Dietrofront!

Carissimi,

mi sono accorto di aver intrapreso la sfida in maniera poco genuina. La promessa che feci a me stesso di scrivere su questo blog due volte alla settimana aveva certamente le migliori intenzioni, e la scommessa estesa pubblicamente aveva il preciso scopo di rinforzare la scelta facendo leva sulla paura di perdere (potenzialmente denaro e credibilità).

Sto continuando a scavare dentro di me, e l’ultimo pezzo emerso è che la sfida era un ennesimo gesto di grandiosità, che ora non ritengo più necessario. Non ho più intenzione di perseguire questo impegno rischiando di condividere contenuti che non mi interessano veramente, solo per paura di perdere la scommessa. Scelta istintiva e ben ponderata.

Prossimamente: aggiornamenti sullo sviluppo della mia condizione interiore in relazione ai sentimenti di grandiosità e depressione. Inutile dire che non ho previsto scadenze.

Dimenticavo: ecco un fantastico video propedeutico alla pratica del dietrofront. Enjoy it!

God speed.

Il bambino dotato – introduzione

Nel mio rapporto con i libri si cela una costante: il maggior potenziale di cambiamento scaturisce dall’inciamparsi, anche letteralmente, in volumi custoditi a casa di amici.
La sensazione che mi guida nel mare infinito della lettura è una curiosità molto acuta e una sensibilità alle esigenze del momento. Beh, credo sia un comportamento comune.
Lunedì sera: i miei occhi scorrono sullo scaffale avidamente, scorrendo titoli su titoli, finché emerge “Il dramma del bambino dotato e la ricerca del vero Sè” di Alice Miller. Sono io!, ho pensato.

Le prime pagine risvegliano un senso di frustrazione e impotenza, mi riconosco nei meccanismi descritti.
Scopro che un mix di genitori profondamente insicuri sul piano emotivo, unito a una sorprendente capacità del bambino di percepire i bisogni genitoriali e di darvi risposta intuitivamente, assumendo la funzione che gli viene inconsciamente assegnata, ostacola lo sviluppo di sentimenti autentici nel bambino.

Ecco il dramma sostanziale:

Tra le “piccole”, ma anche indispensabili, cose della vita, non rientra forse anche l’amore materno che a molti tocca pagare – paradossalmente – con la rinuncia alla propria vitalità?

Nel formarsi e nel perfezionarsi di una fine sensibilità per i segnali inconsci dei bisogni altrui, che un tempo aiutò il bambino a sopravvivere e che spinge l’adulto ad abbracciare una professione volta ad aiutare gli altri, si trovano anche le radici del disturbo. Esso continua a indurre colui che si propone per portare aiuto a voler soddisfare su persone sostitutive i bisogni non appagati nell’infanzia.

Per diverse ore mi sentii a disagio per il mio desiderio di fare l’educatore. Se questa mia massima aspirazione di servizio scaturisce semplicemente da un disturbo non risolto, quanto è giusto perseguirla? Rischio di perpetuare questa problematica trasmettendola a piccole creature indifese.

Vi sono punti di buio assoluto, in cui sembra che tutto è perduto, irrisolvibile. Alcuni dicono che per ogni problema vi sono sempre almeno quattro soluzioni! Ecco, non era proprio quello il momento.
Ma ero appena all’inizio del libro! L’autrice avrà pur escogitato qualche trucco!

La Miller è molto diretta:

Soltanto l’esperienza dolorosa della nostra verità e della sua accettazione possono liberarci dalla speranza di trovare ancora dei genitori empatici che ci capiscano e di potercene assicurare la disponibilità, magari come risposta alle nostre acute interpretazioni.

Si tratta di quella vecchia storia tale per cui la semplice consapevolezza è fonte di liberazione. Non so quanto questo processo sia spiegabile, ma è come se dirigendo la nostra capacità di amare verso noi stessi, ci liberiamo dalla necessità che qualcun altro lo faccia per noi.

L’autrice si riferisce a questo processo di riscrittura della propria vita emotiva come alla costruzione di “un sano sentimento del Sè”:

[per esso] intendo la sicurezza incrollabile che i sentimenti e i desideri provati appartengono al proprio Sè. Questa sicurezza non è frutto di riflessione, ma semplicemente esiste; è come il battito del polso, al quale non si bada finché è normale.
In questa possibilità di accedere ai propri sentimenti e desideri, l’individuo trova il proprio sostegno e la propria autostima. […] Sa non solo quello che non vuole, ma anche quello che vuole, e può esprimerlo, senza preoccuparsi di venire amato o odiato per questo.

