come se dirigendo la nostra capacità di amare verso noi stessi, ci liberiamo dalla necessità che qualcun altro lo faccia per noi.

L’autrice si riferisce a questo processo di riscrittura della propria vita emotiva come alla costruzione di “un sano sentimento del Sè”:

[per esso] intendo la sicurezza incrollabile che i sentimenti e i desideri provati appartengono al proprio Sè. Questa sicurezza non è frutto di riflessione, ma semplicemente esiste; è come il battito del polso, al quale non si bada finché è normale.
In questa possibilità di accedere ai propri sentimenti e desideri, l’individuo trova il proprio sostegno e la propria autostima. […] Sa non solo quello che non vuole, ma anche quello che vuole, e può esprimerlo, senza preoccuparsi di venire amato o odiato per questo.

Nella confusione totale, come si fa ad assegnare ai propri sentimenti una forma di autenticità? Come discernere tra i molti? Queste sono domande con cui mi sono confrontato.
Innanzitutto, la confusione non è mai tale da non poter distinguere tra un sentimento maggiormente sentito è uno meno. Tanto più che la forza emotiva prevalente prende il sopravvento, consapevoli o meno. Col mare in tempesta, tutte le onde sembrano alte e ugualmente paurose, ma al marinaio esperto non manca di riconoscere l’onda letale.

Allo stesso modo, una suddivisione tra sentimenti e desideri del Sè e del non-Sè è artificiosa. Tutto ci appartiene, con intensità diverse a seconda del momento. Assegnamo un grado di autenticità a quei sentimenti che durano del tempo, e li associamo all’entità più duratura che possiamo sperimentare nella vita: il proprio Sè. Ma tutte entrano a far parte del nostro Sè, seppur con tempi diversi.
Ecco, la scelta tra i sentimenti è un retaggio di quel disturbo originario del dover adattare l’espressione dei moti interiori al contesto in cui ci troviamo. Ma che scelta operiamo in realtà? Mentre pensiamo alla possibile soluzione, non viviamo in un limbo. Già esprimiamo la nostra verità, e non ce ne accorgiamo perché siamo troppo occupati a pensarci.

La libera espressione viene in gran parte osteggiata in ambito educativo perché l’incertezza che la governa è spaventosa. A volte non siamo pronti per affrontare emotivamente le situazioni imprevedibili che si possono presentare, e mettiamo dei paletti. OK?

Prossimamente scenderò nel dettaglio delle due forme che si presentano come sintomi in situazioni di rimozione emotiva: depressione e grandiosità.

Quelle gioie che fanno male

Sembra incredibile, ma gioire è una delle fatiche della vita.

Qualche giorno fa mi sono addormentato con una gioia indescrivibile. Avevo appena terminato la visione di Le mele di Adamo assieme a persone meravigliose, dopo aver trascorso il pomeriggio a ritagliare costumi carnevaleschi e una sontuosa cena in pizzeria. Sotto il piumone, alla luce soffusa di un’abat-jour, sul diario sono sgorgate parole d’amore per me stesso e per la Vita. Meraviglia. Avrei versato volentieri una lacrimuccia.

Risveglio: al centro del petto una sensazione incolmabile di vuoto. Non era la consueta fame mattutina. Sorprendentemente spontanea, emerse la seguente domanda: lasciarmi andare alla gioia in maniera eccessiva può avermi danneggiato?
Che abbia stirato il muscolo del cuore?

Fortunatamente la lettura corrente (Esercizi d’amore, Alain de Botton), aveva in serbo le parole giuste:

Era malattia assai diffusa tra i turisti, in quella regione della Spagna: in un contesto di tale bellezza, folgorati dalla repentina intuizione che la felicità terrena era portata di mano, cadevano vittime di una violenta reazione fisiologica, mirata a neutralizzare una simile eventualità.

Chloe ed io avevamo sempre avuto la tendenza a localizzare la hedoné nella memoria o nell’aspettativa. Per quanto obiettivo dichiarato fosse raggiungimento della felicità, ad accompagnarlo per un’implicita fiducia che la realizzazione di tale aristotelismo fosse da qualche parte in un futuro lontano.

Godere del presente avrebbe significato impegnarci in una realtà imperfetta, o pericolosamente effimera, piuttosto che trincerarci dietro una rassicurante attesa nel di là da venire. Vivere nel tempo futuro significava alimentare, in contrasto con il presente, una vita ideale che ci avrebbe preservato dalla necessità e lasciarsi coinvolgere dalla situazione che ci circondava. Era un modello di comportamento simile a quello che si ritrova in molte religioni, dove la vita sulla terra è solo il preludio a un’esistenza paradisiaca eterna e infinitamente più beata. Il nostro atteggiamento verso le vacanze, feste, il lavoro, e forse l’amore, aveva qualcosa di immortale, come se a noi fosse concesso di vivere sulla terra abbastanza lungo da non abbassarci a credere tali occasioni così limitate di numero, sentendoci quindi costretti a coglierle al volo.

Carpe diem come necessità.

Incapacità di vivere il presente si manifesta, probabilmente, per il timore di rendersi conto che potrebbe essere l’approdo a ciò che si è desiderato per tutta una vita, il timore di abbandonare la posizione, relativamente sicura, di attesa o di ricordo assumendo, come implicita ammissione, che quella che si vive è, verosimilmente, la sola vita (intervento celeste a parte) che ci è dato vivere. Se la posta in gioco fosse una partita di uova, scommettere sul presente vorrebbe dire, allora, rischiare tutte le proprie uova in quell’unico cesto, anziché suddividerle a quelli di passato e futuro.

In barba a tutte le teorie finanziarie sull’asset allocation!

Preferisco assaporare la momentanea beatitudine e rischiare un attacco di cuore. Poiché se è vero che in fondo cerchiamo semplicemente di sentirci vivi, tali eventi risaltano nella nostra vita, ben più veri dei sogni risposti nei cassetti di domani.

Attitudini shivaite

Passo gran parte del tempo a distruggere, a criticare. A quando il costruire?
Mi perdo la bellezza di una frase, perché sono occupato a ricercarne le possibili debolezze. A quando un ascolto costruttivo?
Prima comincerò a creare qualche cosa, prima prenderò coscienza della fatica che tale processo richiede, e meno tempo sarà disponibile per la critica.

Davvero comoda, questa occupazione. Da poltrona, da talk show, da XXI secolo. A volte riesco persino a giustificarla come necessaria, perché

il Creatore non può esistere senza il Distruttore…

Oh, al diavolo!
E rimango sempre nella critica!
Vedi?!

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