Nella confusione totale, come si fa ad assegnare ai propri sentimenti una forma di autenticità? Come discernere tra i molti? Queste sono domande con cui mi sono confrontato.
Innanzitutto, la confusione non è mai tale da non poter distinguere tra un sentimento maggiormente sentito è uno meno. Tanto più che la forza emotiva prevalente prende il sopravvento, consapevoli o meno. Col mare in tempesta, tutte le onde sembrano alte e ugualmente paurose, ma al marinaio esperto non manca di riconoscere l’onda letale.

Allo stesso modo, una suddivisione tra sentimenti e desideri del Sè e del non-Sè è artificiosa. Tutto ci appartiene, con intensità diverse a seconda del momento. Assegnamo un grado di autenticità a quei sentimenti che durano del tempo, e li associamo all’entità più duratura che possiamo sperimentare nella vita: il proprio Sè. Ma tutte entrano a far parte del nostro Sè, seppur con tempi diversi.
Ecco, la scelta tra i sentimenti è un retaggio di quel disturbo originario del dover adattare l’espressione dei moti interiori al contesto in cui ci troviamo. Ma che scelta operiamo in realtà? Mentre pensiamo alla possibile soluzione, non viviamo in un limbo. Già esprimiamo la nostra verità, e non ce ne accorgiamo perché siamo troppo occupati a pensarci.

La libera espressione viene in gran parte osteggiata in ambito educativo perché l’incertezza che la governa è spaventosa. A volte non siamo pronti per affrontare emotivamente le situazioni imprevedibili che si possono presentare, e mettiamo dei paletti. OK?

Prossimamente scenderò nel dettaglio delle due forme che si presentano come sintomi in situazioni di rimozione emotiva: depressione e grandiosità.

Quelle gioie che fanno male

Sembra incredibile, ma gioire è una delle fatiche della vita.

Qualche giorno fa mi sono addormentato con una gioia indescrivibile. Avevo appena terminato la visione di Le mele di Adamo assieme a persone meravigliose, dopo aver trascorso il pomeriggio a ritagliare costumi carnevaleschi e una sontuosa cena in pizzeria. Sotto il piumone, alla luce soffusa di un’abat-jour, sul diario sono sgorgate parole d’amore per me stesso e per la Vita. Meraviglia. Avrei versato volentieri una lacrimuccia.

Risveglio: al centro del petto una sensazione incolmabile di vuoto. Non era la consueta fame mattutina. Sorprendentemente spontanea, emerse la seguente domanda: lasciarmi andare alla gioia in maniera eccessiva può avermi danneggiato?
Che abbia stirato il muscolo del cuore?

Fortunatamente la lettura corrente (Esercizi d’amore, Alain de Botton), aveva in serbo le parole giuste:

Era malattia assai diffusa tra i turisti, in quella regione della Spagna: in un contesto di tale bellezza, folgorati dalla repentina intuizione che la felicità terrena era portata di mano, cadevano vittime di una violenta reazione fisiologica, mirata a neutralizzare una simile eventualità.

Chloe ed io avevamo sempre avuto la tendenza a localizzare la hedoné nella memoria o nell’aspettativa. Per quanto obiettivo dichiarato fosse raggiungimento della felicità, ad accompagnarlo per un’implicita fiducia che la realizzazione di tale aristotelismo fosse da qualche parte in un futuro lontano.

Godere del presente avrebbe significato impegnarci in una realtà imperfetta, o pericolosamente effimera, piuttosto che trincerarci dietro una rassicurante attesa nel di là da venire. Vivere nel tempo futuro significava alimentare, in contrasto con il presente, una vita ideale che ci avrebbe preservato dalla necessità e lasciarsi coinvolgere dalla situazione che ci circondava. Era un modello di comportamento simile a quello che si ritrova in molte religioni, dove la vita sulla terra è solo il preludio a un’esistenza paradisiaca eterna e infinitamente più beata. Il nostro atteggiamento verso le vacanze, feste, il lavoro, e forse l’amore, aveva qualcosa di immortale, come se a noi fosse concesso di vivere sulla terra abbastanza lungo da non abbassarci a credere tali occasioni così limitate di numero, sentendoci quindi costretti a coglierle al volo.

Carpe diem come necessità.

Incapacità di vivere il presente si manifesta, probabilmente, per il timore di rendersi conto che potrebbe essere l’approdo a ciò che si è desiderato per tutta una vita, il timore di abbandonare la posizione, relativamente sicura, di attesa o di ricordo assumendo, come implicita ammissione, che quella che si vive è, verosimilmente, la sola vita (intervento celeste a parte) che ci è dato vivere. Se la posta in gioco fosse una partita di uova, scommettere sul presente vorrebbe dire, allora, rischiare tutte le proprie uova in quell’unico cesto, anziché suddividerle a quelli di passato e futuro.

In barba a tutte le teorie finanziarie sull’asset allocation!

Preferisco assaporare la momentanea beatitudine e rischiare un attacco di cuore. Poiché se è vero che in fondo cerchiamo semplicemente di sentirci vivi, tali eventi risaltano nella nostra vita, ben più veri dei sogni risposti nei cassetti di domani.

Attitudini shivaite

Passo gran parte del tempo a distruggere, a criticare. A quando il costruire?
Mi perdo la bellezza di una frase, perché sono occupato a ricercarne le possibili debolezze. A quando un ascolto costruttivo?
Prima comincerò a creare qualche cosa, prima prenderò coscienza della fatica che tale processo richiede, e meno tempo sarà disponibile per la critica.

Davvero comoda, questa occupazione. Da poltrona, da talk show, da XXI secolo. A volte riesco persino a giustificarla come necessaria, perché

il Creatore non può esistere senza il Distruttore…

Oh, al diavolo!
E rimango sempre nella critica!
Vedi?!

Continue reading “Attitudini shivaite”

Ah, l’amour..

La sfida #2.

L’influenza di ieri non ha fatto altro che accentuare i sintomi di una febbre che non passa: l’Amour.

Che coss’è l’amor?

Mi preoccupa questa necessità impellente di dover fare chiarezza sull’amore. Forse, è una cosa che non ho mai provato.

Sprofondando nella classica, a tratti deprimente incertezza che incatena il seduttore timido e mediocre, ho optato per la scrittura…sì, perché non le scrivo?, mi sono chiesto. Finalmente ti dedico qualcosa sul kumarproject, Uma.

Cara M.,

La nostra non-relazione, la mia relazione con te, sta cambiando. La visione romantica, idealistica, alimentata da illusioni e speranze rinnovate in risposta ai tuoi silenziosi dinieghi, si sta sgretolando. Credo che ciò sia un bene. Tutti i ricordi che conservo di te devono spezzarsi, per poterti vedere integra, così come sei, adesso.

Da questo deserto possono nascere fiori bellissimi, o pur niente.

La predestinazione, visione fanciullesca, non merita più attenzioni; inaspettatamente, si rivela affatto spirituale. Poiché la scienza dello spirito vive nel qui e ora, nell’oceano di infinite possibilità allo stato latente, delle quali una sola goccia per volta possiamo assaggiare.

Nel qui e ora, nessuna mente esiste, nessuna delle infinite possibilità immaginate. Il mio qui e ora? La penna che scorre sul foglio.

The art of turning everything upside-down.

Metto tutto in discussione per vedere se qualcosa rimane. Provo ad allontanarmi dall’idea che ho di te, per vedere se può arrivarne un’altra, fresca, incontaminata.

Ti rinnego. Ci sei? Esisti ancora dentro di me? Cosa ci lega, cosa ci unisce se, nonostante tutto, qualcosa rimane?

Per arrivare alla domanda esistenziale #1 in campo di veri o apparenti amori non corrisposti:

Posso scegliere di chi innamorarmi? Come faccio a cambiare idea?!


 

Mi sentivo al capolinea. Per fortuna sul comodino mi stava aspettando, fresco di prestito interbibliotecario, il romanzo di Alain De Botton “Esercizi d’amore”. Non avrei potuto escogitare maniera più efficace per creare ulteriore confusione, e al contempo crogiolarmi nella comprensione di chi si accorge che, in fondo, siamo tutti sulla stessa barca.

Facendoci scudo del fatalismo romantico, cerchiamo di eludere l’inconcepibile sospetto che il bisogno di amare venga sempre prima del nostro amore per qualcuno in particolare.

Centro.

[…] Il mio errore fu confondere il destino ad amare con il destino ad amare una certa persona. L’errore fu credere che Chloe, non l’amore, fosse inevitabile.

Liberatorio, per certi versi. Ma ecco l’altra faccia della medaglia:

Il momento in cui avrei pensato che il nostro incontro non era stato altro che un accidente, solo una probabilità su 5840,40, sarebbe stato anche il momento in cui avrei smesso di sentire l’assoluta necessità di una vita con lei, e avrei quindi smesso di amarla.

[…] Se mi spingevo a chiamarlo amore, nonostante i dubbi, sia psicologici che epistemologici, era forse per la consapevolezza che l’uso di tale parola non è mai del tutto appropriato. Non essendo l’amore un luogo, né un colore, né una reazione chimica, ma tutte e tre le cose e di più, o nessuna di queste e di meno, non era a discrezione di ognuno decidere quando il momento era giunto? Il problema non usciva dalla speculazione accademica su vero e falso? Amore o soltanto ossessione? Chi, se non il tempo (esso stesso mentitore), avrebbe potuto svelarlo?

Alain, grazie. Mi hai restituito quel poco di potere personale di cui avevo estremo bisogno.

La sfida – #1 – “Non ho tempo!”, contarsela & more

Ciao.

Ieri, in un momento di follia serale, ho deciso di lanciarmi questa sfida: scrivere due post alla settimana. Perché? Ho un bisogno estremo di fare chiarezza nella mia testa, e scrivere è uno dei metodi che più mi stanno aiutando in questa direzione.

E vorrei fare ancora di più: condividere le cose che mi assillano maggiormente. Non per aggiungere all’immenso mare del web l’ennesima goccia di rammarico, piuttosto per esporre le mie debolezze, e trasformarle in possibili punti di forza. Got it?

Non contento, aumentiamo la posta: se ci fosse casualmente qualcuno che legge, che si prende la briga di verificare il mio impegno (cosa che dubito fortemente, ma mai dire mai), e mi facesse notare una – oops! – negligenza, potrebbe vincere 50,00 Euro. I swear, I’ll do it. Tra lunedì e domenica, due post. Scommettete, gente, scommettete! Trovate qualche modo per mandare a rotoli i miei piani (è così semplice, credetemi), e il cinquantone è vostro. Ho intenzione di seguire questa pratica fino al giorno del mio compleanno (8/4, ndr.), poi vedrò se rinnovarla.


 

Partiamo con la sensazione di non avere abbastanza tempo per fare ciò che mi piace. Vari momenti della mia giornata sono segnati da un sentore di non aver fatto abbastanza. La soluzione più ovvia, più spesso che mai, è quella di cercare di fare più cose ancora, di cercare stratagemmi per velocizzare, ottimizzare, ridurre i tempi morti…sai, tutti quei tricks da malato della produttività. Invero, una sofisticatissima forma di pigrizia!

Più agisco in questo modo, più mi rendo conto dei limiti insiti nel processo di mettere tutte le cose sullo stesso piano, di catalogarle in maniera quantitativa, con tanto di checklist sempre in tasca o sull’iPhone. Anzi, meglio averla in cloud, così posso accedervi anche da altri dispositivi..:(

Anyway, ho il sentore che se non comincio a mettere in primo piano le questioni più scottanti (e talvolta riesco pure a convincermi che sto facendo la cosa più importante, quando è palesemente falso!), tutto comincerà a scivolare inesorabilmente, e la mia capacità da criceto di continuare a correre sulla ruota comincerà ad atrofizzarsi…a meno che non diventi un criceto maratoneta, ben inteso.

A volte le questioni più scottanti sono quelle su cui non vogliamo tornare col pensiero. Sono quelle de “ci penserò dopo, quando sarò più riposato/rilassato/pronto per affrontarla (=mai!)”. Equazioni sintattiche a parte, a volte mi sento davvero di porgere l’altra guancia, per dirla con Gesù. “Già c’è qualcosa che mi sta in culo, e per di più dovrei anche andarci incontro?” Proprio così. Controintuitivo, se vuoi, ma è anche così che si risolvono le quisquilie che la vita ci propone/propina (il confine è labile) giornalmente.

Sono immancabilmente sedotto dal desiderio di fermarmi qui. “Avrei un’altra debolezza pronta-pronta, ma sai…la tengo per il prossimo post…magari tra qualche giorno non trovo più debolezze…e poi di che cosa scrivo? Me le devo inventare!”.

Piccolo saggio di quanto riesco a raccontarmela…e siamo a due!

#3: Molto spesso ho la netta sensazione di non concentrarmi abbastanza. Puntualmente la mia testa è in giro a cercare qualcosa di meglio da fare…ma è possibile? e stai lì, una buona volta! Penso proprio che questo sia un problema correlato con il fatto di fare troppe cose…sei di corsa, corri ancora di più, pensi a come riuscire per correre ancora più veloce, e nel frattempo…dove va a finire la tua concentrazione? Posso diventare un esperto a fare le cose di corsa, certamente sì…e il resto? Non a tutti potrebbe piacere questa skill…

Notato quanti puntini sono riuscito a mettere nell’ultimo paragrafo? Quando la chiarezza è scarsa, questo è uno dei sintomi più evidenti. Quelle pause che durante uno spettacolo farebbero fallire il teatro, sarebbe meglio elaborarle prima che si apra il sipario. A meno che non ci sia nulla da perdere. Fortunatamente, il mio caso.